|
INTRODUZIONE
1. La
carità nella verità, di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone
con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e
risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero
sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera. L'amore — «
caritas » — è una forza straordinaria, che spinge le
persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo
della giustizia e della pace. È una forza che ha la sua
origine in Dio, Amore eterno e Verità assoluta. Ciascuno
trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui,
per realizzarlo in pienezza: in tale progetto infatti egli
trova la sua verità ed è aderendo a tale verità che egli
diventa libero (cfr
Gv
8,22). Difendere la verità, proporla con umiltà e
convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme
esigenti e insostituibili di carità. Questa, infatti, « si
compiace della verità » (1
Cor 13,6). Tutti gli uomini avvertono l'interiore
impulso ad amare in modo autentico: amore e verità non li
abbandonano mai completamente, perché sono la vocazione
posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo. Gesù
Cristo purifica e libera dalle nostre povertà umane la
ricerca dell'amore e della verità e ci svela in pienezza
l'iniziativa di amore e il progetto di vita vera che Dio ha
preparato per noi. In Cristo, la carità nella verità
diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad
amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto. Egli
stesso, infatti, è la Verità (cfr
Gv
14,6).
2. La
carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa.
Ogni responsabilità e impegno delineati da tale dottrina
sono attinti alla carità che, secondo l'insegnamento di
Gesù, è la sintesi di tutta la Legge (cfr
Mt
22,36-40). Essa dà vera sostanza alla relazione
personale con Dio e con il prossimo; è il principio non solo
delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di
piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti
sociali, economici, politici. Per la Chiesa — ammaestrata
dal Vangelo — la carità è tutto perché, come insegna san
Giovanni (cfr
1
Gv
4,8.16) e come ho ricordato nella mia prima Lettera
enciclica, « Dio è carità » (Deus
caritas est): dalla carità di Dio tutto proviene,
per essa tutto prende forma, ad essa tutto tende. La
carità è il dono più grande che Dio abbia dato agli uomini,
è sua promessa e nostra speranza.
Sono consapevole
degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità
è andata e va incontro, con il conseguente rischio di
fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico e, in ogni
caso, di impedirne la corretta valorizzazione. In ambito
sociale, giuridico, culturale, politico, economico, ossia
nei contesti più esposti a tale pericolo, ne viene
dichiarata facilmente l'irrilevanza a interpretare e a
dirigere le responsabilità morali. Di qui il bisogno di
coniugare la carità con la verità non solo nella direzione,
segnata da san Paolo, della « veritas in caritate » (Ef
4,15), ma anche in quella, inversa e complementare,
della « caritas in veritate ». La verità va cercata,
trovata ed espressa nell'« economia » della carità, ma la
carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella
luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un
servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo
anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il
potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del
vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un
contesto sociale e culturale che relativizza la verità,
diventando spesso di essa incurante e ad essa restio.
3.
Per questo stretto collegamento con la verità, la carità può
essere riconosciuta come espressione autentica di umanità e
come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni
umane, anche di natura pubblica. Solo nella verità la
carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La
verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce
è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso
cui l'intelligenza perviene alla verità naturale e
soprannaturale della carità: ne coglie il significato di
donazione, di accoglienza e di comunione. Senza verità, la
carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un
guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale
rischio dell'amore in una cultura senza verità. Esso è preda
delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti,
una parola abusata e distorta, fino a significare il
contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un
emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali,
e di un fideismo che la priva di respiro umano ed
universale. Nella verità la carità riflette la dimensione
personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio
biblico, che è insieme « Agápe » e « Lógos »:
Carità e Verità, Amore e Parola.
4.
Perché piena di verità, la carità può essere dall'uomo
compresa nella sua ricchezza di valori, condivisa e
comunicata. La verità, infatti, è “lógos” che crea
“diá-logos” e quindi comunicazione e comunione. La
verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle
sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là
delle determinazioni culturali e storiche e di incontrarsi
nella valutazione del valore e della sostanza delle cose. La
verità apre e unisce le intelligenze nel lógos
dell'amore: è, questo, l'annuncio e la testimonianza
cristiana della carità. Nell'attuale contesto sociale e
culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il
vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che
l'adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo
utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona
società e di un vero sviluppo umano integrale. Un
Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente
scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la
convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci
sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza
la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e
privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi
di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale,
nel dialogo tra i saperi e le operatività.
5. La
carità è amore ricevuto e donato. Essa è « grazia » (cháris).
La sua scaturigine è l'amore sorgivo del Padre per il
Figlio, nello Spirito Santo. È amore che dal Figlio discende
su di noi. È amore creatore, per cui noi siamo; è amore
redentore, per cui siamo ricreati. Amore rivelato e
realizzato da Cristo (cfr
Gv
13,1) e « riversato nei nostri cuori per mezzo dello
Spirito Santo » (Rm
5,5). Destinatari dell'amore di Dio, gli uomini sono
costituiti soggetti di carità, chiamati a farsi essi stessi
strumenti della grazia, per effondere la carità di Dio e per
tessere reti di carità.
A questa dinamica di
carità ricevuta e donata risponde la dottrina sociale della
Chiesa. Essa è « caritas in veritate in re sociali »:
annuncio della verità dell'amore di Cristo nella società.
Tale dottrina è servizio della carità, ma nella verità. La
verità preserva ed esprime la forza di liberazione della
carità nelle vicende sempre nuove della storia. È, a un
tempo, verità della fede e della ragione, nella distinzione
e insieme nella sinergia dei due ambiti cognitivi. Lo
sviluppo, il benessere sociale, un'adeguata soluzione dei
gravi problemi socio-economici che affliggono l'umanità,
hanno bisogno di questa verità. Ancor più hanno bisogno che
tale verità sia amata e testimoniata. Senza verità, senza
fiducia e amore per il vero, non c'è coscienza e
responsabilità sociale, e l'agire sociale cade in balia di
privati interessi e di logiche di potere, con effetti
disgregatori sulla società, tanto più in una società in via
di globalizzazione, in momenti difficili come quelli
attuali.
6. «
Caritas in veritate » è principio intorno a cui ruota
la dottrina sociale della Chiesa, un principio che prende
forma operativa in criteri orientativi dell'azione morale.
Ne desidero richiamare due in particolare, dettati in
special modo dall'impegno per lo sviluppo in una società in
via di globalizzazione: la giustizia e il bene comune.
La giustizia
anzitutto. Ubi societas, ibi ius: ogni società
elabora un proprio sistema di giustizia. La carità eccede
la giustizia, perché amare è donare, offrire del “mio”
all'altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce
a dare all'altro ciò che è “suo”, ciò che gli spetta in
ragione del suo essere e del suo operare. Non posso « donare
» all'altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò
che gli compete secondo giustizia. Chi ama con carità gli
altri è anzitutto giusto verso di loro. Non solo la
giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via
alternativa o parallela alla carità: la giustizia è «
inseparabile dalla carità » [1],
intrinseca ad essa. La giustizia è la prima via della carità
o, com'ebbe a dire
Paolo VI, « la misura minima » di essa [2],
parte integrante di quell'amore « coi fatti e nella verità »
(1
Gv 3,18), a cui esorta l'apostolo Giovanni. Da una
parte, la carità esige la giustizia: il riconoscimento e il
rispetto dei legittimi diritti degli individui e dei popoli.
Essa s'adopera per la costruzione della “città dell'uomo”
secondo diritto e giustizia. Dall'altra, la carità supera la
giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono
[3]. La “città
dell'uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di
doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità,
di misericordia e di comunione. La carità manifesta sempre
anche nelle relazioni umane l'amore di Dio, essa dà valore
teologale e salvifico a ogni impegno di giustizia nel mondo.
7.
Bisogna poi tenere in grande considerazione il bene comune.
Amare qualcuno è volere il suo bene e adoperarsi
efficacemente per esso. Accanto al bene individuale, c'è un
bene legato al vivere sociale delle persone: il bene comune.
È il bene di quel “noi-tutti”, formato da individui,
famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità
sociale [4]. Non
è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che
fanno parte della comunità sociale e che solo in essa
possono realmente e più efficacemente conseguire il loro
bene. Volere il bene comune e adoperarsi per esso
è esigenza di giustizia e di carità. Impegnarsi per il
bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi,
dall'altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano
giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il
vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis,
di città. Si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto
più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai
suoi reali bisogni. Ogni cristiano è chiamato a questa
carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue
possibilità d'incidenza nella pólis. È questa la via
istituzionale — possiamo anche dire politica — della carità,
non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità
che incontra il prossimo direttamente, fuori delle
mediazioni istituzionali della pólis. Quando la
carità lo anima, l'impegno per il bene comune ha una valenza
superiore a quella dell'impegno soltanto secolare e
politico. Come ogni impegno per la giustizia, esso
s'inscrive in quella testimonianza della carità divina che,
operando nel tempo, prepara l'eterno. L'azione dell'uomo
sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità,
contribuisce all'edificazione di quella universale città
di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana.
In una società in via di globalizzazione, il bene comune e
l'impegno per esso non possono non assumere le dimensioni
dell'intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei
popoli e delle Nazioni [5],
così da dare forma di unità e di pace alla città
dell'uomo, e renderla in qualche misura anticipazione
prefiguratrice della città senza barriere di Dio.
8.
Pubblicando nel 1967 l'Enciclica
Populorum progressio, il mio venerato predecessore
Paolo VI ha illuminato il grande tema dello sviluppo dei
popoli con lo splendore della verità e con la luce soave
della carità di Cristo. Egli ha affermato che l'annuncio di
Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo [6]
e ci ha lasciato la consegna di camminare sulla strada dello
sviluppo con tutto il nostro cuore e con tutta la nostra
intelligenza [7],
vale a dire con l'ardore della carità e la sapienza della
verità. È la verità originaria dell'amore di Dio, grazia a
noi donata, che apre la nostra vita al dono e rende
possibile sperare in uno « sviluppo di tutto l'uomo e di
tutti gli uomini » [8],
in un passaggio « da condizioni meno umane a condizioni più
umane » [9],
ottenuto vincendo le difficoltà che inevitabilmente si
incontrano lungo il cammino.
A oltre quarant'anni
dalla pubblicazione dell'Enciclica, intendo rendere omaggio
e tributare onore alla memoria del grande Pontefice
Paolo VI, riprendendo i suoi insegnamenti sullo
sviluppo umano integrale e collocandomi nel percorso da
essi tracciato, per attualizzarli nell'ora presente. Questo
processo di attualizzazione iniziò con l'Enciclica
Sollicitudo rei socialis, con cui il Servo di Dio
Giovanni Paolo II volle commemorare la pubblicazione
della
Populorum progressio in occasione del suo
ventennale. Fino ad allora, una simile commemorazione era
stata riservata solo alla
Rerum novarum. Passati altri vent'anni, esprimo la
mia convinzione che la
Populorum progressio merita di essere considerata
come « la
Rerum novarum dell'epoca contemporanea », che
illumina il cammino dell'umanità in via di unificazione.
9.
L'amore nella verità — caritas in veritate — è una
grande sfida per la Chiesa in un mondo in progressiva e
pervasiva globalizzazione. Il rischio del nostro tempo è che
all'interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non
corrisponda l'interazione etica delle coscienze e delle
intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno
sviluppo veramente umano. Solo con la carità, illuminata
dalla luce della ragione e della fede, è possibile
conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più
umana e umanizzante. La condivisione dei beni e delle
risorse, da cui proviene l'autentico sviluppo, non è
assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di
convenienza, ma dal potenziale di amore che vince il male
con il bene (cfr
Rm
12,21) e apre alla reciprocità delle coscienze e delle
libertà.
La Chiesa non ha
soluzioni tecniche da offrire [10]
e non pretende « minimamente d'intromettersi nella politica
degli Stati » [11].
Ha però una missione di verità da compiere, in ogni tempo ed
evenienza, per una società a misura dell'uomo, della sua
dignità, della sua vocazione. Senza verità si cade in una
visione empiristica e scettica della vita, incapace di
elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i
valori — talora nemmeno i significati — con cui giudicarla e
orientarla. La fedeltà all'uomo esige la fedeltà alla
verità che, sola, è garanzia di libertà (cfr
Gv
8,32) e della possibilità di uno sviluppo umano
integrale. Per questo la Chiesa la ricerca, l'annunzia
instancabilmente e la riconosce ovunque essa si palesi.
Questa missione di verità è per la Chiesa irrinunciabile. La
sua dottrina sociale è momento singolare di questo annuncio:
essa è servizio alla verità che libera. Aperta alla verità,
da qualsiasi sapere provenga, la dottrina sociale della
Chiesa l'accoglie, compone in unità i frammenti in cui
spesso la ritrova, e la media nel vissuto sempre nuovo della
società degli uomini e dei popoli [12].
CAPITOLO PRIMO
IL MESSAGGIO
DELLA POPULORUM PROGRESSIO
10.
La rilettura della
Populorum progressio, a oltre quarant'anni dalla
pubblicazione, sollecita a rimanere fedeli al suo messaggio
di carità e di verità, considerandolo nell'ambito dello
specifico magistero di
Paolo VI e, più in generale, dentro la tradizione della
dottrina sociale della Chiesa. Sono poi da valutare i
diversi termini in cui oggi, a differenza da allora, si pone
il problema dello sviluppo. Il corretto punto di vista,
dunque, è quello della Tradizione della fede apostolica
[13],
patrimonio antico e nuovo, fuori del quale la
Populorum progressio sarebbe un documento senza
radici e le questioni dello sviluppo si ridurrebbero
unicamente a dati sociologici.
11.
La pubblicazione della
Populorum progressio avvenne immediatamente dopo la
conclusione del
Concilio Ecumenico Vaticano II. La stessa Enciclica
segnala, nei primi paragrafi, il suo intimo rapporto con il
Concilio [14].
Giovanni Paolo II, vent'anni dopo, nella
Sollicitudo rei socialis sottolineava, a sua volta,
il fecondo rapporto di quella Enciclica con il
Concilio e, in particolare, con la Costituzione
pastorale
Gaudium et spes [15].
Anch'io desidero ricordare qui l'importanza del
Concilio Vaticano II per l'Enciclica di
Paolo VI e per tutto il successivo Magistero sociale dei
Sommi Pontefici. Il
Concilio approfondì quanto appartiene da sempre alla
verità della fede, ossia che la Chiesa, essendo a servizio
di Dio, è a servizio del mondo in termini di amore e di
verità. Proprio da questa visione partiva
Paolo VI per comunicarci due grandi verità. La prima è
che tutta la Chiesa, in tutto il suo essere e il suo
agire, quando annuncia, celebra e opera nella carità, è tesa
a promuovere lo sviluppo integrale dell'uomo. Essa ha un
ruolo pubblico che non si esaurisce nelle sue attività di
assistenza o di educazione, ma rivela tutte le proprie
energie a servizio della promozione dell'uomo e della
fraternità universale quando può valersi di un regime di
libertà. In non pochi casi tale libertà è impedita da
divieti e da persecuzioni o è anche limitata quando la
presenza pubblica della Chiesa viene ridotta unicamente alle
sue attività caritative. La seconda verità è che
l'autentico sviluppo dell'uomo riguarda unitariamente la
totalità della persona in ogni sua dimensione [16].
Senza la prospettiva di una vita eterna, il progresso umano
in questo mondo rimane privo di respiro. Chiuso dentro la
storia, esso è esposto al rischio di ridursi al solo
incremento dell'avere; l'umanità perde così il coraggio di
essere disponibile per i beni più alti, per le grandi e
disinteressate iniziative sollecitate dalla carità
universale. L'uomo non si sviluppa con le sole proprie
forze, né lo sviluppo gli può essere semplicemente dato
dall'esterno. Lungo la storia, spesso si è ritenuto che la
creazione di istituzioni fosse sufficiente a garantire
all'umanità il soddisfacimento del diritto allo sviluppo.
Purtroppo, si è riposta un'eccessiva fiducia in tali
istituzioni, quasi che esse potessero conseguire l'obiettivo
desiderato in maniera automatica. In realtà, le istituzioni
da sole non bastano, perché lo sviluppo umano integrale è
anzitutto vocazione e, quindi, comporta una libera e
solidale assunzione di responsabilità da parte di tutti. Un
tale sviluppo richiede, inoltre, una visione trascendente
della persona, ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo o
viene negato o viene affidato unicamente alle mani
dell'uomo, che cade nella presunzione dell'auto-salvezza e
finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato.
D'altronde, solo l'incontro con Dio permette di non “vedere
nell'altro sempre soltanto l'altro” [17],
ma di riconoscere in lui l'immagine divina, giungendo così a
scoprire veramente l'altro e a maturare un amore che
“diventa cura dell'altro e per l'altro”[18].
12.
Il legame tra la
Populorum progressio e il
Concilio Vaticano II non rappresenta una cesura tra il
Magistero sociale di
Paolo VI e quello dei Pontefici suoi predecessori, dato
che il
Concilio costituisce un approfondimento di tale
magistero nella continuità della vita della Chiesa [19].
In questo senso, non contribuiscono a fare chiarezza certe
astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa
che applicano all'insegnamento sociale pontificio categorie
ad esso estranee. Non ci sono due tipologie di dottrina
sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse tra
loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso
tempo sempre nuovo [20].
È giusto rilevare le peculiarità dell'una o dell'altra
Enciclica, dell'insegnamento dell'uno o dell'altro
Pontefice, mai però perdendo di vista la coerenza
dell'intero corpus dottrinale [21].
Coerenza non significa chiusura in un sistema, quanto
piuttosto fedeltà dinamica a una luce ricevuta. La dottrina
sociale della Chiesa illumina con una luce che non muta i
problemi sempre nuovi che emergono [22].
Ciò salvaguarda il carattere sia permanente che storico di
questo « patrimonio » dottrinale [23]
che, con le sue specifiche caratteristiche, fa parte della
Tradizione sempre vitale della Chiesa [24].
La dottrina sociale è costruita sopra il fondamento
trasmesso dagli Apostoli ai Padri della Chiesa e poi accolto
e approfondito dai grandi Dottori cristiani. Tale dottrina
si rifà in definitiva all'Uomo nuovo, all'« ultimo Adamo che
divenne spirito datore di vita » (1
Cor 15,45) e che è principio della carità che «
non avrà mai fine » (1
Cor 13,8). È testimoniata dai Santi e da quanti
hanno dato la vita per Cristo Salvatore nel campo della
giustizia e della pace. In essa si esprime il compito
profetico dei Sommi Pontefici di guidare apostolicamente la
Chiesa di Cristo e di discernere le nuove esigenze
dell'evangelizzazione. Per queste ragioni, la
Populorum progressio, inserita nella grande corrente
della Tradizione, è in grado di parlare ancora a noi, oggi.
13.
Oltre al suo importante legame con l'intera dottrina sociale
della Chiesa, la
Populorum progressio è strettamente connessa con il
magistero complessivo di
Paolo VI e, in particolare, con il suo magistero
sociale. Il suo fu certo un insegnamento sociale di grande
rilevanza: egli ribadì l'imprescindibile importanza del
Vangelo per la costruzione della società secondo libertà e
giustizia, nella prospettiva ideale e storica di una civiltà
animata dall'amore.
Paolo VI comprese chiaramente come la questione sociale
fosse diventata mondiale [25]
e colse il richiamo reciproco tra la spinta all'unificazione
dell'umanità e l'ideale cristiano di un'unica famiglia dei
popoli, solidale nella comune fraternità. Indicò nello
sviluppo, umanamente e cristianamente inteso, il cuore del
messaggio sociale cristiano e propose la carità
cristiana come principale forza a servizio dello sviluppo.
Mosso dal desiderio di rendere l'amore di Cristo pienamente
visibile all'uomo contemporaneo,
Paolo VI affrontò con fermezza importanti questioni
etiche, senza cedere alle debolezze culturali del suo tempo.
14.
