LA MESSA TRIDENTINA
Nella liturgia cattolica, la messa tridentina designa la forma del rito romano usato ordinariamente nella Chiesa cattolica tra il Concilio di Trento e la riforma liturgica, materialmente vergata da Annibale Bugnini e promulgata da papa Paolo VI nel 1969. Riforma che ha modificato i riti latini in maniera notevole.
Attualmente, la messa tridentina è definita dalla Chiesa «forma extraordinaria del rito romano»,[1] volendo, in tal modo, indicare che, se, da una parte non è più considerata la forma ordinaria o "normale", dall'altra non è reputata un rito distinto, ma solamente una «diversa forma del medesimo rito». Viene anche chiamata comunemente "rito antico", "rito tradizionale", "messa romana classica" o "Messa di san Pio V". È detta anche "messa in latino", ma inappropriatamente, dato che anche la liturgia successiva alla riforma del 1969 può essere celebrata in tale lingua. Meno comunemente, in modo più colto, è definita "Vetus Ordo Missæ". Dato che risale nelle linee essenziali alla liturgia di papa Gregorio I, è detta anche "messa gregoriana".
Nonostante la promulgazione del nuovo messale nel 1969, il rito tridentino non fu mai ufficialmente abrogato:[2] riservato, dopo la riforma liturgica, solo ad alcuni sacerdoti anziani e ai presbiteri residenti in Inghilterra e Galles,[5] dal 1984 papa Giovanni Paolo II ne concesse una più diffusa celebrazione previo assenso dei vescovi locali e nel 2007 e papa Benedetto XVI con il motu proprio Summorum Pontificum estese il diritto di celebrarla a qualsiasi sacerdote. Il motu proprio Summorum Pontificum è, attualmente, il testo normativo della Santa Sede che regola l'uso del rito tradizionale, mentre l'organo preposto all'attuazione delle disposizioni in esso contenute è la Pontificia Commissione "Ecclesia Dei".