Con la Lettera apostolica
Octogesima adveniens del 1971,
Paolo VI trattò poi il tema del senso della politica e
del pericolo costituito da visioni utopistiche e
ideologiche che ne pregiudicavano la qualità etica e
umana. Sono argomenti strettamente collegati con lo
sviluppo. Purtroppo le ideologie negative fioriscono in
continuazione. Dall'ideologia tecnocratica, particolarmente
radicata oggi,
Paolo VI aveva già messo in guardia [26],
consapevole del grande pericolo di affidare l'intero
processo dello sviluppo alla sola tecnica, perché in tal
modo rimarrebbe senza orientamento. La tecnica, presa in se
stessa, è ambivalente. Se da un lato, oggi, vi è chi
propende ad affidarle interamente detto processo di
sviluppo, dall'altro si assiste all'insorgenza di ideologie
che negano in toto l'utilità stessa dello sviluppo,
ritenuto radicalmente anti-umano e portatore solo di
degradazione. Così, si finisce per condannare non solo il
modo distorto e ingiusto con cui gli uomini talvolta
orientano il progresso, ma le stesse scoperte scientifiche,
che, se ben usate, costituiscono invece un'opportunità di
crescita per tutti. L'idea di un mondo senza sviluppo
esprime sfiducia nell'uomo e in Dio. È, quindi, un grave
errore disprezzare le capacità umane di controllare le
distorsioni dello sviluppo o addirittura ignorare che l'uomo
è costitutivamente proteso verso l'« essere di più ».
Assolutizzare ideologicamente il progresso tecnico oppure
vagheggiare l'utopia di un'umanità tornata all'originario
stato di natura sono due modi opposti per separare il
progresso dalla sua valutazione morale e, quindi, dalla
nostra responsabilità.
15.
Altri due documenti di
Paolo VI non strettamente connessi con la dottrina
sociale — l'Enciclica
Humanae vitae, del 25 luglio 1968, e l'Esortazione
apostolica
Evangelii nuntiandi, dell'8 dicembre 1975 — sono
molto importanti per delineare il senso pienamente umano
dello sviluppo proposto dalla Chiesa. È quindi opportuno
leggere anche questi testi in relazione con la
Populorum progressio.
L'Enciclica
Humanae vitae sottolinea il significato insieme
unitivo e procreativo della sessualità, ponendo così a
fondamento della società la coppia degli sposi, uomo e
donna, che si accolgono reciprocamente nella distinzione e
nella complementarità; una coppia, dunque, aperta alla vita
[27]. Non si
tratta di morale meramente individuale: la
Humanae vitae indica i forti legami esistenti tra
etica della vita ed etica sociale, inaugurando una
tematica magisteriale che ha via via preso corpo in vari
documenti, da ultimo nell'Enciclica
Evangelium vitae di
Giovanni Paolo II [28].
La Chiesa propone con forza questo collegamento tra etica
della vita e etica sociale nella consapevolezza che non può
“avere solide basi una società che — mentre afferma valori
quali la dignità della persona, la giustizia e la pace — si
contraddice radicalmente accettando e tollerando le più
diverse forme di disistima e violazione della vita umana,
soprattutto se debole ed emarginata” [29].
L'Esortazione
apostolica
Evangelii nuntiandi, per parte sua, ha un rapporto
molto intenso con lo sviluppo, in quanto «
l'evangelizzazione — scriveva
Paolo VI — non sarebbe completa se non tenesse conto del
reciproco appello, che si fanno continuamente il Vangelo e
la vita concreta, personale e sociale, dell'uomo » [30].
« Tra evangelizzazione e promozione umana — sviluppo,
liberazione — ci sono infatti dei legami profondi » [31]:
partendo da questa consapevolezza,
Paolo VI poneva in modo chiaro il rapporto tra
l'annuncio di Cristo e la promozione della persona nella
società. La testimonianza della carità di Cristo
attraverso opere di giustizia, pace e sviluppo fa parte
della evangelizzazione, perché a Gesù Cristo, che ci
ama, sta a cuore tutto l'uomo. Su questi importanti
insegnamenti si fonda l'aspetto missionario [32]
della dottrina sociale della Chiesa come elemento essenziale
di evangelizzazione [33].
La dottrina sociale della Chiesa è annuncio e testimonianza
di fede. È strumento e luogo imprescindibile di educazione
ad essa.
16.
Nella
Populorum progressio,
Paolo VI ha voluto dirci, prima di tutto, che il
progresso è, nella sua scaturigine e nella sua essenza, una
vocazione: « Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a
uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione » [34].
È proprio questo fatto a legittimare l'intervento della
Chiesa nelle problematiche dello sviluppo. Se esso
riguardasse solo aspetti tecnici della vita dell'uomo, e non
il senso del suo camminare nella storia assieme agli altri
suoi fratelli né l'individuazione della meta di tale
cammino, la Chiesa non avrebbe titolo per parlarne.
Paolo VI, come già
Leone XIII nella
Rerum novarum [35],
era consapevole di assolvere un dovere proprio del suo
ufficio proiettando la luce del Vangelo sulle questioni
sociali del suo tempo [36].
Dire che lo
sviluppo è vocazione equivale a riconoscere, da una
parte, che esso nasce da un appello trascendente e,
dall'altra, che è incapace di darsi da sé il proprio
significato ultimo. Non senza motivo la parola « vocazione »
ricorre anche in un altro passo dell'Enciclica, ove si
afferma: « Non vi è dunque umanesimo vero se non aperto
verso l'Assoluto, nel riconoscimento d'una vocazione, che
offre l'idea vera della vita umana » [37].
Questa visione dello sviluppo è il cuore della
Populorum progressio e motiva tutte le riflessioni
di
Paolo VI sulla libertà, sulla verità e sulla carità
nello sviluppo. È anche la ragione principale per cui
quell'Enciclica è ancora attuale ai nostri giorni.
17.
La vocazione è un appello che richiede una risposta libera e
responsabile. Lo sviluppo umano integrale suppone la
libertà responsabile della persona e dei popoli: nessuna
struttura può garantire tale sviluppo al di fuori e al di
sopra della responsabilità umana. I « messianismi carichi di
promesse, ma fabbricatori di illusioni » [38]
fondano sempre le proprie proposte sulla negazione della
dimensione trascendente dello sviluppo, nella sicurezza di
averlo tutto a propria disposizione. Questa falsa sicurezza
si tramuta in debolezza, perché comporta l'asservimento
dell'uomo ridotto a mezzo per lo sviluppo, mentre l'umiltà
di chi accoglie una vocazione si trasforma in vera
autonomia, perché rende libera la persona.
Paolo VI non ha dubbi che ostacoli e condizionamenti
frenino lo sviluppo, ma è anche certo che « ciascuno rimane,
qualunque siano le influenze che si esercitano su di lui,
l'artefice della sua riuscita o del suo fallimento » [39].
Questa libertà riguarda lo sviluppo che abbiamo davanti a
noi ma, contemporaneamente, riguarda anche le situazioni di
sottosviluppo, che non sono frutto del caso o di una
necessità storica, ma dipendono dalla responsabilità umana.
È per questo che « i popoli della fame interpellano oggi in
maniera drammatica i popoli dell'opulenza » [40].
Anche questo è vocazione, un appello rivolto da uomini
liberi a uomini liberi per una comune assunzione di
responsabilità. Fu viva in
Paolo VI la percezione dell'importanza delle strutture
economiche e delle istituzioni, ma altrettanto chiara fu in
lui la percezione della loro natura di strumenti della
libertà umana. Solo se libero, lo sviluppo può essere
integralmente umano; solo in un regime di libertà
responsabile esso può crescere in maniera adeguata.
18.
Oltre a richiedere la libertà, lo sviluppo umano
integrale come vocazione esige anche che se ne rispetti la
verità. La vocazione al progresso spinge gli uomini a «
fare, conoscere e avere di più, per essere di più » [41].
Ma ecco il problema: che cosa significa « essere di più »?
Alla domanda
Paolo VI risponde indicando la connotazione essenziale
dell'« autentico sviluppo »: esso « deve essere integrale,
il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di
tutto l'uomo » [42].
Nella concorrenza tra le varie visioni dell'uomo, che
vengono proposte nella società di oggi ancor più che in
quella di
Paolo VI, la visione cristiana ha la peculiarità di
affermare e giustificare il valore incondizionato della
persona umana e il senso della sua crescita. La vocazione
cristiana allo sviluppo aiuta a perseguire la promozione di
tutti gli uomini e di tutto l'uomo. Scriveva
Paolo VI: « Ciò che conta per noi è l'uomo, ogni uomo,
ogni gruppo d'uomini, fino a comprendere l'umanità tutta
intera » [43].
La fede cristiana si occupa dello sviluppo non contando su
privilegi o su posizioni di potere e neppure sui meriti dei
cristiani, che pure ci sono stati e ci sono anche oggi
accanto a naturali limiti [44],
ma solo su Cristo, al Quale va riferita ogni autentica
vocazione allo sviluppo umano integrale. Il Vangelo è
elemento fondamentale dello sviluppo, perché in esso
Cristo, « rivelando il mistero del Padre e del suo amore,
svela anche pienamente l'uomo all'uomo » [45].
Ammaestrata dal suo Signore, la Chiesa scruta i segni dei
tempi e li interpreta ed offre al mondo « ciò che possiede
in proprio: una visione globale dell'uomo e dell'umanità » [46].
Proprio perché Dio pronuncia il più grande « sì » all'uomo [47],
l'uomo non può fare a meno di aprirsi alla vocazione divina
per realizzare il proprio sviluppo. La verità dello sviluppo
consiste nella sua integralità: se non è di tutto l'uomo e
di ogni uomo, lo sviluppo non è vero sviluppo. Questo è il
messaggio centrale della
Populorum progressio, valido oggi e sempre. Lo
sviluppo umano integrale sul piano naturale, risposta a una
vocazione di Dio creatore [48],
domanda il proprio inveramento in un « umanesimo
trascendente, che ... conferisce [all'uomo] la sua più
grande pienezza: questa è la finalità suprema dello sviluppo
personale » [49].
La vocazione cristiana a tale sviluppo riguarda dunque sia
il piano naturale sia quello soprannaturale; motivo per cui,
« quando Dio viene eclissato, la nostra capacità di
riconoscere l'ordine naturale, lo scopo e il “bene” comincia
a svanire » [50].
19.
Infine, la visione dello sviluppo come vocazione comporta la
centralità in esso della carità.
Paolo VI nell'Enciclica
Populorum progressio osservava che le cause del
sottosviluppo non sono primariamente di ordine materiale.
Egli ci invitava a ricercarle in altre dimensioni dell'uomo.
Nella volontà, prima di tutto, che spesso disattende i
doveri della solidarietà. Nel pensiero, in secondo luogo,
che non sempre sa orientare convenientemente il volere. Per
questo, nel perseguimento dello sviluppo, servono « uomini
di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla
ricerca d'un umanesimo nuovo, che permetta all'uomo moderno
di ritrovare se stesso » [51].
Ma non è tutto. Il sottosviluppo ha una causa ancora più
importante della carenza di pensiero: è « la mancanza di
fraternità tra gli uomini e tra i popoli » [52].
Questa fraternità, gli uomini potranno mai ottenerla da
soli? La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma
non ci rende fratelli. La ragione, da sola, è in grado di
cogliere l'uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una
convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la
fraternità. Questa ha origine da una vocazione trascendente
di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per
mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna.
Paolo VI, presentando i vari livelli del processo di
sviluppo dell'uomo, poneva al vertice, dopo aver menzionato
la fede, « l'unità nella carità del Cristo che ci chiama
tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio
vivente, Padre di tutti gli uomini » [53].
20.
Queste prospettive, aperte dalla
Populorum progressio, rimangono fondamentali per
dare respiro e orientamento al nostro impegno per lo
sviluppo dei popoli. La
Populorum progressio, poi, sottolinea ripetutamente
l'urgenza delle riforme [54]
e chiede che davanti ai grandi problemi dell'ingiustizia
nello sviluppo dei popoli si agisca con coraggio e senza
indugio. Questa urgenza è dettata anche dalla carità
nella verità. È la carità di Cristo che ci spinge: «
caritas Christi urget nos » (2 Cor 5,14).
L'urgenza è inscritta non solo nelle cose, non deriva
soltanto dall'incalzare degli avvenimenti e dei problemi, ma
anche dalla stessa posta in palio: la realizzazione di
un'autentica fraternità. La rilevanza di questo obiettivo è
tale da esigere la nostra apertura a capirlo fino in fondo e
a mobilitarci in concreto con il « cuore », per far evolvere
gli attuali processi economici e sociali verso esiti
pienamente umani.
CAPITOLO SECONDO
LO SVILUPPO UMANO
NEL NOSTRO TEMPO
21.
Paolo VI aveva una visione articolata dello sviluppo.
Con il termine « sviluppo » voleva indicare l'obiettivo di
far uscire i popoli anzitutto dalla fame, dalla miseria,
dalle malattie endemiche e dall'analfabetismo. Dal punto di
vista economico, ciò significava la loro partecipazione
attiva e in condizioni di parità al processo economico
internazionale; dal punto di vista sociale, la loro
evoluzione verso società istruite e solidali; dal punto di
vista politico, il consolidamento di regimi democratici in
grado di assicurare libertà e pace. Dopo tanti anni, mentre
guardiamo con preoccupazione agli sviluppi e alle
prospettive delle crisi che si susseguono in questi tempi,
ci domandiamo quanto le aspettative di Paolo VI siano state
soddisfatte dal modello di sviluppo che è stato adottato
negli ultimi decenni. Riconosciamo pertanto che erano
fondate le preoccupazioni della Chiesa sulle capacità
dell'uomo solo tecnologico di sapersi dare obiettivi
realistici e di saper gestire sempre adeguatamente gli
strumenti a disposizione. Il profitto è utile se, in quanto
mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso
tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo.
L'esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza
il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere
ricchezza e creare povertà. Lo sviluppo economico che
auspicava
Paolo VI doveva essere tale da produrre una crescita
reale, estensibile a tutti e concretamente sostenibile. È
vero che lo sviluppo c'è stato e continua ad essere un
fattore positivo che ha tolto dalla miseria miliardi di
persone e, ultimamente, ha dato a molti Paesi la possibilità
di diventare attori efficaci della politica internazionale.
Va tuttavia riconosciuto che lo stesso sviluppo economico è
stato e continua ad essere gravato da distorsioni e
drammatici problemi, messi ancora più in risalto
dall'attuale situazione di crisi. Essa ci pone
improrogabilmente di fronte a scelte che riguardano sempre
più il destino stesso dell'uomo, il quale peraltro non può
prescindere dalla sua natura. Le forze tecniche in campo, le
interrelazioni planetarie, gli effetti deleteri
sull'economia reale di un'attività finanziaria mal
utilizzata e per lo più speculativa, gli imponenti flussi
migratori, spesso solo provocati e non poi adeguatamente
gestiti, lo sfruttamento sregolato delle risorse della
terra, ci inducono oggi a riflettere sulle misure necessarie
per dare soluzione a problemi non solo nuovi rispetto a
quelli affrontati dal Papa
Paolo VI, ma anche, e soprattutto, di impatto decisivo
per il bene presente e futuro dell'umanità. Gli aspetti
della crisi e delle sue soluzioni, nonché di un futuro nuovo
possibile sviluppo, sono sempre più interconnessi, si
implicano a vicenda, richiedono nuovi sforzi di comprensione
unitaria e una nuova sintesi umanistica. La
complessità e gravità dell'attuale situazione economica
giustamente ci preoccupa, ma dobbiamo assumere con realismo,
fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui ci chiama
lo scenario di un mondo che ha bisogno di un profondo
rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo
su cui costruire un futuro migliore. La crisi ci obbliga a
riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a
trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze
positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa
così occasione di discernimento e di nuova progettualità.
In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata,
conviene affrontare le difficoltà del momento presente.
22.
Oggi il quadro dello sviluppo è policentrico. Gli
attori e le cause sia del sottosviluppo sia dello sviluppo
sono molteplici, le colpe e i meriti sono differenziati.
Questo dato dovrebbe spingere a liberarsi dalle ideologie,
che semplificano in modo spesso artificioso la realtà, e
indurre a esaminare con obiettività lo spessore umano dei
problemi. La linea di demarcazione tra Paesi ricchi e poveri
non è più così netta come ai tempi della
Populorum progressio, secondo quanto già aveva
segnalato
Giovanni Paolo II [55].
Cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma
aumentano le disparità. Nei Paesi ricchi nuove categorie
sociali si impoveriscono e nascono nuove povertà. In aree
più povere alcuni gruppi godono di una sorta di
supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in
modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria
disumanizzante. Continua « lo scandalo di disuguaglianze
clamorose » [56].
La corruzione e l'illegalità sono purtroppo presenti sia nel
comportamento di soggetti economici e politici dei Paesi
ricchi, vecchi e nuovi, sia negli stessi Paesi poveri. A non
rispettare i diritti umani dei lavoratori sono a volte
grandi imprese transnazionali e anche gruppi di produzione
locale. Gli aiuti internazionali sono stati spesso distolti
dalle loro finalità, per irresponsabilità che si annidano
sia nella catena dei soggetti donatori sia in quella dei
fruitori. Anche nell'ambito delle cause immateriali o
culturali dello sviluppo e del sottosviluppo possiamo
trovare la medesima articolazione di responsabilità. Ci sono
forme eccessive di protezione della conoscenza da parte dei
Paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto
di proprietà intellettuale, specialmente nel campo
sanitario. Nello stesso tempo, in alcuni Paesi poveri
persistono modelli culturali e norme sociali di
comportamento che rallentano il processo di sviluppo.
23.
Molte aree del pianeta, oggi, seppure in modo problematico e
non omogeneo, si sono evolute, entrando nel novero delle
grandi potenze destinate a giocare ruoli importanti nel
futuro. Va tuttavia sottolineato come non sia sufficiente
progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico.
Bisogna che lo sviluppo sia anzitutto vero e integrale.
L'uscita dall'arretratezza economica, un dato in sé
positivo, non risolve la complessa problematica della
promozione dell'uomo, né per i Paesi protagonisti di questi
avanzamenti, né per i Paesi economicamente già sviluppati,
né per quelli ancora poveri, i quali possono soffrire, oltre
che delle vecchie forme di sfruttamento, anche delle
conseguenze negative derivanti da una crescita
contrassegnata da distorsioni e squilibri.
Dopo il crollo dei
sistemi economici e politici dei Paesi comunisti dell'Europa
orientale e la fine dei cosiddetti “blocchi contrapposti”,
sarebbe stato necessario un complessivo ripensamento dello
sviluppo. Lo aveva chiesto
Giovanni Paolo II, il quale nel 1987 aveva indicato
l'esistenza di questi “blocchi” come una delle principali
cause del sottosviluppo [57],
in quanto la politica sottraeva risorse all'economia e alla
cultura e l'ideologia inibiva la libertà. Nel 1991, dopo gli
avvenimenti del 1989, egli chiese anche che, alla fine dei
“blocchi”, corrispondesse una riprogettazione globale dello
sviluppo, non solo in quei Paesi, ma anche in Occidente e in
quelle parti del mondo che andavano evolvendosi [58].
Questo è avvenuto solo in parte e continua ad essere un
reale dovere al quale occorre dare soddisfazione, magari
profittando proprio delle scelte necessarie a superare gli
attuali problemi economici.
24.
Il mondo che
Paolo VI aveva davanti a sé, benché il processo di
socializzazione fosse già avanzato così che egli poteva
parlare di una questione sociale divenuta mondiale, era
ancora molto meno integrato di quello odierno. Attività
economica e funzione politica si svolgevano in gran parte
dentro lo stesso ambito spaziale e potevano quindi fare
reciproco affidamento. L'attività produttiva avveniva
prevalentemente all'interno dei confini nazionali e gli
investimenti finanziari avevano una circolazione piuttosto
limitata all'estero, sicché la politica di molti Stati
poteva ancora fissare le priorità dell'economia e, in
qualche modo, governarne l'andamento con gli strumenti di
cui ancora disponeva. Per questo motivo la
Populorum progressio assegnava un compito centrale,
anche se non esclusivo, ai « poteri pubblici » [59].
Nella nostra epoca,
lo Stato si trova nella situazione di dover far fronte alle
limitazioni che alla sua sovranità frappone il nuovo
contesto economico-commerciale e finanziario internazionale,
contraddistinto anche da una crescente mobilità dei capitali
finanziari e dei mezzi di produzione materiali ed
immateriali. Questo nuovo contesto ha modificato il potere
politico degli Stati.
Oggi, facendo anche
tesoro della lezione che ci viene dalla crisi economica in
atto che vede i pubblici poteri dello Stato impegnati
direttamente a correggere errori e disfunzioni, sembra più
realistica una rinnovata valutazione del loro ruolo e
del loro potere, che vanno saggiamente riconsiderati e
rivalutati in modo che siano in grado, anche attraverso
nuove modalità di esercizio, di far fronte alle sfide del
mondo odierno. Con un meglio calibrato ruolo dei pubblici
poteri, è prevedibile che si rafforzino quelle nuove forme
di partecipazione alla politica nazionale e internazionale
che si realizzano attraverso l'azione delle Organizzazioni
operanti nella società civile; in tale direzione è
auspicabile che crescano un'attenzione e una partecipazione
più sentite alla res publica da parte dei cittadini.
25.
Dal punto di vista sociale, i sistemi di protezione e
previdenza, già presenti ai tempi di
Paolo VI in molti Paesi, faticano e potrebbero faticare
ancor più in futuro a perseguire i loro obiettivi di vera
giustizia sociale entro un quadro di forze profondamente
mutato. Il mercato diventato globale ha stimolato anzitutto,
da parte di Paesi ricchi, la ricerca di aree dove
delocalizzare le produzioni di basso costo al fine di
ridurre i prezzi di molti beni, accrescere il potere di
acquisto e accelerare pertanto il tasso di sviluppo centrato
su maggiori consumi per il proprio mercato interno.
Conseguentemente, il mercato ha stimolato forme nuove di
competizione tra Stati allo scopo di attirare centri
produttivi di imprese straniere, mediante vari strumenti,
tra cui un fisco favorevole e la deregolamentazione del
mondo del lavoro. Questi processi hanno comportato la
riduzione delle reti di sicurezza sociale in cambio
della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato
globale, con grave pericolo per i diritti dei lavoratori,
per i diritti fondamentali dell'uomo e per la solidarietà
attuata nelle tradizionali forme dello Stato sociale. I
sistemi di sicurezza sociale possono perdere la capacità di
assolvere al loro compito, sia nei Paesi emergenti, sia in
quelli di antico sviluppo, oltre che nei Paesi poveri. Qui
le politiche di bilancio, con i tagli alla spesa sociale,
spesso anche promossi dalle Istituzioni finanziarie
internazionali, possono lasciare i cittadini impotenti di
fronte a rischi vecchi e nuovi; tale impotenza è accresciuta
dalla mancanza di protezione efficace da parte delle
associazioni dei lavoratori. L'insieme dei cambiamenti
sociali ed economici fa sì che le organizzazioni
sindacali sperimentino maggiori difficoltà a svolgere il
loro compito di rappresentanza degli interessi dei
lavoratori, anche per il fatto che i Governi, per ragioni di
utilità economica, limitano spesso le libertà sindacali o la
capacità negoziale dei sindacati stessi. Le reti di
solidarietà tradizionali trovano così crescenti ostacoli da
superare. L'invito della dottrina sociale della Chiesa,
cominciando dalla
Rerum novarum [60],
a dar vita ad associazioni di lavoratori per la difesa dei
propri diritti va pertanto onorato oggi ancor più di ieri,
dando innanzitutto una risposta pronta e lungimirante
all'urgenza di instaurare nuove sinergie a livello
internazionale, oltre che locale.
La mobilità
lavorativa, associata alla deregolamentazione
generalizzata, è stata un fenomeno importante, non privo di
aspetti positivi perché capace di stimolare la produzione di
nuova ricchezza e lo scambio tra culture diverse. Tuttavia,
quando l'incertezza circa le condizioni di lavoro, in
conseguenza dei processi di mobilità e di
deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di
instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri
percorsi coerenti nell'esistenza, compreso anche quello
verso il matrimonio. Conseguenza di ciò è il formarsi di
situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale.
Rispetto a quanto accadeva nella società industriale del
passato, oggi la disoccupazione provoca aspetti nuovi di
irrilevanza economica e l'attuale crisi può solo peggiorare
tale situazione. L'estromissione dal lavoro per lungo tempo,
oppure la dipendenza prolungata dall'assistenza pubblica o
privata, minano la libertà e la creatività della persona e i
suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul
piano psicologico e spirituale. Desidererei ricordare a
tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo
rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il
primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l'uomo, la
persona, nella sua integrità: “L'uomo infatti è
l'autore, il centro e il fine di tutta la vita
economico-sociale” [61].
26.
Sul piano culturale, rispetto all'epoca di
Paolo VI, la differenza è ancora più marcata. Allora le
culture erano piuttosto ben definite e avevano maggiori
possibilità di difendersi dai tentativi di omogeneizzazione
culturale. Oggi le possibilità di interazione tra le
culture sono notevolmente aumentate dando spazio a nuove
prospettive di dialogo interculturale, un dialogo che, per
essere efficace, deve avere come punto di partenza l'intima
consapevolezza della specifica identità dei vari
interlocutori. Non va tuttavia trascurato il fatto che
l'accresciuta mercificazione degli scambi culturali
favorisce oggi un duplice pericolo. Si nota, in primo luogo,
un eclettismo culturale assunto spesso acriticamente:
le culture vengono semplicemente accostate e considerate
come sostanzialmente equivalenti e tra loro
interscambiabili. Ciò favorisce il cedimento ad un
relativismo che non aiuta il vero dialogo interculturale;
sul piano sociale il relativismo culturale fa sì che i
gruppi culturali si accostino o convivano ma separati, senza
dialogo autentico e, quindi, senza vera integrazione. In
secondo luogo, esiste il pericolo opposto, che è costituito
dall'appiattimento culturale e dall'omologazione dei
comportamenti e degli stili di vita. In questo modo viene
perduto il significato profondo della cultura delle varie
Nazioni, delle tradizioni dei vari popoli, entro le quali la
persona si misura con le domande fondamentali dell'esistenza
[62].
Eclettismo e appiattimento culturale convergono nella
separazione della cultura dalla natura umana. Così, le
culture non sanno più trovare la loro misura in una natura
che le trascende [63],
finendo per ridurre l'uomo a solo dato culturale. Quando
questo avviene, l'umanità corre nuovi pericoli di
asservimento e di manipolazione.
27.
In molti Paesi poveri permane e rischia di accentuarsi
l'estrema insicurezza di vita, che è conseguenza della
carenza di alimentazione: la fame miete ancora
moltissime vittime tra i tanti Lazzaro ai quali non è
consentito, come aveva auspicato
Paolo VI, di sedersi alla mensa del ricco epulone [64].
Dare da mangiare agli affamati (cfr
Mt
25, 35.37.42) è un imperativo etico per la Chiesa
universale, che risponde agli insegnamenti di solidarietà e
di condivisione del suo Fondatore, il Signore Gesù. Inoltre,
eliminare la fame nel mondo è divenuta, nell'era della
globalizzazione, anche un traguardo da perseguire per
salvaguardare la pace e la stabilità del pianeta. La fame
non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da
scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è
di natura istituzionale. Manca, cioè, un assetto di
istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso
al cibo e all'acqua regolare e adeguato dal punto di vista
nutrizionale, sia di fronteggiare le necessità connesse con
i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi
alimentari, provocate da cause naturali o
dall'irresponsabilità politica nazionale e internazionale.
Il problema dell'insicurezza alimentare va affrontato in una
prospettiva di lungo periodo, eliminando le cause
strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo
agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in
infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in
trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e
diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di
utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e
socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale,
in modo da garantire una loro sostenibilità anche nel lungo
periodo. Tutto ciò va realizzato coinvolgendo le comunità
locali nelle scelte e nelle decisioni relative all'uso della
terra coltivabile. In tale prospettiva, potrebbe risultare
utile considerare le nuove frontiere che vengono aperte da
un corretto impiego delle tecniche di produzione agricola
tradizionali e di quelle innovative, supposto che esse siano
state dopo adeguata verifica riconosciute opportune,
rispettose dell'ambiente e attente alle popolazioni più
svantaggiate. Al tempo stesso, non dovrebbe venir trascurata
la questione di un'equa riforma agraria nei Paesi in via di
sviluppo. Il diritto all'alimentazione, così come quello
all'acqua, rivestono un ruolo importante per il
conseguimento di altri diritti, ad iniziare, innanzitutto,
dal diritto primario alla vita. È necessario, pertanto, che
maturi una coscienza solidale che consideri
l'alimentazione e l'accesso all'acqua come diritti
universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né
discriminazioni [65].
È importante inoltre evidenziare come la via solidaristica
allo sviluppo dei Paesi poveri possa costituire un progetto
di soluzione della crisi globale in atto, come uomini
politici e responsabili di Istituzioni internazionali hanno
negli ultimi tempi intuito. Sostenendo mediante piani di
finanziamento ispirati a solidarietà i Paesi economicamente
poveri, perché provvedano essi stessi a soddisfare le
domande di beni di consumo e di sviluppo dei propri
cittadini, non solo si può produrre vera crescita economica,
ma si può anche concorrere a sostenere le capacità
produttive dei Paesi ricchi che rischiano di esser
compromesse dalla crisi.
28.
Uno degli aspetti più evidenti dello sviluppo odierno è
l'importanza del tema del rispetto per la vita, che
non può in alcun modo essere disgiunto dalle questioni
relative allo sviluppo dei popoli. Si tratta di un aspetto
che negli ultimi tempi sta assumendo una rilevanza sempre
maggiore, obbligandoci ad allargare i concetti di povertà [66]
e di sottosviluppo alle questioni collegate con
l'accoglienza della vita, soprattutto là dove essa è in
vario modo impedita.
Non solo la
situazione di povertà provoca ancora in molte regioni alti
tassi di mortalità infantile, ma perdurano in varie parti
del mondo pratiche di controllo demografico da parte dei
governi, che spesso diffondono la contraccezione e giungono
a imporre anche l'aborto. Nei Paesi economicamente più
sviluppati, le legislazioni contrarie alla vita sono molto
diffuse e hanno ormai condizionato il costume e la prassi,
contribuendo a diffondere una mentalità antinatalista che
spesso si cerca di trasmettere anche ad altri Stati come se
fosse un progresso culturale.
Alcune Organizzazioni
non governative, poi, operano attivamente per la diffusione
dell'aborto, promuovendo talvolta nei Paesi poveri
l'adozione della pratica della sterilizzazione, anche su
donne inconsapevoli. Vi è inoltre il fondato sospetto che a
volte gli stessi aiuti allo sviluppo vengano collegati a
determinate politiche sanitarie implicanti di fatto
l'imposizione di un forte controllo delle nascite.
Preoccupanti sono altresì tanto le legislazioni che
prevedono l'eutanasia quanto le pressioni di gruppi
nazionali e internazionali che ne rivendicano il
riconoscimento giuridico.
L'apertura alla
vita è al centro del vero sviluppo. Quando una società
s'avvia verso la negazione e la soppressione della vita,
finisce per non trovare più le motivazioni e le energie
necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene
dell'uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale
verso l'accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di
accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono [67].
L'accoglienza della vita tempra le energie morali e rende
capaci di aiuto reciproco. Coltivando l'apertura alla vita,
i popoli ricchi possono comprendere meglio le necessità di
quelli poveri, evitare di impiegare ingenti risorse
economiche e intellettuali per soddisfare desideri egoistici
tra i propri cittadini e promuovere, invece, azioni virtuose
nella prospettiva di una produzione moralmente sana e
solidale, nel rispetto del diritto fondamentale di ogni
popolo e di ogni persona alla vita.
29.
C'è un altro aspetto della vita di oggi, collegato in modo
molto stretto con lo sviluppo: la negazione del diritto
alla libertà religiosa. Non mi riferisco solo alle lotte
e ai conflitti che nel mondo ancora si combattono per
motivazioni religiose, anche se talvolta quella religiosa è
solo la copertura di ragioni di altro genere, quali la sete
di dominio e di ricchezza. Di fatto, oggi spesso si uccide
nel nome sacro di Dio, come più volte è stato pubblicamente
rilevato e deplorato dal mio predecessore
Giovanni Paolo II e da me stesso [68].
Le violenze frenano lo sviluppo autentico e impediscono
l'evoluzione dei popoli verso un maggiore benessere
socio-economico e spirituale. Ciò si applica specialmente al
terrorismo a sfondo fondamentalista [69],
che genera dolore, devastazione e morte, blocca il dialogo
tra le Nazioni e distoglie grandi risorse dal loro impiego
pacifico e civile. Va però aggiunto che, oltre al fanatismo
religioso che in alcuni contesti impedisce l'esercizio del
diritto di libertà di religione, anche la promozione
programmata dell'indifferenza religiosa o dell'ateismo
pratico da parte di molti Paesi contrasta con le necessità
dello sviluppo dei popoli, sottraendo loro risorse
spirituali e umane. Dio è il garante del vero sviluppo
dell'uomo, in quanto, avendolo creato a sua immagine, ne
fonda altresì la trascendente dignità e ne alimenta il
costitutivo anelito ad “essere di più”. L'uomo non è un
atomo sperduto in un universo casuale [70],
ma è una creatura di Dio, a cui Egli ha voluto donare
un'anima immortale e che ha da sempre amato. Se l'uomo fosse
solo frutto o del caso o della necessità, oppure se dovesse
ridurre le sue aspirazioni all'orizzonte ristretto delle
situazioni in cui vive, se tutto fosse solo storia e
cultura, e l'uomo non avesse una natura destinata a
trascendersi in una vita soprannaturale, si potrebbe parlare
di incremento o di evoluzione, ma non di sviluppo. Quando lo
Stato promuove, insegna, o addirittura impone, forme di
ateismo pratico, sottrae ai suoi cittadini la forza morale e
spirituale indispensabile per impegnarsi nello sviluppo
umano integrale e impedisce loro di avanzare con rinnovato
dinamismo nel proprio impegno per una più generosa risposta
umana all'amore divino [71].
Capita anche che i Paesi economicamente sviluppati o quelli
emergenti esportino nei Paesi poveri, nel contesto dei loro
rapporti culturali, commerciali e politici, questa visione
riduttiva della persona e del suo destino. È il danno che il
« supersviluppo » [72]
procura allo sviluppo autentico, quando è accompagnato dal «
sottosviluppo morale » [73].
30.
In questa linea, il tema dello sviluppo umano integrale
assume una portata ancora più complessa: la correlazione tra
i molteplici suoi elementi richiede che ci si impegni per
far interagire i diversi livelli del sapere umano in
vista della promozione di un vero sviluppo dei popoli.
Spesso si ritiene che lo sviluppo, o i provvedimenti
socio-economici relativi, richiedano solo di essere attuati
quale frutto di un agire comune. Questo agire comune, però,
ha bisogno di essere orientato, perché « ogni azione sociale
implica una dottrina » [74].
Considerata la complessità dei problemi, è ovvio che le
varie discipline debbano collaborare mediante una
interdisciplinarità ordinata. La carità non esclude il
sapere, anzi lo richiede, lo promuove e lo anima
dall'interno. Il sapere non è mai solo opera
dell'intelligenza. Può certamente essere ridotto a calcolo e
ad esperimento, ma se vuole essere sapienza capace di
orientare l'uomo alla luce dei principi primi e dei suoi
fini ultimi, deve essere “condito” con il « sale » della
carità. Il fare è cieco senza il sapere e il sapere è
sterile senza l'amore. Infatti, « colui che è animato da una
vera carità è ingegnoso nello scoprire le cause della
miseria, nel trovare i mezzi per combatterla, nel vincerla
risolutamente » [75].
Nei confronti dei fenomeni che abbiamo davanti, la carità
nella verità richiede prima di tutto di conoscere e di
capire, nella consapevolezza e nel rispetto della competenza
specifica di ogni livello del sapere. La carità non è
un'aggiunta posteriore, quasi un'appendice a lavoro ormai
concluso delle varie discipline, bensì dialoga con esse fin
dall'inizio. Le esigenze dell'amore non contraddicono quelle
della ragione. Il sapere umano è insufficiente e le
conclusioni delle scienze non potranno indicare da sole la
via verso lo sviluppo integrale dell'uomo. C'è sempre
bisogno di spingersi più in là: lo richiede la carità nella
verità [76].
Andare oltre, però, non significa mai prescindere dalle
conclusioni della ragione né contraddire i suoi risultati.
Non c'è l'intelligenza e poi l'amore: ci sono l'amore
ricco di intelligenza e l'intelligenza piena di amore.
31.
Questo significa che le valutazioni morali e la ricerca
scientifica devono crescere insieme e che la carità deve
animarle in un tutto armonico interdisciplinare, fatto di
unità e di distinzione. La dottrina sociale della Chiesa,
che ha « un'importante dimensione interdisciplinare »
[77], può
svolgere, in questa prospettiva, una funzione di
straordinaria efficacia. Essa consente alla fede, alla
teologia, alla metafisica e alle scienze di trovare il loro
posto entro una collaborazione a servizio dell'uomo. È
soprattutto qui che la dottrina sociale della Chiesa attua
la sua dimensione sapienziale.
Paolo VI aveva visto con chiarezza che tra le cause del
sottosviluppo c'è una mancanza di sapienza, di riflessione,
di pensiero in grado di operare una sintesi orientativa [78],
per la quale si richiede « una visione chiara di tutti gli
aspetti economici, sociali, culturali e spirituali » [79].
L'eccessiva settorialità del sapere [80],
la chiusura delle scienze umane alla metafisica [81],
le difficoltà del dialogo tra le scienze e la teologia sono
di danno non solo allo sviluppo del sapere, ma anche allo
sviluppo dei popoli, perché, quando ciò si verifica, viene
ostacolata la visione dell'intero bene dell'uomo nelle varie
dimensioni che lo caratterizzano. L'« allargamento del
nostro concetto di ragione e dell'uso di essa » [82]
è indispensabile per riuscire a pesare adeguatamente tutti i
termini della questione dello sviluppo e della soluzione dei
problemi socio-economici.
32.
Le grandi novità, che il quadro dello sviluppo dei popoli
oggi presenta, pongono in molti casi l'esigenza di
soluzioni nuove. Esse vanno cercate insieme nel rispetto
delle leggi proprie di ogni realtà e alla luce di una
visione integrale dell'uomo, che rispecchi i vari aspetti
della persona umana, contemplata con lo sguardo purificato
dalla carità. Si scopriranno allora singolari convergenze e
concrete possibilità di soluzione, senza rinunciare ad
alcuna componente fondamentale della vita umana.
La dignità della
persona e le esigenze della giustizia richiedono che,
soprattutto oggi, le scelte economiche non facciano
aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le
differenze di ricchezza [83]
e che si continui a perseguire quale priorità l'obiettivo
dell'accesso al lavoro o del suo mantenimento, per
tutti. A ben vedere, ciò è esigito anche dalla « ragione
economica ». L'aumento sistemico delle ineguaglianze tra
gruppi sociali all'interno di un medesimo Paese e tra le
popolazioni dei vari Paesi, ossia l'aumento massiccio della
povertà in senso relativo, non solamente tende a erodere la
coesione sociale, e per questa via mette a rischio la
democrazia, ma ha anche un impatto negativo sul piano
economico, attraverso la progressiva erosione del « capitale
sociale », ossia di quell'insieme di relazioni di fiducia,
di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad
ogni convivenza civile.
È sempre la scienza
economica a dirci che una strutturale situazione di
insicurezza genera atteggiamenti antiproduttivi e di spreco
di risorse umane, in quanto il lavoratore tende ad adattarsi
passivamente ai meccanismi automatici, anziché liberare
creatività. Anche su questo punto c'è una convergenza tra
scienza economica e valutazione morale. I costi umani
sono sempre anche costi economici e le disfunzioni
economiche comportano sempre anche costi umani.
Va poi ricordato che
l'appiattimento delle culture sulla dimensione tecnologica,
se nel breve periodo può favorire l'ottenimento di profitti,
nel lungo periodo ostacola l'arricchimento reciproco e le
dinamiche collaborative. È importante distinguere tra
considerazioni economiche o sociologiche di breve e di lungo
termine. L'abbassamento del livello di tutela dei diritti
dei lavoratori o la rinuncia a meccanismi di ridistribuzione
del reddito per far acquisire al Paese maggiore
competitività internazionale impediscono l'affermarsi di uno
sviluppo di lunga durata. Vanno, allora, attentamente
valutate le conseguenze sulle persone delle tendenze attuali
verso un'economia del breve, talvolta brevissimo termine.
Ciò richiede una nuova e approfondita riflessione sul
senso dell'economia e dei suoi fini [84],
nonché una revisione profonda e lungimirante del modello di
sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni.
Lo esige, in realtà, lo stato di salute ecologica del
pianeta; soprattutto lo richiede la crisi culturale e morale
dell'uomo, i cui sintomi da tempo sono evidenti in ogni
parte del mondo.
33.
Oltre quarant'anni dopo la
Populorum progressio, il suo tema di fondo, il
progresso, resta ancora un problema aperto, reso più
acuto ed impellente dalla crisi economico-finanziaria in
atto. Se alcune aree del pianeta, già un tempo gravate dalla
povertà, hanno conosciuto cambiamenti notevoli in termini di
crescita economica e di partecipazione alla produzione
mondiale, altre zone vivono ancora una situazione di miseria
paragonabile a quella esistente ai tempi di
Paolo VI, anzi in qualche caso si può addirittura
parlare di un peggioramento. È significativo che alcune
cause di questa situazione fossero state già individuate
nella
Populorum progressio, come per esempio gli alti dazi
doganali posti dai Paesi economicamente sviluppati e che
ancora impediscono ai prodotti provenienti dai Paesi poveri
di raggiungere i mercati dei Paesi ricchi. Altre cause,
invece, che l'Enciclica aveva solo adombrato, in seguito
sono emerse con maggiore evidenza. È questo il caso della
valutazione del processo di decolonizzazione, allora in
pieno corso.
Paolo VI auspicava un percorso autonomo da compiere
nella libertà e nella pace. Dopo oltre quarant'anni,
dobbiamo riconoscere quanto questo percorso sia stato
difficile, sia a causa di nuove forme di colonialismo e di
dipendenza da vecchi e nuovi Paesi egemoni, sia per gravi
irresponsabilità interne agli stessi Paesi resisi
indipendenti.
La novità principale
è stata l'esplosione dell'interdipendenza planetaria,
ormai comunemente nota come globalizzazione.
Paolo VI l'aveva parzialmente prevista, ma i termini e
l'impetuosità con cui essa si è evoluta sono sorprendenti.
Nato dentro i Paesi economicamente sviluppati, questo
processo per sua natura ha prodotto un coinvolgimento di
tutte le economie. Esso è stato il principale motore per
l'uscita dal sottosviluppo di intere regioni e rappresenta
di per sé una grande opportunità. Tuttavia, senza la guida
della carità nella verità, questa spinta planetaria può
concorrere a creare rischi di danni sconosciuti finora e di
nuove divisioni nella famiglia umana. Per questo la carità e
la verità ci pongono davanti a un impegno inedito e
creativo, certamente molto vasto e complesso. Si tratta di
dilatare la ragione e di renderla capace di conoscere e di
orientare queste imponenti nuove dinamiche, animandole
nella prospettiva di quella « civiltà dell'amore » il cui
seme Dio ha posto in ogni popolo, in ogni cultura.
CAPITOLO TERZO
FRATERNITÀ,
SVILUPPO ECONOMICO
E SOCIETÀ CIVILE
34.
La carità nella verità pone l'uomo davanti alla
stupefacente esperienza del dono. La gratuità è presente
nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute
a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica
dell'esistenza. L'essere umano è fatto per il dono, che ne
esprime ed attua la dimensione di trascendenza. Talvolta
l'uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo
autore di se stesso, della sua vita e della società. È
questa una presunzione, conseguente alla chiusura egoistica
in se stessi, che discende — per dirla in termini di fede —
dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa
ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale
anche nell'interpretazione dei fatti sociali e nella
costruzione della società: « Ignorare che l'uomo ha una
natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel
campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale e
dei costumi » [85].
All'elenco dei campi in cui si manifestano gli effetti
perniciosi del peccato, si è aggiunto ormai da molto tempo
anche quello dell'economia. Ne abbiamo una prova evidente
anche in questi periodi. La convinzione di essere
autosufficiente e di riuscire a eliminare il male presente
nella storia solo con la propria azione ha indotto l'uomo a
far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti
di benessere materiale e di azione sociale. La convinzione
poi della esigenza di autonomia dell'economia, che non deve
accettare “influenze” di carattere morale, ha spinto l'uomo
ad abusare dello strumento economico in modo persino
distruttivo. A lungo andare, queste convinzioni hanno
portato a sistemi economici, sociali e politici che hanno
conculcato la libertà della persona e dei corpi sociali e
che, proprio per questo, non sono stati in grado di
assicurare la giustizia che promettevano. Come ho affermato
nella mia Enciclica
Spe salvi, in questo modo si toglie dalla storia la
speranza cristiana [86],
che è invece una potente risorsa sociale a servizio dello
sviluppo umano integrale, cercato nella libertà e nella
giustizia. La speranza incoraggia la ragione e le dà la
forza di orientare la volontà [87].
È già presente nella fede, da cui anzi è suscitata. La
carità nella verità se ne nutre e, nello stesso tempo, la
manifesta. Essendo dono di Dio assolutamente gratuito,
irrompe nella nostra vita come qualcosa di non dovuto, che
trascende ogni legge di giustizia. Il dono per sua natura
oltrepassa il merito, la sua regola è l'eccedenza. Esso ci
precede nella nostra stessa anima quale segno della presenza
di Dio in noi e della sua attesa nei nostri confronti. La
verità, che al pari della carità è dono, è più grande di
noi, come insegna sant'Agostino [88].
Anche la verità di noi stessi, della nostra coscienza
personale, ci è prima di tutto “data”. In ogni processo
conoscitivo, in effetti, la verità non è prodotta da noi, ma
sempre trovata o, meglio, ricevuta. Essa, come l'amore, «
non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si
impone all'essere umano » [89].
Perché dono ricevuto
da tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce
la comunità, unifica gli uomini secondo modalità in cui non
ci sono barriere né confini. La comunità degli uomini può
essere costituita da noi stessi, ma non potrà mai con le
sole sue forze essere una comunità pienamente fraterna né
essere spinta oltre ogni confine, ossia diventare una
comunità veramente universale: l'unità del genere umano, una
comunione fraterna oltre ogni divisione, nasce dalla
con-vocazione della parola di Dio-Amore. Nell'affrontare
questa decisiva questione, dobbiamo precisare, da un lato,
che la logica del dono non esclude la giustizia e non si
giustappone ad essa in un secondo momento e dall'esterno e,
dall'altro, che lo sviluppo economico, sociale e politico ha
bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare
spazio al principio di gratuità come espressione di
fraternità.
35.
Il mercato, se c'è fiducia reciproca e generalizzata,
è l'istituzione economica che permette l'incontro tra le
persone, in quanto operatori economici che utilizzano il
contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni
e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni
e desideri. Il mercato è soggetto ai principi della
cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto
i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici.
Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di
porre in evidenza l'importanza della giustizia
distributiva e della giustizia sociale per la
stessa economia di mercato, non solo perché inserita nelle
maglie di un contesto sociale e politico più vasto, ma anche
per la trama delle relazioni in cui si realizza. Infatti il
mercato, lasciato al solo principio dell'equivalenza di
valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella
coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare.
Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca,
il mercato non può pienamente espletare la propria funzione
economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a
mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave.
Opportunamente
Paolo VI nella
Populorum progressio sottolineava il fatto che lo
stesso sistema economico avrebbe tratto vantaggio da
pratiche generalizzate di giustizia, in quanto i primi a
trarre beneficio dallo sviluppo dei Paesi poveri sarebbero
stati quelli ricchi [90].
Non si trattava solo di correggere delle disfunzioni
mediante l'assistenza. I poveri non sono da considerarsi un
« fardello » [91],
bensì una risorsa anche dal punto di vista strettamente
economico. È tuttavia da ritenersi errata la visione di
quanti pensano che l'economia di mercato abbia
strutturalmente bisogno di una quota di povertà e di
sottosviluppo per poter funzionare al meglio. È interesse
del mercato promuovere emancipazione, ma per farlo veramente
non può contare solo su se stesso, perché non è in grado di
produrre da sé ciò che va oltre le sue possibilità. Esso
deve attingere energie morali da altri soggetti, che sono
capaci di generarle.
36.
L'attività economica non può risolvere tutti i problemi
sociali mediante la semplice estensione della logica
mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento
del bene comune, di cui deve farsi carico anche e
soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto
presente che è causa di gravi scompensi separare l'agire
economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da
quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la
giustizia mediante la ridistribuzione.
La Chiesa ritiene da
sempre che l'agire economico non sia da considerare
antisociale. Il mercato non è, e non deve perciò diventare,
di per sé il luogo della sopraffazione del forte sul debole.
La società non deve proteggersi dal mercato, come se lo
sviluppo di quest'ultimo comportasse ipso facto la
morte dei rapporti autenticamente umani. È certamente vero
che il mercato può essere orientato in modo negativo, non
perché sia questa la sua natura, ma perché una certa
ideologia lo può indirizzare in tal senso. Non va
dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso
trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano
e lo orientano. Infatti, l'economia e la finanza, in quanto
strumenti, possono esser mal utilizzati quando chi li
gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire
a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti
dannosi. Ma è la ragione oscurata dell'uomo a produrre
queste conseguenze, non lo strumento di per sé stesso.
Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa
ma l'uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità
personale e sociale.
La dottrina sociale
della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti
autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di
solidarietà e di reciprocità, anche all'interno
dell'attività economica e non soltanto fuori di essa o «
dopo » di essa. La sfera economica non è né eticamente
neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa
appartiene all'attività dell'uomo e, proprio perché umana,
deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente.
La grande sfida che
abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche
dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa
ancor più esigente dalla crisi economico-finanziaria, è di
mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti,
che non solo i tradizionali principi dell'etica sociale,
quali la trasparenza, l'onestà e la responsabilità non
possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei
rapporti mercantili il principio di gratuità e la
logica del dono come espressione della fraternità possono e
devono trovare posto entro la normale attività economica.
Ciò è un'esigenza dell'uomo nel momento attuale, ma anche
un'esigenza della stessa ragione economica. Si tratta di una
esigenza ad un tempo della carità e della verità.
37.
La dottrina sociale della Chiesa ha sempre sostenuto che la
giustizia riguarda tutte le fasi dell'attività economica,
perché questa ha sempre a che fare con l'uomo e con le sue
esigenze. Il reperimento delle risorse, i finanziamenti, la
produzione, il consumo e tutte le altre fasi del ciclo
economico hanno ineluttabilmente implicazioni morali.
Così ogni decisione economica ha una conseguenza di
carattere morale. Tutto questo trova conferma anche
nelle scienze sociali e nelle tendenze dell'economia
contemporanea. Forse un tempo era pensabile affidare
dapprima all'economia la produzione di ricchezza per
assegnare poi alla politica il compito di distribuirla. Oggi
tutto ciò risulta più difficile, dato che le attività
economiche non sono costrette entro limiti territoriali,
mentre l'autorità dei governi continua ad essere soprattutto
locale. Per questo, i canoni della giustizia devono essere
rispettati sin dall'inizio, mentre si svolge il processo
economico, e non già dopo o lateralmente. Inoltre, occorre
che nel mercato si aprano spazi per attività economiche
realizzate da soggetti che liberamente scelgono di informare
il proprio agire a principi diversi da quelli del puro
profitto, senza per ciò stesso rinunciare a produrre valore
economico. Le tante espressioni di economia che traggono
origine da iniziative religiose e laicali dimostrano che ciò
è concretamente possibile.
Nell'epoca della
globalizzazione l'economia risente di modelli competitivi
legati a culture tra loro molto diverse. I comportamenti
economico-imprenditoriali che ne derivano trovano
prevalentemente un punto d'incontro nel rispetto della
giustizia commutativa. La vita economica ha
senz'altro bisogno del contratto, per regolare i
rapporti di scambio tra valori equivalenti. Ma ha altresì
bisogno di leggi giuste e di forme di
ridistribuzione guidate dalla politica, e inoltre di
opere che rechino impresso lo spirito del dono.
L'economia globalizzata sembra privilegiare la prima logica,
quella dello scambio contrattuale, ma direttamente o
indirettamente dimostra di aver bisogno anche delle altre
due, la logica politica e la logica del dono senza
contropartita.
38.
Il mio predecessore
Giovanni Paolo II aveva segnalato questa problematica,
quando nella
Centesimus annus aveva rilevato la necessità di un
sistema a tre soggetti: il mercato, lo Stato e
la società civile [92].
Egli aveva individuato nella società civile l'ambito più
proprio di un'economia della gratuità e della
fraternità, ma non aveva inteso negarla agli altri due
ambiti. Oggi possiamo dire che la vita economica deve essere
compresa come una realtà a più dimensioni: in tutte, in
diversa misura e con modalità specifiche, deve essere
presente l'aspetto della reciprocità fraterna. Nell'epoca
della globalizzazione, l'attività economica non può
prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la
solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene
comune nei suoi vari soggetti e attori. Si tratta, in
definitiva, di una forma concreta e profonda di democrazia
economica. La solidarietà è anzitutto sentirsi tutti
responsabili di tutti [93],
quindi non può essere delegata solo allo Stato. Mentre ieri
si poteva ritenere che prima bisognasse perseguire la
giustizia e che la gratuità intervenisse dopo come un
complemento, oggi bisogna dire che senza la gratuità non si
riesce a realizzare nemmeno la giustizia. Serve, pertanto,
un mercato nel quale possano liberamente operare, in
condizioni di pari opportunità, imprese che perseguono fini
istituzionali diversi. Accanto all'impresa privata orientata
al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono
potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni
produttive che perseguono fini mutualistici e sociali. È dal
loro reciproco confronto sul mercato che ci si può attendere
una sorta di ibridazione dei comportamenti d'impresa e
dunque un'attenzione sensibile alla civilizzazione
dell'economia. Carità nella verità, in questo caso,
significa che bisogna dare forma e organizzazione a quelle
iniziative economiche che, pur senza negare il profitto,
intendono andare oltre la logica dello scambio degli
equivalenti e del profitto fine a se stesso.
39.
Paolo VI nella
Populorum progressio chiedeva di configurare un
modello di economia di mercato capace di includere, almeno
tendenzialmente, tutti i popoli e non solamente quelli
adeguatamente attrezzati. Chiedeva che ci si impegnasse
a promuovere un mondo più umano per tutti, un mondo nel
quale tutti avessero « qualcosa da dare e da ricevere, senza
che il progresso degli uni costituisca un ostacolo allo
sviluppo degli altri » [94].
Egli in questo modo estendeva al piano universale le stesse
richieste e aspirazioni contenute nella
Rerum novarum, scritta quando per la prima volta, in
conseguenza della rivoluzione industriale, si affermò l'idea
— sicuramente avanzata per quel tempo — che l'ordine civile
per reggersi aveva bisogno anche dell'intervento
ridistributivo dello Stato. Oggi questa visione, oltre a
essere posta in crisi dai processi di apertura dei mercati e
delle società, mostra di essere incompleta per soddisfare le
esigenze di un'economia pienamente umana. Quanto la dottrina
sociale della Chiesa ha sempre sostenuto a partire dalla sua
visione dell'uomo e della società oggi è richiesto anche
dalle dinamiche caratteristiche della globalizzazione.
Quando la logica del
mercato e quella dello Stato si accordano tra loro per
continuare nel monopolio dei rispettivi ambiti di influenza,
alla lunga vengono meno la solidarietà nelle relazioni tra i
cittadini, la partecipazione e l'adesione, l'agire gratuito,
che sono altra cosa rispetto al “dare per avere”, proprio
della logica dello scambio, e al “dare per dovere”, proprio
della logica dei comportamenti pubblici, imposti per legge
dallo Stato. La vittoria sul sottosviluppo richiede di agire
non solo sul miglioramento delle transazioni fondate sullo
scambio, non solo sui trasferimenti delle strutture
assistenziali di natura pubblica, ma soprattutto sulla
progressiva apertura, in contesto mondiale, a forme di
attività economica caratterizzate da quote di gratuità e di
comunione. Il binomio esclusivo mercato-Stato corrode la
socialità, mentre le forme economiche solidali, che trovano
il loro terreno migliore nella società civile senza ridursi
ad essa, creano socialità. Il mercato della gratuità non
esiste e non si possono disporre per legge atteggiamenti
gratuiti. Eppure sia il mercato sia la politica hanno
bisogno di persone aperte al dono reciproco.
40.
Le attuali dinamiche economiche internazionali,
caratterizzate da gravi distorsioni e disfunzioni,
richiedono profondi cambiamenti anche nel modo di
intendere l'impresa. Vecchie modalità della vita
imprenditoriale vengono meno, ma altre promettenti si
profilano all'orizzonte. Uno dei rischi maggiori è
senz'altro che l'impresa risponda quasi esclusivamente a chi
in essa investe e finisca così per ridurre la sua valenza
sociale. Sempre meno le imprese, grazie alla crescita di
dimensione ed al bisogno di sempre maggiori capitali, fanno
capo a un imprenditore stabile che si senta responsabile a
lungo termine, e non solo a breve, della vita e dei
risultati della sua impresa, e sempre meno dipendono da un
unico territorio. Inoltre la cosiddetta delocalizzazione
dell'attività produttiva può attenuare nell'imprenditore il
senso di responsabilità nei confronti di portatori di
interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori,
l'ambiente naturale e la più ampia società circostante, a
vantaggio degli azionisti, che non sono legati a uno spazio
specifico e godono quindi di una straordinaria mobilità. Il
mercato internazionale dei capitali, infatti, offre oggi una
grande libertà di azione. È però anche vero che si sta
dilatando la consapevolezza circa la necessità di una più
ampia “responsabilità sociale” dell'impresa. Anche se le
impostazioni etiche che guidano oggi il dibattito sulla
responsabilità sociale dell'impresa non sono tutte
accettabili secondo la prospettiva della dottrina sociale
della Chiesa, è un fatto che si va sempre più diffondendo il
convincimento in base al quale la gestione dell'impresa
non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari
della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre
categorie di soggetti che contribuiscono alla vita
dell'impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei
vari fattori di produzione, la comunità di riferimento.
Negli ultimi anni si è notata la crescita di una classe
cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo
alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti
in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro
compensi. Anche oggi tuttavia vi sono molti manager che con
analisi lungimirante si rendono sempre più conto dei
profondi legami che la loro impresa ha con il territorio, o
con i territori, in cui opera.
Paolo VI invitava a valutare seriamente il danno che il
trasferimento all'estero di capitali a esclusivo vantaggio
personale può produrre alla propria Nazione [95].
Giovanni Paolo II avvertiva che investire ha sempre
un significato morale, oltre che economico [96].
Tutto questo — va ribadito — è valido anche oggi, nonostante
che il mercato dei capitali sia stato fortemente
liberalizzato e le moderne mentalità tecnologiche possano
indurre a pensare che investire sia solo un fatto tecnico e
non anche umano ed etico. Non c'è motivo per negare che un
certo capitale possa fare del bene, se investito all'estero
piuttosto che in patria. Devono però essere fatti salvi i
vincoli di giustizia, tenendo anche conto di come quel
capitale si è formato e dei danni alle persone che
comporterà il suo mancato impiego nei luoghi in cui esso è
stato generato [97].
Bisogna evitare che il motivo per l'impiego delle risorse
finanziarie sia speculativo e ceda alla tentazione di
ricercare solo profitto di breve termine, e non anche la
sostenibilità dell'impresa a lungo termine, il suo puntuale
servizio all'economia reale e l'attenzione alla promozione,
in modo adeguato ed opportuno, di iniziative economiche
anche nei Paesi bisognosi di sviluppo. Non c'è nemmeno
motivo di negare che la delocalizzazione, quando comporta
investimenti e formazione, possa fare del bene alle
popolazioni del Paese che la ospita. Il lavoro e la
conoscenza tecnica sono un bisogno universale. Non è però
lecito delocalizzare solo per godere di particolari
condizioni di favore, o peggio per sfruttamento, senza
apportare alla società locale un vero contributo per la
nascita di un robusto sistema produttivo e sociale, fattore
imprescindibile di sviluppo stabile.
41.
Nel contesto di questo discorso è utile osservare che l'imprenditorialità
ha e deve sempre più assumere un significato plurivalente.
La perdurante prevalenza del binomio mercato-Stato ci ha
abituati a pensare esclusivamente all'imprenditore privato
di tipo capitalistico da un lato e al dirigente statale
dall'altro. In realtà, l'imprenditorialità va intesa in modo
articolato. Ciò risulta da una serie di motivazioni
metaeconomiche. L'imprenditorialità, prima di avere un
significato professionale, ne ha uno umano [98].
Essa è inscritta in ogni lavoro, visto come « actus
personae » [99],
per cui è bene che a ogni lavoratore sia offerta la
possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli
stesso « sappia di lavorare “in proprio” » [100].
Non a caso
Paolo VI insegnava che « ogni lavoratore è un creatore »
[101].
Proprio per rispondere alle esigenze e alla dignità di chi
lavora, e ai bisogni della società, esistono vari tipi di
imprese, ben oltre la sola distinzione tra « privato » e «
pubblico ». Ognuna richiede ed esprime una capacità
imprenditoriale specifica. Al fine di realizzare un'economia
che nel prossimo futuro sappia porsi al servizio del bene
comune nazionale e mondiale, è opportuno tenere conto di
questo significato esteso di imprenditorialità. Questa
concezione più ampia favorisce lo scambio e la formazione
reciproca tra le diverse tipologie di imprenditorialità, con
travaso di competenze dal mondo non profit a quello
profit e viceversa, da quello pubblico a quello
proprio della società civile, da quello delle economie
avanzate a quello dei Paesi in via di sviluppo.
Anche l'“autorità
politica” ha un significato plurivalente, che non
può essere dimenticato, mentre si procede alla realizzazione
di un nuovo ordine economico-produttivo, socialmente
responsabile e a misura d'uomo. Come si intende coltivare
un'imprenditorialità differenziata sul piano mondiale, così
si deve promuovere un'autorità politica distribuita e
attivantesi su più piani. L'economia integrata dei giorni
nostri non elimina il ruolo degli Stati, piuttosto ne
impegna i Governi ad una più forte collaborazione reciproca.
Ragioni di saggezza e di prudenza suggeriscono di non
proclamare troppo affrettatamente la fine dello Stato. In
relazione alla soluzione della crisi attuale, il suo ruolo
sembra destinato a crescere, riacquistando molte delle sue
competenze. Ci sono poi delle Nazioni in cui la costruzione
o ricostruzione dello Stato continua ad essere un elemento
chiave del loro sviluppo. L'aiuto internazionale
proprio all'interno di un progetto solidaristico mirato alla
soluzione degli attuali problemi economici dovrebbe
piuttosto sostenere il consolidamento di sistemi
costituzionali, giuridici, amministrativi nei Paesi che non
godono ancora pienamente di questi beni. Accanto agli aiuti
economici, devono esserci quelli volti a rafforzare le
garanzie proprie dello Stato di diritto, un sistema
di ordine pubblico e di carcerazione efficiente nel rispetto
dei diritti umani, istituzioni veramente democratiche. Non è
necessario che lo Stato abbia dappertutto le medesime
caratteristiche: il sostegno ai sistemi costituzionali
deboli affinché si rafforzino può benissimo accompagnarsi
con lo sviluppo di altri soggetti politici, di natura
culturale, sociale, territoriale o religiosa, accanto allo
Stato. L'articolazione dell'autorità politica a livello
locale, nazionale e internazionale è, tra l'altro, una delle
vie maestre per arrivare ad essere in grado di orientare la
globalizzazione economica. È anche il modo per evitare che
essa mini di fatto i fondamenti della democrazia.
42.
Talvolta nei riguardi della globalizzazione si notano
atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto
fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture
indipendenti dalla volontà umana [102].
È bene ricordare a questo proposito che la globalizzazione
va senz'altro intesa come un processo socio-economico, ma
questa non è l'unica sua dimensione. Sotto il processo più
visibile c'è la realtà di un'umanità che diviene sempre più
interconnessa; essa è costituita da persone e da popoli a
cui quel processo deve essere di utilità e di sviluppo [103],
grazie all'assunzione da parte tanto dei singoli quanto
della collettività delle rispettive responsabilità. Il
superamento dei confini non è solo un fatto materiale, ma
anche culturale nelle sue cause e nei suoi effetti. Se si
legge deterministicamente la globalizzazione, si perdono i
criteri per valutarla ed orientarla. Essa è una realtà umana
e può avere a monte vari orientamenti culturali sui quali
occorre esercitare il discernimento. La verità della
globalizzazione come processo e il suo criterio etico
fondamentale sono dati dall'unità della famiglia umana e dal
suo sviluppo nel bene. Occorre quindi impegnarsi
incessantemente per favorire un orientamento culturale
personalista e comunitario, aperto alla trascendenza, del
processo di integrazione planetaria.
Nonostante alcune sue
dimensioni strutturali che non vanno negate ma nemmeno
assolutizzate, « la globalizzazione, a priori, non è
né buona né cattiva. Sarà ciò che le persone ne faranno » [104].
Non dobbiamo esserne vittime, ma protagonisti, procedendo
con ragionevolezza, guidati dalla carità e dalla verità.
Opporvisi ciecamente sarebbe un atteggiamento sbagliato,
preconcetto, che finirebbe per ignorare un processo
contrassegnato anche da aspetti positivi, con il rischio di
perdere una grande occasione di inserirsi nelle molteplici
opportunità di sviluppo da esso offerte. I processi di
globalizzazione, adeguatamente concepiti e gestiti, offrono
la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza
a livello planetario come in precedenza non era mai
avvenuto; se mal gestiti, possono invece far crescere
povertà e disuguaglianza, nonché contagiare con una crisi
l'intero mondo. Bisogna correggerne le disfunzioni,
anche gravi, che introducono nuove divisioni tra i popoli e
dentro i popoli e fare in modo che la ridistribuzione della
ricchezza non avvenga con una ridistribuzione della povertà
o addirittura con una sua accentuazione, come una cattiva
gestione della situazione attuale potrebbe farci temere. Per
molto tempo si è pensato che i popoli poveri dovessero
rimanere ancorati a un prefissato stadio di sviluppo e
dovessero accontentarsi della filantropia dei popoli
sviluppati. Contro questa mentalità ha preso posizione
Paolo VI nella
Populorum progressio. Oggi le forze materiali
utilizzabili per far uscire quei popoli dalla miseria sono
potenzialmente maggiori di un tempo, ma di esse hanno finito
per avvalersi prevalentemente gli stessi popoli dei Paesi
sviluppati, che hanno potuto sfruttare meglio il processo di
liberalizzazione dei movimenti di capitali e del lavoro. La
diffusione delle sfere di benessere a livello mondiale non
va, dunque, frenata con progetti egoistici, protezionistici
o dettati da interessi particolari. Infatti il
coinvolgimento dei Paesi emergenti o in via di sviluppo,
permette oggi di meglio gestire la crisi. La transizione
insita nel processo di globalizzazione presenta grandi
difficoltà e pericoli, che potranno essere superati solo se
si saprà prendere coscienza di quell'anima antropologica ed
etica, che dal profondo sospinge la globalizzazione stessa
verso traguardi di umanizzazione solidale. Purtroppo tale
anima è spesso soverchiata e compressa da prospettive
etico-culturali di impostazione individualistica e
utilitaristica. La globalizzazione è fenomeno
multidimensionale e polivalente, che esige di essere colto
nella diversità e nell'unità di tutte le sue dimensioni,
compresa quella teologica. Ciò consentirà di vivere ed
orientare la globalizzazione dell'umanità in termini di
relazionalità, di comunione e di condivisione.
CAPITOLO QUARTO
SVILUPPO DEI
POPOLI,
DIRITTI E DOVERI, AMBIENTE
43.
« La solidarietà universale, che è un fatto e per noi un
beneficio, è altresì un dovere » [105].
Molte persone, oggi, tendono a coltivare la pretesa di non
dover niente a nessuno, tranne che a se stesse. Ritengono di
essere titolari solo di diritti e incontrano spesso forti
ostacoli a maturare una responsabilità per il proprio e
l'altrui sviluppo integrale. Per questo è importante
sollecitare una nuova riflessione su come i diritti
presuppongano doveri senza i quali si trasformano in
arbitrio [106].
Si assiste oggi a una pesante contraddizione. Mentre, per un
verso, si rivendicano presunti diritti, di carattere
arbitrario e voluttuario, con la pretesa di vederli
riconosciuti e promossi dalle strutture pubbliche, per
l'altro verso, vi sono diritti elementari e fondamentali
disconosciuti e violati nei confronti di tanta parte
dell'umanità [107].
Si è spesso notata una relazione tra la rivendicazione del
diritto al superfluo o addirittura alla trasgressione e al
vizio, nelle società opulente, e la mancanza di cibo, di
acqua potabile, di istruzione di base o di cure sanitarie
elementari in certe regioni del mondo del sottosviluppo e
anche nelle periferie di grandi metropoli. La relazione sta
nel fatto che i diritti individuali, svincolati da un quadro
di doveri che conferisca loro un senso compiuto,
impazziscono e alimentano una spirale di richieste
praticamente illimitata e priva di criteri. L'esasperazione
dei diritti sfocia nella dimenticanza dei doveri. I doveri
delimitano i diritti perché rimandano al quadro
antropologico ed etico entro la cui verità anche questi
ultimi si inseriscono e così non diventano arbitrio. Per
questo motivo i doveri rafforzano i diritti e propongono la
loro difesa e promozione come un impegno da assumere a
servizio del bene. Se, invece, i diritti dell'uomo trovano
il proprio fondamento solo nelle deliberazioni di
un'assemblea di cittadini, essi possono essere cambiati in
ogni momento e, quindi, il dovere di rispettarli e
perseguirli si allenta nella coscienza comune. I Governi e
gli Organismi internazionali possono allora dimenticare
l'oggettività e l'« indisponibilità » dei diritti. Quando
ciò avviene, il vero sviluppo dei popoli è messo in pericolo
[108].
Comportamenti simili compromettono l'autorevolezza degli
Organismi internazionali, soprattutto agli occhi dei Paesi
maggiormente bisognosi di sviluppo. Questi, infatti,
richiedono che la comunità internazionale assuma come un
dovere l'aiutarli a essere « artefici del loro destino » [109],
ossia ad assumersi a loro volta dei doveri. La
condivisione dei doveri reciproci mobilita assai più della
sola rivendicazione di diritti.
44.
La concezione dei diritti e dei doveri nello sviluppo deve
tener conto anche delle problematiche connesse con la
crescita demografica. Si tratta di un aspetto molto
importante del vero sviluppo, perché concerne i valori
irrinunciabili della vita e della famiglia [110].
Considerare l'aumento della popolazione come causa prima del
sottosviluppo è scorretto, anche dal punto di vista
economico: basti pensare, da una parte, all'importante
diminuzione della mortalità infantile e il prolungamento
della vita media che si registrano nei Paesi economicamente
sviluppati; dall'altra, ai segni di crisi rilevabili nelle
società in cui si registra un preoccupante calo della
natalità. Resta ovviamente doveroso prestare la debita
attenzione ad una procreazione responsabile, che
costituisce, tra l'altro, un fattivo contributo allo
sviluppo umano integrale. La Chiesa, che ha a cuore il vero
sviluppo dell'uomo, gli raccomanda il pieno rispetto dei
valori umani anche nell'esercizio della sessualità: non la
si può ridurre a mero fatto edonistico e ludico, così come
l'educazione sessuale non si può ridurre a un'istruzione
tecnica, con l'unica preoccupazione di difendere gli
interessati da eventuali contagi o dal « rischio »
procreativo. Ciò equivarrebbe ad impoverire e disattendere
il significato profondo della sessualità, che deve invece
essere riconosciuto ed assunto con responsabilità tanto
dalla persona quanto dalla comunità. La responsabilità vieta
infatti sia di considerare la sessualità una semplice fonte
di piacere, sia di regolarla con politiche di forzata
pianificazione delle nascite. In ambedue i casi si è in
presenza di concezioni e di politiche materialistiche, nelle
quali le persone finiscono per subire varie forme di
violenza. A tutto ciò si deve opporre la competenza primaria
delle famiglie in questo campo [111],
rispetto allo Stato e alle sue politiche restrittive, nonché
un'appropriata educazione dei genitori.
L'apertura
moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed
economica. Grandi Nazioni hanno potuto uscire dalla
miseria anche grazie al grande numero e alle capacità dei
loro abitanti. Al contrario, Nazioni un tempo floride
conoscono ora una fase di incertezza e in qualche caso di
declino proprio a causa della denatalità, problema cruciale
per le società di avanzato benessere. La diminuzione delle
nascite, talvolta al di sotto del cosiddetto « indice di
sostituzione », mette in crisi anche i sistemi di assistenza
sociale, ne aumenta i costi, contrae l'accantonamento di
risparmio e di conseguenza le risorse finanziarie necessarie
agli investimenti, riduce la disponibilità di lavoratori
qualificati, restringe il bacino dei « cervelli » a cui
attingere per le necessità della Nazione. Inoltre, le
famiglie di piccola, e talvolta piccolissima, dimensione
corrono il rischio di impoverire le relazioni sociali, e di
non garantire forme efficaci di solidarietà. Sono situazioni
che presentano sintomi di scarsa fiducia nel futuro come
pure di stanchezza morale. Diventa così una necessità
sociale, e perfino economica, proporre ancora alle nuove
generazioni la bellezza della famiglia e del matrimonio, la
rispondenza di tali istituzioni alle esigenze più profonde
del cuore e della dignità della persona. In questa
prospettiva, gli Stati sono chiamati a varare politiche
che promuovano la centralità e l'integrità della famiglia,
fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, prima e
vitale cellula della società, [112]
facendosi carico anche dei suoi problemi economici e
fiscali, nel rispetto della sua natura relazionale.
45.
Rispondere alle esigenze morali più profonde della persona
ha anche importanti e benefiche ricadute sul piano
economico. L'economia infatti ha bisogno dell'etica per
il suo corretto funzionamento; non di un'etica
qualsiasi, bensì di un'etica amica della persona. Oggi si
parla molto di etica in campo economico, finanziario,
aziendale. Nascono Centri di studio e percorsi formativi di
business ethics; si diffonde nel mondo sviluppato il
sistema delle certificazioni etiche, sulla scia del
movimento di idee nato intorno alla responsabilità sociale
dell'impresa. Le banche propongono conti e fondi di
investimento cosiddetti « etici ». Si sviluppa una « finanza
etica », soprattutto mediante il microcredito e, più in
generale, la microfinanza. Questi processi suscitano
apprezzamento e meritano un ampio sostegno. I loro effetti
positivi si fanno sentire anche nelle aree meno sviluppate
della terra. È bene, tuttavia, elaborare anche un valido
criterio di discernimento, in quanto si nota un certo abuso
dell'aggettivo « etico » che, adoperato in modo generico, si
presta a designare contenuti anche molto diversi, al punto
da far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte
contrarie alla giustizia e al vero bene dell'uomo.
Molto, infatti,
dipende dal sistema morale di riferimento. Su questo
argomento la dottrina sociale della Chiesa ha un suo
specifico apporto da dare, che si fonda sulla creazione
dell'uomo “ad immagine di Dio” (Gn
1,27), un dato da cui discende l'inviolabile dignità
della persona umana, come anche il trascendente valore delle
norme morali naturali. Un'etica economica che prescindesse
da questi due pilastri rischierebbe inevitabilmente di
perdere la propria connotazione e di prestarsi a
strumentalizzazioni; più precisamente essa rischierebbe di
diventare funzionale ai sistemi economico-finanziari
esistenti, anziché correttiva delle loro disfunzioni. Tra
l'altro, finirebbe anche per giustificare il finanziamento
di progetti che etici non sono. Bisogna, poi, non ricorrere
alla parola « etica » in modo ideologicamente
discriminatorio, lasciando intendere che non sarebbero
etiche le iniziative che non si fregiassero formalmente di
questa qualifica. Occorre adoperarsi — l'osservazione è qui
essenziale! — non solamente perché nascano settori o
segmenti « etici » dell'economia o della finanza, ma perché
l'intera economia e l'intera finanza siano etiche e lo siano
non per un'etichettatura dall'esterno, ma per il rispetto di
esigenze intrinseche alla loro stessa natura. Parla con
chiarezza, a questo riguardo, la dottrina sociale della
Chiesa, che ricorda come l'economia, con tutte le sue
branche, è un settore dell'attività umana [113].
46.
Considerando le tematiche relative al rapporto tra
impresa ed etica, nonché l'evoluzione che il sistema
produttivo sta compiendo, sembra che la distinzione finora
invalsa tra imprese finalizzate al profitto (profit)
e organizzazioni non finalizzate al profitto (non profit)
non sia più in grado di dar conto completo della realtà, né
di orientare efficacemente il futuro. In questi ultimi
decenni è andata emergendo un'ampia area intermedia tra le
due tipologie di imprese. Essa è costituita da imprese
tradizionali, che però sottoscrivono dei patti di aiuto ai
Paesi arretrati; da fondazioni che sono espressione di
singole imprese; da gruppi di imprese aventi scopi di
utilità sociale; dal variegato mondo dei soggetti della
cosiddetta economia civile e di comunione. Non si tratta
solo di un « terzo settore », ma di una nuova ampia realtà
composita, che coinvolge il privato e il pubblico e che non
esclude il profitto, ma lo considera strumento per
realizzare finalità umane e sociali. Il fatto che queste
imprese distribuiscano o meno gli utili oppure che assumano
l'una o l'altra delle configurazioni previste dalle norme
giuridiche diventa secondario rispetto alla loro
disponibilità a concepire il profitto come uno strumento per
raggiungere finalità di umanizzazione del mercato e della
società. È auspicabile che queste nuove forme di impresa
trovino in tutti i Paesi anche adeguata configurazione
giuridica e fiscale. Esse, senza nulla togliere
all'importanza e all'utilità economica e sociale delle forme
tradizionali di impresa, fanno evolvere il sistema verso una
più chiara e compiuta assunzione dei doveri da parte dei
soggetti economici. Non solo. È la stessa pluralità delle
forme istituzionali di impresa a generare un mercato più
civile e al tempo stesso più competitivo.
47.
Il potenziamento delle diverse tipologie di imprese e, in
particolare, di quelle capaci di concepire il profitto come
uno strumento per raggiungere finalità di umanizzazione del
mercato e delle società, deve essere perseguito anche nei
Paesi che soffrono di esclusione o di emarginazione dai
circuiti dell'economia globale, dove è molto importante
procedere con progetti di sussidiarietà opportunamente
concepita e gestita che tendano a potenziare i diritti,
prevedendo però sempre anche l'assunzione di corrispettive
responsabilità. Negli interventi per lo sviluppo va
fatto salvo il principio della centralità della persona
umana, la quale è il soggetto che deve assumersi
primariamente il dovere dello sviluppo. L'interesse
principale è il miglioramento delle situazioni di vita delle
persone concrete di una certa regione, affinché possano
assolvere a quei doveri che attualmente l'indigenza non
consente loro di onorare. La sollecitudine non può mai
essere un atteggiamento astratto. I programmi di sviluppo,
per poter essere adattati alle singole situazioni, devono
avere caratteristiche di flessibilità; e le persone
beneficiarie dovrebbero essere coinvolte direttamente nella
loro progettazione e rese protagoniste della loro
attuazione. È anche necessario applicare i criteri della
progressione e dell'accompagnamento — compreso il
monitoraggio dei risultati –, perché non ci sono ricette
universalmente valide. Molto dipende dalla concreta gestione
degli interventi. « Artefici del loro proprio sviluppo, i
popoli ne sono i primi responsabili. Ma non potranno
realizzarlo nell'isolamento » [114].
Oggi, con il consolidamento del processo di progressiva
integrazione del pianeta, questo ammonimento di
Paolo VI è ancor più valido. Le dinamiche di inclusione
non hanno nulla di meccanico. Le soluzioni vanno calibrate
sulla vita dei popoli e delle persone concrete, sulla base
di una valutazione prudenziale di ogni situazione. Accanto
ai macroprogetti servono i microprogetti e, soprattutto,
serve la mobilitazione fattiva di tutti i soggetti della
società civile, tanto delle persone giuridiche quanto delle
persone fisiche.
La cooperazione
internazionale ha bisogno di persone che condividano il
processo di sviluppo economico e umano, mediante la
solidarietà della presenza, dell'accompagnamento, della
formazione e del rispetto. Da questo punto di vista, gli
stessi Organismi internazionali dovrebbero interrogarsi
sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici e
amministrativi, spesso troppo costosi. Capita talvolta che
chi è destinatario degli aiuti diventi funzionale a chi lo
aiuta e che i poveri servano a mantenere in vita dispendiose
organizzazioni burocratiche che riservano per la propria
conservazione percentuali troppo elevate di quelle risorse
che invece dovrebbero essere destinate allo sviluppo. In
questa prospettiva, sarebbe auspicabile che tutti gli
Organismi internazionali e le Organizzazioni non governative
si impegnassero ad una piena trasparenza, informando i
donatori e l'opinione pubblica circa la percentuale dei
fondi ricevuti destinata ai programmi di cooperazione, circa
il vero contenuto di tali programmi, e infine circa la
composizione delle spese dell'istituzione stessa.
48.
Il tema dello sviluppo è oggi fortemente collegato anche ai
doveri che nascono dal rapporto dell'uomo con l'ambiente
naturale. Questo è stato donato da Dio a tutti, e il suo
uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri,
le generazioni future e l'umanità intera. Se la natura, e
per primo l'essere umano, vengono considerati come frutto
del caso o del determinismo evolutivo, la consapevolezza
della responsabilità si attenua nelle coscienze. Nella
natura il credente riconosce il meraviglioso risultato
dell'intervento creativo di Dio, che l'uomo può
responsabilmente utilizzare per soddisfare i suoi legittimi
bisogni — materiali e immateriali — nel rispetto degli
intrinseci equilibri del creato stesso. Se tale visione
viene meno, l'uomo finisce o per considerare la natura un
tabù intoccabile o, al contrario, per abusarne. Ambedue
questi atteggiamenti non sono conformi alla visione
cristiana della natura, frutto della creazione di Dio.
La natura è
espressione di un disegno di amore e di verità. Essa ci
precede e ci è donata da Dio come ambiente di vita. Ci parla
del Creatore (cfr
Rm
1, 20) e del suo amore per l'umanità. È destinata ad
essere « ricapitolata » in Cristo alla fine dei tempi (cfr
Ef 1, 9-10;
Col
1, 19-20). Anch'essa, quindi, è una « vocazione » [115].
La natura è a nostra disposizione non come « un mucchio di
rifiuti sparsi a caso » [116],
bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli
ordinamenti intrinseci, affinché l'uomo ne tragga gli
orientamenti doverosi per “custodirla e coltivarla” (Gn
2,15). Ma bisogna anche sottolineare che è contrario
al vero sviluppo considerare la natura più importante della
stessa persona umana. Questa posizione induce ad
atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo: dalla sola
natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può
derivare la salvezza per l'uomo. Peraltro, bisogna anche
rifiutare la posizione contraria, che mira alla sua completa
tecnicizzazione, perché l'ambiente naturale non è solo
materia di cui disporre a nostro piacimento, ma opera
mirabile del Creatore, recante in sé una “grammatica” che
indica finalità e criteri per un utilizzo sapiente, non
strumentale e arbitrario. Oggi molti danni allo sviluppo
provengono proprio da queste concezioni distorte. Ridurre
completamente la natura ad un insieme di semplici dati di
fatto finisce per essere fonte di violenza nei confronti
dell'ambiente e addirittura per motivare azioni irrispettose
verso la stessa natura dell'uomo. Questa, in quanto
costituita non solo di materia ma anche di spirito e, come
tale, essendo ricca di significati e di fini trascendenti da
raggiungere, ha un carattere normativo anche per la cultura.
L'uomo interpreta e modella l'ambiente naturale mediante la
cultura, la quale a sua volta viene orientata mediante la
libertà responsabile, attenta ai dettami della legge morale.
I progetti per uno sviluppo umano integrale non possono
pertanto ignorare le generazioni successive, ma devono
essere improntati a solidarietà e a giustizia
intergenerazionali, tenendo conto di molteplici ambiti:
l'ecologico, il giuridico, l'economico, il politico, il
culturale [117].
49.
Le questioni legate alla cura e alla salvaguardia
dell'ambiente devono oggi tenere in debita considerazione le
problematiche energetiche. L'accaparramento delle
risorse energetiche non rinnovabili da parte di alcuni
Stati, gruppi di potere e imprese costituisce, infatti, un
grave impedimento per lo sviluppo dei Paesi poveri. Questi
non hanno i mezzi economici né per accedere alle esistenti
fonti energetiche non rinnovabili né per finanziare la
ricerca di fonti nuove e alternative. L'incetta delle
risorse naturali, che in molti casi si trovano proprio nei
Paesi poveri, genera sfruttamento e frequenti conflitti tra
le Nazioni e al loro interno. Tali conflitti si combattono
spesso proprio sul suolo di quei Paesi, con pesanti bilanci
in termini di morte, distruzione e ulteriore degrado. La
comunità internazionale ha il compito imprescindibile di
trovare le strade istituzionali per disciplinare lo
sfruttamento delle risorse non rinnovabili, con la
partecipazione anche dei Paesi poveri, in modo da
pianificare insieme il futuro.
Anche su questo
fronte vi è l'urgente necessità morale di una rinnovata
solidarietà, specialmente nei rapporti tra i Paesi in
via di sviluppo e i Paesi altamente industrializzati [118].
Le società tecnologicamente avanzate possono e devono
diminuire il proprio fabbisogno energetico sia perché le
attività manifatturiere evolvono, sia perché tra i loro
cittadini si diffonde una sensibilità ecologica maggiore. Si
deve inoltre aggiungere che oggi è realizzabile un
miglioramento dell'efficienza energetica ed è al tempo
stesso possibile far avanzare la ricerca di energie
alternative. È però anche necessaria una ridistribuzione
planetaria delle risorse energetiche, in modo che anche i
Paesi che ne sono privi possano accedervi. Il loro destino
non può essere lasciato nelle mani del primo arrivato o alla
logica del più forte. Si tratta di problemi rilevanti che,
per essere affrontati in modo adeguato, richiedono da parte
di tutti la responsabile presa di coscienza delle
conseguenze che si riverseranno sulle nuove generazioni,
soprattutto sui moltissimi giovani presenti nei popoli
poveri, i quali « reclamano la parte attiva che loro spetta
nella costruzione d'un mondo migliore » [119].
50.
Questa responsabilità è globale, perché non concerne solo
l'energia, ma tutto il creato, che non dobbiamo lasciare
alle nuove generazioni depauperato delle sue risorse.
All'uomo è lecito esercitare un governo responsabile
sulla natura per custodirla, metterla a profitto e
coltivarla anche in forme nuove e con tecnologie avanzate in
modo che essa possa degnamente accogliere e nutrire la
popolazione che la abita. C'è spazio per tutti su questa
nostra terra: su di essa l'intera famiglia umana deve
trovare le risorse necessarie per vivere dignitosamente, con
l'aiuto della natura stessa, dono di Dio ai suoi figli, e
con l'impegno del proprio lavoro e della propria inventiva.
Dobbiamo però avvertire come dovere gravissimo quello di
consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale
che anch'esse possano degnamente abitarla e ulteriormente
coltivarla. Ciò implica l'impegno di decidere insieme, «
dopo aver ponderato responsabilmente la strada da
percorrere, con l'obiettivo di rafforzare quell'alleanza
tra essere umano e ambiente che deve essere specchio
dell'amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il
quale siamo in cammino » [120].
È auspicabile che la comunità internazionale e i singoli
governi sappiano contrastare in maniera efficace le modalità
d'utilizzo dell'ambiente che risultino ad esso dannose. È
altresì doveroso che vengano intrapresi, da parte delle
autorità competenti, tutti gli sforzi necessari affinché i
costi economici e sociali derivanti dall'uso delle risorse
ambientali comuni siano riconosciuti in maniera trasparente
e siano pienamente supportati da coloro che ne usufruiscono
e non da altre popolazioni o dalle generazioni future: la
protezione dell'ambiente, delle risorse e del clima richiede
che tutti i responsabili internazionali agiscano
congiuntamente e dimostrino prontezza ad operare in buona
fede, nel rispetto della legge e della solidarietà nei
confronti delle regioni più deboli del pianeta [121].
Uno dei maggiori compiti dell'economia è proprio il più
efficiente uso delle risorse, non l'abuso, tenendo sempre
presente che la nozione di efficienza non è assiologicamente
neutrale.
51.
Le modalità con cui l'uomo tratta l'ambiente influiscono
sulle modalità con cui tratta se stesso e, viceversa.
Ciò richiama la società odierna a rivedere seriamente il suo
stile di vita che, in molte parti del mondo, è incline
all'edonismo e al consumismo, restando indifferente ai danni
che ne derivano [122].
È necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci
induca ad adottare nuovi stili di vita, “nei quali la
ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con
gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi
che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli
investimenti” [123].
Ogni lesione della solidarietà e dell'amicizia civica
provoca danni ambientali, così come il degrado ambientale, a
sua volta, provoca insoddisfazione nelle relazioni sociali.
La natura, specialmente nella nostra epoca, è talmente
integrata nelle dinamiche sociali e culturali da non
costituire quasi più una variabile indipendente. La
desertificazione e l'impoverimento produttivo di alcune aree
agricole sono anche frutto dell'impoverimento delle
popolazioni che le abitano e della loro arretratezza.
Incentivando lo sviluppo economico e culturale di quelle
popolazioni, si tutela anche la natura. Inoltre, quante
risorse naturali sono devastate dalle guerre! La pace dei
popoli e tra i popoli permetterebbe anche una maggiore
salvaguardia della natura. L'accaparramento delle risorse,
specialmente dell'acqua, può provocare gravi conflitti tra
le popolazioni coinvolte. Un pacifico accordo sull'uso delle
risorse può salvaguardare la natura e, contemporaneamente,
il benessere delle società interessate.
La Chiesa ha una
responsabilità per il creato e deve far valere questa
responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere
non solo la terra, l'acqua e l'aria come doni della
creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere soprattutto
l'uomo contro la distruzione di se stesso. È necessario che
ci sia qualcosa come un'ecologia dell'uomo, intesa in senso
giusto. Il degrado della natura è infatti strettamente
connesso alla cultura che modella la convivenza umana:
quando l'« ecologia umana » [124]
è rispettata dentro la società, anche l'ecologia
ambientale ne trae beneficio. Come le virtù umane sono
tra loro comunicanti, tanto che l'indebolimento di una
espone a rischio anche le altre, così il sistema ecologico
si regge sul rispetto di un progetto che riguarda sia la
sana convivenza in società sia il buon rapporto con la
natura.
Per salvaguardare la
natura non è sufficiente intervenire con incentivi o
disincentivi economici e nemmeno basta un'istruzione
adeguata. Sono, questi, strumenti importanti, ma il
problema decisivo è la complessiva tenuta morale della
società. Se non si rispetta il diritto alla vita e alla
morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la
gestazione e la nascita dell'uomo, se si sacrificano
embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per
perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di
ecologia ambientale. È una contraddizione chiedere alle
nuove generazioni il rispetto dell'ambiente naturale, quando
l'educazione e le leggi non le aiutano a rispettare se
stesse. Il libro della natura è uno e indivisibile, sul
versante dell'ambiente come sul versante della vita, della
sessualità, del matrimonio, della famiglia, delle relazioni
sociali, in una parola dello sviluppo umano integrale. I
doveri che abbiamo verso l'ambiente si collegano con i
doveri che abbiamo verso la persona considerata in se stessa
e in relazione con gli altri. Non si possono esigere gli uni
e conculcare gli altri. Questa è una grave antinomia della
mentalità e della prassi odierna, che avvilisce la persona,
sconvolge l'ambiente e danneggia la società.
52.
La verità e l'amore che essa dischiude non si possono
produrre, si possono solo accogliere. La loro fonte ultima
non è, né può essere, l'uomo, ma Dio, ossia Colui che è
Verità e Amore. Questo principio è assai importante per la
società e per lo sviluppo, in quanto né l'una né l'altro
possono essere solo prodotti umani; la stessa vocazione allo
sviluppo delle persone e dei popoli non si fonda su una
semplice deliberazione umana, ma è inscritta in un piano che
ci precede e che costituisce per tutti noi un dovere che
deve essere liberamente accolto. Ciò che ci precede e che ci
costituisce — l'Amore e la Verità sussistenti — ci indica
che cosa sia il bene e in che cosa consista la nostra
felicità. Ci indica quindi la strada verso il vero
sviluppo.
CAPITOLO QUINTO
LA COLLABORAZIONE
DELLA FAMIGLIA UMANA
53.
Una delle più profonde povertà che l'uomo può sperimentare è
la solitudine. A ben vedere anche le altre povertà, comprese
quelle materiali, nascono dall'isolamento, dal non essere
amati o dalla difficoltà di amare. Le povertà spesso sono
generate dal rifiuto dell'amore di Dio, da un'originaria
tragica chiusura in se medesimo dell'uomo, che pensa di
bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto
insignificante e passeggero, uno « straniero » in un
universo costituitosi per caso. L'uomo è alienato quando è
solo o si stacca dalla realtà, quando rinuncia a pensare e a
credere in un Fondamento [125].
L'umanità intera è alienata quando si affida a progetti solo
umani, a ideologie e a utopie false [126].
Oggi l'umanità appare molto più interattiva di ieri: questa
maggiore vicinanza si deve trasformare in vera comunione.
Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal
riconoscimento di essere una sola famiglia, che
collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che
non vivono semplicemente l'uno accanto all'altro [127].
Paolo VI notava che « il mondo soffre per mancanza di
pensiero » [128].
L'affermazione contiene una constatazione, ma soprattutto un
auspicio: serve un nuovo slancio del pensiero per
comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una
famiglia; l'interazione tra i popoli del pianeta ci
sollecita a questo slancio, affinché l'integrazione avvenga
nel segno della solidarietà [129]
piuttosto che della marginalizzazione. Un simile pensiero
obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della
categoria della relazione. Si tratta di un impegno che
non può essere svolto dalle sole scienze sociali, in quanto
richiede l'apporto di saperi come la metafisica e la
teologia, per cogliere in maniera illuminata la dignità
trascendente dell'uomo.
La creatura umana, in
quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni
interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura
anche la propria identità personale. Non è isolandosi che
l'uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con
gli altri e con Dio. L'importanza di tali relazioni diventa
quindi fondamentale. Ciò vale anche per i popoli. È, quindi,
molto utile al loro sviluppo una visione metafisica della
relazione tra le persone. A questo riguardo, la ragione
trova ispirazione e orientamento nella rivelazione
cristiana, secondo la quale la comunità degli uomini non
assorbe in sé la persona annientandone l'autonomia, come
accade nelle varie forme di totalitarismo, ma la valorizza
ulteriormente, perché il rapporto tra persona e comunità è
di un tutto verso un altro tutto [130].
Come la comunità familiare non annulla in sé le persone che
la compongono e come la Chiesa stessa valorizza pienamente
la “nuova creatura” (Gal
6,15;
2
Cor
5,17) che con il battesimo si inserisce nel suo Corpo
vivo, così anche l'unità della famiglia umana non annulla in
sé le persone, i popoli e le culture, ma li rende più
trasparenti l'uno verso l'altro, maggiormente uniti nelle
loro legittime diversità.
54.
Il tema dello sviluppo coincide con quello dell'inclusione
relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli
nell'unica comunità della famiglia umana, che si costruisce
nella solidarietà sulla base dei fondamentali valori della
giustizia e della pace. Questa prospettiva trova
un'illuminazione decisiva nel rapporto tra le Persone della
Trinità nell'unica Sostanza divina. La Trinità è assoluta
unità, in quanto le tre divine Persone sono relazionalità
pura. La trasparenza reciproca tra le Persone divine è piena
e il legame dell'una con l'altra totale, perché
costituiscono un'assoluta unità e unicità. Dio vuole
associare anche noi a questa realtà di comunione: « perché
siano come noi una cosa sola » (Gv
17,22). Di questa unità la Chiesa è segno e
strumento [131].
Anche le relazioni tra gli uomini lungo la storia non hanno
che da trarre vantaggio dal riferimento a questo divino
Modello. In particolare, alla luce del mistero rivelato
della Trinità si comprende che la vera apertura non
significa dispersione centrifuga, ma compenetrazione
profonda. Questo risulta anche dalle comuni esperienze umane
dell'amore e della verità. Come l'amore sacramentale tra i
coniugi li unisce spiritualmente in « una carne sola » (Gn
2,24;
Mt 19,5;
Ef
5,31) e da due che erano fa di loro un'unità relazionale
e reale, analogamente la verità unisce gli spiriti tra loro
e li fa pensare all'unisono, attirandoli e unendoli in sé.
55.
La rivelazione cristiana sull'unità del genere umano
presuppone un'interpretazione metafisica dell'humanum in
cui la relazionalità è elemento essenziale. Anche altre
culture e altre religioni insegnano la fratellanza e la pace
e, quindi, sono di grande importanza per lo sviluppo umano
integrale. Non mancano, però, atteggiamenti religiosi e
culturali in cui non si assume pienamente il principio
dell'amore e della verità e si finisce così per frenare il
vero sviluppo umano o addirittura per impedirlo. Il mondo di
oggi è attraversato da alcune culture a sfondo religioso,
che non impegnano l'uomo alla comunione, ma lo isolano nella
ricerca del benessere individuale, limitandosi a
gratificarne le attese psicologiche. Anche una certa
proliferazione di percorsi religiosi di piccoli gruppi o
addirittura di singole persone, e il sincretismo religioso
possono essere fattori di dispersione e di disimpegno. Un
possibile effetto negativo del processo di globalizzazione è
la tendenza a favorire tale sincretismo [132],
alimentando forme di “religione” che estraniano le persone
le une dalle altre anziché farle incontrare e le allontanano
dalla realtà. Contemporaneamente, permangono talora retaggi
culturali e religiosi che ingessano la società in caste
sociali statiche, in credenze magiche irrispettose della
dignità della persona, in atteggiamenti di soggezione a
forze occulte. In questi contesti, l'amore e la verità
trovano difficoltà ad affermarsi, con danno per l'autentico
sviluppo.
Per questo motivo, se
è vero, da un lato, che lo sviluppo ha bisogno delle
religioni e delle culture dei diversi popoli, resta pure
vero, dall'altro, che è necessario un adeguato
discernimento. La libertà religiosa non significa
indifferentismo religioso e non comporta che tutte le
religioni siano uguali [133].
Il discernimento circa il contributo delle culture e delle
religioni si rende necessario per la costruzione della
comunità sociale nel rispetto del bene comune soprattutto
per chi esercita il potere politico. Tale discernimento
dovrà basarsi sul criterio della carità e della verità.
Siccome è in gioco lo sviluppo delle persone e dei popoli,
esso terrà conto della possibilità di emancipazione e di
inclusione nell'ottica di una comunità umana veramente
universale. « Tutto l'uomo e tutti gli uomini » è criterio
per valutare anche le culture e le religioni. Il
Cristianesimo, religione del « Dio dal volto umano » [134],
porta in se stesso un simile criterio.
56.
La religione cristiana e le altre religioni possono dare il
loro apporto allo sviluppo solo se Dio trova un posto
anche nella sfera pubblica, con specifico riferimento
alle dimensioni culturale, sociale, economica e, in
particolare, politica. La dottrina sociale della Chiesa è
nata per rivendicare questo « statuto di cittadinanza » [135]
della religione cristiana. La negazione del diritto a
professare pubblicamente la propria religione e ad operare
perché le verità della fede informino di sé anche la vita
pubblica comporta conseguenze negative sul vero sviluppo.
L'esclusione della religione dall'ambito pubblico come, per
altro verso, il fondamentalismo religioso, impediscono
l'incontro tra le persone e la loro collaborazione per il
progresso dell'umanità. La vita pubblica si impoverisce di
motivazioni e la politica assume un volto opprimente e
aggressivo. I diritti umani rischiano di non essere
rispettati o perché vengono privati del loro fondamento
trascendente o perché non viene riconosciuta la libertà
personale. Nel laicismo e nel fondamentalismo si perde la
possibilità di un dialogo fecondo e di una proficua
collaborazione tra la ragione e la fede religiosa. La
ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede,
e questo vale anche per la ragione politica, che non deve
credersi onnipotente. A sua volta, la religione ha sempre
bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare
il suo autentico volto umano. La rottura di questo dialogo
comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo
dell'umanità.
57.
Il dialogo fecondo tra fede e ragione non può che rendere
più efficace l'opera della carità nel sociale e costituisce
la cornice più appropriata per incentivare la
collaborazione fraterna tra credenti e non credenti
nella condivisa prospettiva di lavorare per la giustizia e
la pace dell'umanità. Nella Costituzione pastorale
Gaudium et spes i Padri conciliari affermavano: «
Credenti e non credenti sono generalmente d'accordo nel
ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere
riferito all'uomo, come a suo centro e a suo vertice » [136].
Per i credenti, il mondo non è frutto del caso né della
necessità, ma di un progetto di Dio. Nasce di qui il dovere
che i credenti hanno di unire i loro sforzi con tutti gli
uomini e le donne di buona volontà di altre religioni o non
credenti, affinché questo nostro mondo corrisponda
effettivamente al progetto divino: vivere come una famiglia,
sotto lo sguardo del Creatore. Manifestazione particolare
della carità e criterio guida per la collaborazione fraterna
di credenti e non credenti è senz'altro il principio di
sussidiarietà [137],
espressione dell'inalienabile libertà umana. La
sussidiarietà è prima di tutto un aiuto alla persona,
attraverso l'autonomia dei corpi intermedi. Tale aiuto viene
offerto quando la persona e i soggetti sociali non riescono
a fare da sé e implica sempre finalità emancipatrici, perché
favorisce la libertà e la partecipazione in quanto
assunzione di responsabilità. La sussidiarietà rispetta la
dignità della persona, nella quale vede un soggetto sempre
capace di dare qualcosa agli altri. Riconoscendo nella
reciprocità l'intima costituzione dell'essere umano, la
sussidiarietà è l'antidoto più efficace contro ogni forma di
assistenzialismo paternalista. Essa può dar conto sia della
molteplice articolazione dei piani e quindi della pluralità
dei soggetti, sia di un loro coordinamento. Si tratta quindi
di un principio particolarmente adatto a governare la
globalizzazione e a orientarla verso un vero sviluppo umano.
Per non dar vita a un pericoloso potere universale di tipo
monocratico, il governo della globalizzazione deve essere
di tipo sussidiario, articolato su più livelli e su
piani diversi, che collaborino reciprocamente. La
globalizzazione ha certo bisogno di autorità, in quanto pone
il problema di un bene comune globale da perseguire; tale
autorità, però, dovrà essere organizzata in modo sussidiario
e poliarchico [138],
sia per non ledere la libertà sia per risultare
concretamente efficace.
58.
Il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente
connesso con il principio di solidarietà e viceversa,
perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel
particolarismo sociale, è altrettanto vero che la
solidarietà senza la sussidiarietà scade
nell'assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno.
Questa regola di carattere generale va tenuta in grande
considerazione anche quando si affrontano le tematiche
relative agli aiuti internazionali allo sviluppo.
Essi, al di là delle intenzioni dei donatori, possono a
volte mantenere un popolo in uno stato di dipendenza e
perfino favorire situazioni di dominio locale e di
sfruttamento all'interno del Paese aiutato. Gli aiuti
economici, per essere veramente tali, non devono perseguire
secondi fini. Devono essere erogati coinvolgendo non solo i
governi dei Paesi interessati, ma anche gli attori economici
locali e i soggetti della società civile portatori di
cultura, comprese le Chiese locali. I programmi di aiuto
devono assumere in misura sempre maggiore le caratteristiche
di programmi integrati e partecipati dal basso. Resta vero
infatti che la maggior risorsa da valorizzare nei Paesi da
assistere nello sviluppo è la risorsa umana: questa è
l'autentico capitale da far crescere per assicurare ai Paesi
più poveri un vero avvenire autonomo. Va anche ricordato
che, in campo economico, il principale aiuto di cui hanno
bisogno i Paesi in via di sviluppo è quello di consentire e
favorire il progressivo inserimento dei loro prodotti nei
mercati internazionali, rendendo così possibile la loro
piena partecipazione alla vita economica internazionale.
Troppo spesso, nel passato, gli aiuti sono valsi a creare
soltanto mercati marginali per i prodotti di questi Paesi.
Questo è dovuto spesso a una mancanza di vera domanda di
questi prodotti: è pertanto necessario aiutare tali Paesi a
migliorare i loro prodotti e ad adattarli meglio alla
domanda. Inoltre, alcuni hanno spesso temuto la concorrenza
delle importazioni di prodotti, normalmente agricoli,
provenienti dai Paesi economicamente poveri. Va tuttavia
ricordato che per questi Paesi la possibilità di
commercializzare tali prodotti significa molto spesso
garantire la loro sopravvivenza nel breve e nel lungo
periodo. Un commercio internazionale giusto e bilanciato in
campo agricolo può portare benefici a tutti, sia dal lato
dell'offerta che da quello della domanda. Per questo motivo,
non solo è necessario orientare commercialmente queste
produzioni, ma stabilire regole commerciali internazionali
che le sostengano, e rafforzare il finanziamento allo
sviluppo per rendere più produttive queste economie.
59.
La cooperazione allo sviluppo non deve riguardare la
sola dimensione economica; essa deve diventare una grande
occasione di incontro culturale e umano. Se i soggetti
della cooperazione dei Paesi economicamente sviluppati non
tengono conto, come talvolta avviene, della propria ed
altrui identità culturale fatta di valori umani, non possono
instaurare alcun dialogo profondo con i cittadini dei Paesi
poveri. Se questi ultimi, a loro volta, si aprono
indifferentemente e senza discernimento a ogni proposta
culturale, non sono in condizione di assumere la
responsabilità del loro autentico sviluppo [139].
Le società tecnologicamente avanzate non devono confondere
il proprio sviluppo tecnologico con una presunta superiorità
culturale, ma devono riscoprire in se stesse virtù talvolta
dimenticate, che le hanno fatte fiorire lungo la storia. Le
società in crescita devono rimanere fedeli a quanto di
veramente umano c'è nelle loro tradizioni, evitando di
sovrapporvi automaticamente i meccanismi della civiltà
tecnologica globalizzata. In tutte le culture ci sono
singolari e molteplici convergenze etiche, espressione della
medesima natura umana, voluta dal Creatore, e che la
sapienza etica dell'umanità chiama legge naturale [140].
Una tale legge morale universale è saldo fondamento di ogni
dialogo culturale, religioso e politico e consente al
multiforme pluralismo delle varie culture di non staccarsi
dalla comune ricerca del vero, del bene e di Dio. L'adesione
a quella legge scritta nei cuori, pertanto, è il presupposto
di ogni costruttiva collaborazione sociale. In tutte le
culture vi sono pesantezze da cui liberarsi, ombre a cui
sottrarsi. La fede cristiana, che si incarna nelle culture
trascendendole, può aiutarle a crescere nella convivialità e
nella solidarietà universali a vantaggio dello sviluppo
comunitario e planetario.
60.
Nella ricerca di soluzioni della attuale crisi economica,
l'aiuto allo sviluppo dei Paesi poveri deve esser
considerato come vero strumento di creazione di ricchezza
per tutti. Quale progetto di aiuto può prospettare una
crescita di valore così significativa — anche dell'economia
mondiale — come il sostegno a popolazioni che si trovano
ancora in una fase iniziale o poco avanzata del loro
processo di sviluppo economico? In questa prospettiva, gli
Stati economicamente più sviluppati faranno il possibile per
destinare maggiori quote del loro prodotto interno lordo per
gli aiuti allo sviluppo, rispettando gli impegni che su
questo punto sono stati presi a livello di comunità
internazionale. Lo potranno fare anche rivedendo le
politiche di assistenza e di solidarietà sociale al loro
interno, applicandovi il principio di sussidiarietà e
creando sistemi di previdenza sociale maggiormente
integrati, con la partecipazione attiva dei soggetti privati
e della società civile. In questo modo è possibile perfino
migliorare i servizi sociali e di assistenza e, nello stesso
tempo, risparmiare risorse, anche eliminando sprechi e
rendite abusive, da destinare alla solidarietà
internazionale. Un sistema di solidarietà sociale
maggiormente partecipato e organico, meno burocratizzato ma
non meno coordinato, permetterebbe di valorizzare tante
energie, oggi sopite, a vantaggio anche della solidarietà
tra i popoli.
Una possibilità di
aiuto per lo sviluppo potrebbe derivare dall'applicazione
efficace della cosiddetta sussidiarietà fiscale, che
permetterebbe ai cittadini di decidere sulla destinazione di
quote delle loro imposte versate allo Stato. Evitando
degenerazioni particolaristiche, ciò può essere di aiuto per
incentivare forme di solidarietà sociale dal basso, con ovvi
benefici anche sul versante della solidarietà per lo
sviluppo.
61.
Una solidarietà più ampia a livello internazionale si
esprime innanzitutto nel continuare a promuovere, anche in
condizioni di crisi economica, un maggiore accesso
all'educazione, la quale, d'altro canto, è condizione
essenziale per l'efficacia della stessa cooperazione
internazionale. Con il termine “educazione” non ci si
riferisce solo all'istruzione o alla formazione al lavoro,
entrambe cause importanti di sviluppo, ma alla formazione
completa della persona. A questo proposito va sottolineato
un aspetto problematico: per educare bisogna sapere chi è la
persona umana, conoscerne la natura. L'affermarsi di una
visione relativistica di tale natura pone seri problemi
all'educazione, soprattutto all'educazione morale,
pregiudicandone l'estensione a livello universale. Cedendo
ad un simile relativismo, si diventa tutti più poveri, con
conseguenze negative anche sull'efficacia dell'aiuto alle
popolazioni più bisognose, le quali non hanno solo necessità
di mezzi economici o tecnici, ma anche di vie e di mezzi
pedagogici che assecondino le persone nella loro piena
realizzazione umana.
Un esempio della
rilevanza di questo problema ci è offerto dal fenomeno del
turismo internazionale [141],
che può costituire un notevole fattore di sviluppo economico
e di crescita culturale, ma che può trasformarsi anche in
occasione di sfruttamento e di degrado morale. La situazione
attuale offre singolari opportunità perché gli aspetti
economici dello sviluppo, ossia i flussi di denaro e la
nascita in sede locale di esperienze imprenditoriali
significative, arrivino a combinarsi con quelli culturali,
primo fra tutti l'aspetto educativo. In molti casi questo
avviene, ma in tanti altri il turismo internazionale è
evento diseducativo sia per il turista sia per le
popolazioni locali. Queste ultime spesso sono poste di
fronte a comportamenti immorali, o addirittura perversi,
come nel caso del turismo cosiddetto sessuale, al quale sono
sacrificati tanti esseri umani, perfino in giovane età. È
doloroso constatare che ciò si svolge spesso con l'avallo
dei governi locali, con il silenzio di quelli da cui
provengono i turisti e con la complicità di tanti operatori
del settore. Anche quando non si giunge a tanto, il turismo
internazionale, non poche volte, è vissuto in modo
consumistico ed edonistico, come evasione e con modalità
organizzative tipiche dei Paesi di provenienza, così da non
favorire un vero incontro tra persone e culture. Bisogna,
allora, pensare a un turismo diverso, capace di promuovere
una vera conoscenza reciproca, senza togliere spazio al
riposo e al sano divertimento: un turismo di questo genere
va incrementato, grazie anche ad un più stretto collegamento
con le esperienze di cooperazione internazionale e di
imprenditoria per lo sviluppo.
62.
Un altro aspetto meritevole di attenzione, trattando dello
sviluppo umano integrale, è il fenomeno delle migrazioni.
È fenomeno che impressiona per la quantità di persone
coinvolte, per le problematiche sociali, economiche,
politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide
drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella
internazionale. Possiamo dire che siamo di fronte a un
fenomeno sociale di natura epocale, che richiede una forte e
lungimirante politica di cooperazione internazionale per
essere adeguatamente affrontato. Tale politica va sviluppata
a partire da una stretta collaborazione tra i Paesi da cui
partono i migranti e i Paesi in cui arrivano; va
accompagnata da adeguate normative internazionali in grado
di armonizzare i diversi assetti legislativi, nella
prospettiva di salvaguardare le esigenze e i diritti delle
persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli
delle società di approdo degli stessi emigrati. Nessun Paese
da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi
migratori del nostro tempo. Tutti siamo testimoni del carico
di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i
flussi migratori. Il fenomeno, com'è noto, è di gestione
complessa; resta tuttavia accertato che i lavoratori
stranieri, nonostante le difficoltà connesse con la loro
integrazione, recano un contributo significativo allo
sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro,
oltre che a quello del Paese d'origine grazie alle rimesse
finanziarie. Ovviamente, tali lavoratori non possono essere
considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non
devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore
di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in
quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che
vanno rispettati da tutti e in ogni situazione [142].
63.
Nella considerazione dei problemi dello sviluppo, non si può
non mettere in evidenza il nesso diretto tra povertà e
disoccupazione. I poveri in molti casi sono il risultato
della violazione della dignità del lavoro umano, sia
perché ne vengono limitate le possibilità (disoccupazione,
sotto-occupazione), sia perché vengono svalutati « i diritti
che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto
salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della
sua famiglia » [143].
Perciò, già il 1° maggio 2000, il mio Predecessore
Giovanni Paolo II, di venerata memoria, in occasione del
Giubileo dei Lavoratori, lanciò un appello per « una
coalizione mondiale in favore del lavoro decente » [144],
incoraggiando la strategia dell'Organizzazione
Internazionale del Lavoro. In tal modo, conferiva un forte
riscontro morale a questo obiettivo, quale aspirazione delle
famiglie in tutti i Paesi del mondo. Che cosa significa la
parola « decenza » applicata al lavoro? Significa un lavoro
che, in ogni società, sia l'espressione della dignità
essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto
liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e
donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in
questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al
di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di
soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i
figli, senza che questi siano costretti essi stessi a
lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di
organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un
lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le
proprie radici a livello personale, familiare e spirituale;
un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione
una condizione dignitosa.
64.
Riflettendo sul tema del lavoro, è opportuno anche un
richiamo all'urgente esigenza che le organizzazioni
sindacali dei lavoratori, da sempre incoraggiate e
sostenute dalla Chiesa, si aprano alle nuove prospettive che
emergono nell'ambito lavorativo. Superando le limitazioni
proprie dei sindacati di categoria, le organizzazioni
sindacali sono chiamate a farsi carico dei nuovi problemi
delle nostre società: mi riferisco, ad esempio, a
quell'insieme di questioni che gli studiosi di scienze
sociali identificano nel conflitto tra persona-lavoratrice e
persona-consumatrice. Senza dover necessariamente sposare la
tesi di un avvenuto passaggio dalla centralità del
lavoratore alla centralità del consumatore, sembra comunque
che anche questo sia un terreno per innovative esperienze
sindacali. Il contesto globale in cui si svolge il lavoro
richiede anche che le organizzazioni sindacali nazionali,
prevalentemente chiuse nella difesa degli interessi dei
propri iscritti, volgano lo sguardo anche verso i non
iscritti e, in particolare, verso i lavoratori dei Paesi in
via di sviluppo, dove i diritti sociali vengono spesso
violati. La difesa di questi lavoratori, promossa anche
attraverso opportune iniziative verso i Paesi di origine,
permetterà alle organizzazioni sindacali di porre in
evidenza le autentiche ragioni etiche e culturali che hanno
loro consentito, in contesti sociali e lavorativi diversi,
di essere un fattore decisivo per lo sviluppo. Resta sempre
valido il tradizionale insegnamento della Chiesa, che
propone la distinzione di ruoli e funzioni tra sindacato e
politica. Questa distinzione consentirà alle
organizzazioni sindacali di individuare nella società civile
l'ambito più consono alla loro necessaria azione di difesa e
promozione del mondo del lavoro, soprattutto a favore dei
lavoratori sfruttati e non rappresentati, la cui amara
condizione risulta spesso ignorata dall'occhio distratto
della società.
65.
Bisogna, poi, che la finanza in quanto tale, nelle
necessariamente rinnovate strutture e modalità di
funzionamento dopo il suo cattivo utilizzo che ha
danneggiato l'economia reale, ritorni ad essere uno
strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza
ed allo sviluppo. Tutta l'economia e tutta la finanza,
non solo alcuni loro segmenti, devono, in quanto strumenti,
essere utilizzati in modo etico così da creare le condizioni
adeguate per lo sviluppo dell'uomo e dei popoli. È
certamente utile, e in talune circostanze indispensabile,
dar vita a iniziative finanziarie nelle quali la dimensione
umanitaria sia dominante. Ciò, però, non deve far
dimenticare che l'intero sistema finanziario deve essere
finalizzato al sostegno di un vero sviluppo. Soprattutto,
bisogna che l'intento di fare del bene non venga
contrapposto a quello dell'effettiva capacità di produrre
dei beni. Gli operatori della finanza devono riscoprire il
fondamento propriamente etico della loro attività per non
abusare di quegli strumenti sofisticati che possono servire
per tradire i risparmiatori. Retta intenzione, trasparenza e
ricerca dei buoni risultati sono compatibili e non devono
mai essere disgiunti. Se l'amore è intelligente, sa trovare
anche i modi per operare secondo una previdente e giusta
convenienza, come indicano, in maniera significativa, molte
esperienze nel campo della cooperazione di credito.
Tanto una
regolamentazione del settore tale da garantire i soggetti
più deboli e impedire scandalose speculazioni, quanto la
sperimentazione di nuove forme di finanza destinate a
favorire progetti di sviluppo, sono esperienze positive che
vanno approfondite ed incoraggiate, richiamando la stessa
responsabilità del risparmiatore. Anche l'esperienza
della microfinanza, che affonda le proprie radici nella
riflessione e nelle opere degli umanisti civili — penso
soprattutto alla nascita dei Monti di Pietà –, va rafforzata
e messa a punto, soprattutto in questi momenti dove i
problemi finanziari possono diventare drammatici per molti
segmenti più vulnerabili della popolazione, che vanno
tutelati dai rischi di usura o dalla disperazione. I
soggetti più deboli vanno educati a difendersi dall'usura,
così come i popoli poveri vanno educati a trarre reale
vantaggio dal microcredito, scoraggiando in tal modo le
forme di sfruttamento possibili in questi due campi. Poiché
anche nei Paesi ricchi esistono nuove forme di povertà, la
microfinanza può dare concreti aiuti per la creazione di
iniziative e settori nuovi a favore dei ceti deboli della
società anche in una fase di possibile impoverimento della
società stessa.
66.
La interconnessione mondiale ha fatto emergere un nuovo
potere politico, quello dei consumatori e delle loro
associazioni. Si tratta di un fenomeno da approfondire,
che contiene elementi positivi da incentivare e anche
eccessi da evitare. È bene che le persone si rendano
conto che acquistare è sempre un atto morale, oltre che
economico. C'è dunque una precisa responsabilità sociale
del consumatore, che si accompagna alla responsabilità
sociale dell'impresa. I consumatori vanno continuamente
educati [145]
al ruolo che quotidianamente esercitano e che essi possono
svolgere nel rispetto dei principi morali, senza sminuire la
razionalità economica intrinseca all'atto dell'acquistare.
Anche nel campo degli acquisti, proprio in momenti come
quelli che si stanno sperimentando dove il potere di
acquisto potrà ridursi e si dovrà consumare con maggior
sobrietà, è necessario percorrere altre strade, come per
esempio forme di cooperazione all'acquisto, quali le
cooperative di consumo, attive a partire dall'Ottocento
anche grazie all'iniziativa dei cattolici. È utile inoltre
favorire forme nuove di commercializzazione di prodotti
provenienti da aree depresse del pianeta per garantire una
retribuzione decente ai produttori, a condizione che si
tratti veramente di un mercato trasparente, che i produttori
non ricevano solo maggiori margini di guadagno, ma anche
maggiore formazione, professionalità e tecnologia, e infine
che non s'associno a simili esperienze di economia per lo
sviluppo visioni ideologiche di parte. Un più incisivo ruolo
dei consumatori, quando non vengano manipolati essi stessi
da associazioni non veramente rappresentative, è auspicabile
come fattore di democrazia economica.
67.
Di fronte all'inarrestabile crescita dell'interdipendenza
mondiale, è fortemente sentita, anche in presenza di una
recessione altrettanto mondiale, l'urgenza della riforma sia
dell'Organizzazione delle Nazioni Unite che
dell'architettura economica e finanziaria internazionale,
affinché si possa dare reale concretezza al concetto di
famiglia di Nazioni. Sentita è pure l'urgenza di trovare
forme innovative per attuare il principio di
responsabilità di proteggere [146]
e per attribuire anche alle Nazioni più povere una voce
efficace nelle decisioni comuni. Ciò appare necessario
proprio in vista di un ordinamento politico, giuridico ed
economico che incrementi ed orienti la collaborazione
internazionale verso lo sviluppo solidale di tutti i popoli.
Per il governo dell'economia mondiale; per risanare le
economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti
della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per
realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza
alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia
dell'ambiente e per regolamentare i flussi migratori, urge
la presenza di una vera Autorità politica mondiale,
quale è stata già tratteggiata dal mio Predecessore, il
Beato
Giovanni XXIII. Una simile Autorità dovrà essere
regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai principi
di sussidiarietà e di solidarietà, essere ordinata alla
realizzazione del bene comune [147],
impegnarsi nella realizzazione di un autentico sviluppo
umano integrale ispirato ai valori della carità nella
verità. Tale Autorità inoltre dovrà essere da tutti
riconosciuta, godere di potere effettivo per garantire a
ciascuno la sicurezza, l'osservanza della giustizia, il
rispetto dei diritti [148].
Ovviamente, essa deve godere della facoltà di far rispettare
dalle parti le proprie decisioni, come pure le misure
coordinate adottate nei vari fori internazionali. In
mancanza di ciò, infatti, il diritto internazionale,
nonostante i grandi progressi compiuti nei vari campi,
rischierebbe di essere condizionato dagli equilibri di
potere tra i più forti. Lo sviluppo integrale dei popoli e
la collaborazione internazionale esigono che venga istituito
un grado superiore di ordinamento internazionale di tipo
sussidiario per il governo della globalizzazione [149]
e che si dia finalmente attuazione ad un ordine sociale
conforme all'ordine morale e a quel raccordo tra sfera
morale e sociale, tra politica e sfera economica e civile
che è già prospettato nello Statuto delle Nazioni Unite.
CAPITOLO SESTO
LO SVILUPPO DEI
POPOLI
E LA TECNICA
68.
Il tema dello sviluppo dei popoli è legato intimamente a
quello dello sviluppo di ogni singolo uomo. La persona umana
per sua natura è dinamicamente protesa al proprio sviluppo.
Non si tratta di uno sviluppo garantito da meccanismi
naturali, perché ognuno di noi sa di essere in grado di
compiere scelte libere e responsabili. Non si tratta nemmeno
di uno sviluppo in balia del nostro capriccio, in quanto
tutti sappiamo di essere dono e non risultato di
autogenerazione. In noi la libertà è originariamente
caratterizzata dal nostro essere e dai suoi limiti. Nessuno
plasma la propria coscienza arbitrariamente, ma tutti
costruiscono il proprio “io” sulla base di un “sé” che ci è
stato dato. Non solo le altre persone sono indisponibili, ma
anche noi lo siamo a noi stessi. Lo sviluppo della
persona si degrada, se essa pretende di essere l'unica
produttrice di se stessa. Analogamente, lo sviluppo dei
popoli degenera se l'umanità ritiene di potersi ri-creare
avvalendosi dei “prodigi” della tecnologia. Così come lo
sviluppo economico si rivela fittizio e dannoso se si affida
ai “prodigi” della finanza per sostenere crescite innaturali
e consumistiche. Davanti a questa pretesa prometeica,
dobbiamo irrobustire l'amore per una libertà non arbitraria,
ma resa veramente umana dal riconoscimento del bene che la
precede. Occorre, a tal fine, che l'uomo rientri in se
stesso per riconoscere le fondamentali norme della legge
morale naturale che Dio ha inscritto nel suo cuore.
69.
Il problema dello sviluppo oggi è strettamente congiunto con
il progresso tecnologico, con le sue strabilianti
applicazioni in campo biologico. La tecnica — è bene
sottolinearlo — è un fatto profondamente umano, legato
all'autonomia e alla libertà dell'uomo. Nella tecnica si
esprime e si conferma la signoria dello spirito sulla
materia. Lo spirito, « reso così “meno schiavo delle cose,
può facilmente elevarsi all'adorazione e alla contemplazione
del Creatore” » [150].
La tecnica permette di dominare la materia, di ridurre i
rischi, di risparmiare fatica, di migliorare le condizioni
di vita. Essa risponde alla stessa vocazione del lavoro
umano: nella tecnica, vista come opera del proprio genio,
l'uomo riconosce se stesso e realizza la propria umanità. La
tecnica è l'aspetto oggettivo dell'agire umano [151],
la cui origine e ragion d'essere sta nell'elemento
soggettivo: l'uomo che opera. Per questo la tecnica non è
mai solo tecnica. Essa manifesta l'uomo e le sue aspirazioni
allo sviluppo, esprime la tensione dell'animo umano al
graduale superamento di certi condizionamenti materiali.
La tecnica, pertanto, si inserisce nel mandato di “coltivare
e custodire la terra” (cfr
Gn 2,15), che Dio ha affidato all'uomo e va
orientata a rafforzare quell'alleanza tra essere umano e
ambiente che deve essere specchio dell'amore creatore di
Dio.
70.
Lo sviluppo tecnologico può indurre l'idea
dell'autosufficienza della tecnica stessa quando l'uomo,
interrogandosi solo sul come, non considera i tanti
perché dai quali è spinto ad agire. È per questo che
la tecnica assume un volto ambiguo. Nata dalla creatività
umana quale strumento della libertà della persona, essa può
essere intesa come elemento di libertà assoluta, quella
libertà che vuole prescindere dai limiti che le cose portano
in sé. Il processo di globalizzazione potrebbe sostituire le
ideologie con la tecnica [152],
divenuta essa stessa un potere ideologico, che esporrebbe
l'umanità al rischio di trovarsi rinchiusa dentro un a
priori dal quale non potrebbe uscire per incontrare
l'essere e la verità. In tal caso, noi tutti conosceremmo,
valuteremmo e decideremmo le situazioni della nostra vita
dall'interno di un orizzonte culturale tecnocratico, a cui
apparterremmo strutturalmente, senza mai poter trovare un
senso che non sia da noi prodotto. Questa visione rende oggi
così forte la mentalità tecnicistica da far coincidere il
vero con il fattibile. Ma quando l'unico criterio della
verità è l'efficienza e l'utilità, lo sviluppo viene
automaticamente negato. Infatti, il vero sviluppo non
consiste primariamente nel fare. Chiave dello sviluppo è
un'intelligenza in grado di pensare la tecnica e di cogliere
il senso pienamente umano del fare dell'uomo, nell'orizzonte
di senso della persona presa nella globalità del suo essere.
Anche quando opera mediante un satellite o un impulso
elettronico a distanza, il suo agire rimane sempre umano,
espressione di libertà responsabile. La tecnica attrae
fortemente l'uomo, perché lo sottrae alle limitazioni
fisiche e ne allarga l'orizzonte. Ma la libertà umana è
propriamente se stessa, solo quando risponde al fascino
della tecnica con decisioni che siano frutto di
responsabilità morale. Di qui, l'urgenza di una
formazione alla responsabilità etica nell'uso della tecnica.
A partire dal fascino che la tecnica esercita sull'essere
umano, si deve recuperare il senso vero della libertà, che
non consiste nell'ebbrezza di una totale autonomia, ma nella
risposta all'appello dell'essere, a cominciare dall'essere
che siamo noi stessi.
71.
Questa possibile deviazione della mentalità tecnica dal suo
originario alveo umanistico è oggi evidente nei fenomeni
della tecnicizzazione sia dello sviluppo che della pace.
Spesso lo sviluppo dei popoli è considerato un problema di
ingegneria finanziaria, di apertura dei mercati, di
abbattimento di dazi, di investimenti produttivi, di riforme
istituzionali, in definitiva un problema solo tecnico. Tutti
questi ambiti sono quanto mai importanti, ma ci si deve
chiedere perché le scelte di tipo tecnico finora abbiano
funzionato solo relativamente. La ragione va ricercata più
in profondità. Lo sviluppo non sarà mai garantito
compiutamente da forze in qualche misura automatiche e
impersonali, siano esse quelle del mercato o quelle della
politica internazionale. Lo sviluppo è impossibile senza
uomini retti, senza operatori economici e uomini politici
che vivano fortemente nelle loro coscienze l'appello del
bene comune. Sono necessarie sia la preparazione
professionale sia la coerenza morale. Quando prevale
l'assolutizzazione della tecnica si realizza una confusione
fra fini e mezzi, l'imprenditore considererà come unico
criterio d'azione il massimo profitto della produzione; il
politico, il consolidamento del potere; lo scienziato, il
risultato delle sue scoperte. Accade così che, spesso, sotto
la rete dei rapporti economici, finanziari o politici,
permangono incomprensioni, disagi e ingiustizie; i flussi
delle conoscenze tecniche si moltiplicano, ma a beneficio
dei loro proprietari, mentre la situazione reale delle
popolazioni che vivono sotto e quasi sempre all'oscuro di
questi flussi rimane immutata, senza reali possibilità di
emancipazione.
72.
Anche la pace rischia talvolta di essere considerata come un
prodotto tecnico, frutto soltanto di accordi tra governi o
di iniziative volte ad assicurare efficienti aiuti
economici. È vero che la costruzione della pace esige
la costante tessitura di contatti diplomatici, di scambi
economici e tecnologici, di incontri culturali, di accordi
su progetti comuni, come anche l'assunzione di impegni
condivisi per arginare le minacce di tipo bellico e scalzare
alla radice le ricorrenti tentazioni terroristiche.
Tuttavia, perché tali sforzi possano produrre effetti
duraturi, è necessario che si appoggino su valori radicati
nella verità della vita. Occorre cioè sentire la voce e
guardare alla situazione delle popolazioni interessate per
interpretarne adeguatamente le attese. Ci si deve porre, per
così dire, in continuità con lo sforzo anonimo di tante
persone fortemente impegnate nel promuovere l'incontro tra i
popoli e nel favorire lo sviluppo partendo dall'amore e
dalla comprensione reciproca. Tra queste persone ci sono
anche fedeli cristiani, coinvolti nel grande compito di dare
allo sviluppo e alla pace un senso pienamente umano.
73.
Connessa con lo sviluppo tecnologico è l'accresciuta
pervasività dei mezzi di comunicazione sociale. È
ormai quasi impossibile immaginare l'esistenza della
famiglia umana senza di essi. Nel bene e nel male, sono così
incarnati nella vita del mondo, che sembra davvero assurda
la posizione di coloro che ne sostengono la neutralità,
rivendicandone di conseguenza l'autonomia rispetto alla
morale che tocca le persone. Spesso simili prospettive, che
enfatizzano la natura strettamente tecnica dei media,
favoriscono di fatto la loro subordinazione al calcolo
economico, al proposito di dominare i mercati e, non ultimo,
al desiderio di imporre parametri culturali funzionali a
progetti di potere ideologico e politico. Data la loro
fondamentale importanza nella determinazione di mutamenti
nel modo di percepire e di conoscere la realtà e la stessa
persona umana, diventa necessaria un'attenta riflessione
sulla loro influenza specie nei confronti della dimensione
etico-culturale della globalizzazione e dello sviluppo
solidale dei popoli. Al pari di quanto richiesto da una
corretta gestione della globalizzazione e dello sviluppo, il
senso e la finalizzazione dei media vanno ricercati nel
fondamento antropologico. Ciò vuol dire che essi possono
divenire occasione di umanizzazione non solo quando,
grazie allo sviluppo tecnologico, offrono maggiori
possibilità di comunicazione e di informazione, ma
soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di
un'immagine della persona e del bene comune che ne rispecchi
le valenze universali. I mezzi di comunicazione sociale non
favoriscono la libertà né globalizzano lo sviluppo e la
democrazia per tutti, semplicemente perché moltiplicano le
possibilità di interconnessione e di circolazione delle
idee. Per raggiungere simili obiettivi bisogna che essi
siano centrati sulla promozione della dignità delle persone
e dei popoli, siano espressamente animati dalla carità e
siano posti al servizio della verità, del bene e della
fraternità naturale e soprannaturale. Infatti, nell'umanità
la libertà è intrinsecamente collegata con questi valori
superiori. I media possono costituire un valido aiuto
per far crescere la comunione della famiglia umana e l'ethos
delle società, quando diventano strumenti di promozione
dell'universale partecipazione nella comune ricerca di ciò
che è giusto.
74.
Campo primario e cruciale della lotta culturale tra
l'assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale
dell'uomo è oggi quello della bioetica, in cui si
gioca radicalmente la possibilità stessa di uno sviluppo
umano integrale. Si tratta di un ambito delicatissimo e
decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione
fondamentale: se l'uomo si sia prodotto da se stesso o se
egli dipenda da Dio. Le scoperte scientifiche in questo
campo e le possibilità di intervento tecnico sembrano
talmente avanzate da imporre la scelta tra le due
razionalità: quella della ragione aperta alla trascendenza o
quella della ragione chiusa nell'immanenza. Si è di fronte a
un aut aut decisivo. La razionalità del fare tecnico
centrato su se stesso si dimostra però irrazionale, perché
comporta un rifiuto deciso del senso e del valore. Non a
caso la chiusura alla trascendenza si scontra con la
difficoltà a pensare come dal nulla sia scaturito l'essere e
come dal caso sia nata l'intelligenza [153].
Di fronte a questi drammatici problemi, ragione e fede si
aiutano a vicenda. Solo assieme salveranno l'uomo.
Attratta dal puro fare tecnico, la ragione senza la fede è
destinata a perdersi nell'illusione della propria
onnipotenza. La fede senza la ragione, rischia
l'estraniamento dalla vita concreta delle persone [154].
75.
Già
Paolo VI aveva riconosciuto e indicato l'orizzonte
mondiale della questione sociale [155].
Seguendolo su questa strada, oggi occorre affermare che
la questione sociale è diventata radicalmente questione
antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso
non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita,
sempre più posta dalle biotecnologie nelle mani dell'uomo.
La fecondazione in vitro, la ricerca sugli embrioni,
la possibilità della clonazione e dell'ibridazione umana
nascono e sono promosse nell'attuale cultura del disincanto
totale, che crede di aver svelato ogni mistero, perché si è
ormai arrivati alla radice della vita. Qui l'assolutismo
della tecnica trova la sua massima espressione. In tale tipo
di cultura la coscienza è solo chiamata a prendere atto di
una mera possibilità tecnica. Non si possono tuttavia
minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell'uomo
e i nuovi potenti strumenti che la « cultura della morte »
ha a disposizione. Alla diffusa, tragica, piaga dell'aborto
si potrebbe aggiungere in futuro, ma è già surrettiziamente
in nuce, una sistematica pianificazione eugenetica delle
nascite. Sul versante opposto, va facendosi strada una
mens eutanasica, manifestazione non meno abusiva di
dominio sulla vita, che in certe condizioni viene
considerata non più degna di essere vissuta. Dietro questi
scenari stanno posizioni culturali negatrici della dignità
umana. Queste pratiche, a loro volta, sono destinate ad
alimentare una concezione materiale e meccanicistica della
vita umana. Chi potrà misurare gli effetti negativi di una
simile mentalità sullo sviluppo? Come ci si potrà stupire
dell'indifferenza per le situazioni umane di degrado, se
l'indifferenza caratterizza perfino il nostro atteggiamento
verso ciò che è umano e ciò che non lo è? Stupisce la
selettività arbitraria di quanto oggi viene proposto come
degno di rispetto. Pronti a scandalizzarsi per cose
marginali, molti sembrano tollerare ingiustizie inaudite.
Mentre i poveri del mondo bussano ancora alle porte
dell'opulenza, il mondo ricco rischia di non sentire più
quei colpi alla sua porta, per una coscienza ormai incapace
di riconoscere l'umano. Dio svela l'uomo all'uomo; la
ragione e la fede collaborano nel mostrargli il bene, solo
che lo voglia vedere; la legge naturale, nella quale
risplende la Ragione creatrice, indica la grandezza
dell'uomo, ma anche la sua miseria quando egli disconosce il
richiamo della verità morale.
76.
Uno degli aspetti del moderno spirito tecnicistico è
riscontrabile nella propensione a considerare i problemi e i
moti legati alla vita interiore soltanto da un punto di
vista psicologico, fino al riduzionismo neurologico.
L'interiorità dell'uomo viene così svuotata e la
consapevolezza della consistenza ontologica dell'anima
umana, con le profondità che i Santi hanno saputo
scandagliare, progressivamente si perde. Il problema
dello sviluppo è strettamente collegato anche alla nostra
concezione dell'anima dell'uomo, dal momento che il
nostro io viene spesso ridotto alla psiche e la salute
dell'anima è confusa con il benessere emotivo. Queste
riduzioni hanno alla loro base una profonda incomprensione
della vita spirituale e portano a disconoscere che lo
sviluppo dell'uomo e dei popoli, invece, dipende anche dalla
soluzione di problemi di carattere spirituale. Lo
sviluppo deve comprendere una crescita spirituale oltre che
materiale, perché la persona umana è un'« unità di anima
e corpo » [156],
nata dall'amore creatore di Dio e destinata a vivere
eternamente. L'essere umano si sviluppa quando cresce nello
spirito, quando la sua anima conosce se stessa e le verità
che Dio vi ha germinalmente impresso, quando dialoga con se
stesso e con il suo Creatore. Lontano da Dio, l'uomo è
inquieto e malato. L'alienazione sociale e psicologica e le
tante nevrosi che caratterizzano le società opulente
rimandano anche a cause di ordine spirituale. Una società
del benessere, materialmente sviluppata, ma opprimente per
l'anima, non è di per sé orientata all'autentico sviluppo.
Le nuove forme di schiavitù della droga e la disperazione in
cui cadono tante persone trovano una spiegazione non solo
sociologica e psicologica, ma essenzialmente spirituale. Il
vuoto in cui l'anima si sente abbandonata, pur in presenza
di tante terapie per il corpo e per la psiche, produce
sofferenza. Non ci sono sviluppo plenario e bene comune
universale senza il bene spirituale e morale delle persone,
considerate nella loro interezza di anima e corpo.
77.
L'assolutismo della tecnica tende a produrre un'incapacità
di percepire ciò che non si spiega con la semplice materia.
Eppure tutti gli uomini sperimentano i tanti aspetti
immateriali e spirituali della loro vita. Conoscere non è un
atto solo materiale, perché il conosciuto nasconde sempre
qualcosa che va al di là del dato empirico. Ogni nostra
conoscenza, anche la più semplice, è sempre un piccolo
prodigio, perché non si spiega mai completamente con gli
strumenti materiali che adoperiamo. In ogni verità c'è più
di quanto noi stessi ci saremmo aspettati, nell'amore che
riceviamo c'è sempre qualcosa che ci sorprende. Non dovremmo
mai cessare di stupirci davanti a questi prodigi. In ogni
conoscenza e in ogni atto d'amore l'anima dell'uomo
sperimenta un « di più » che assomiglia molto a un dono
ricevuto, ad un'altezza a cui ci sentiamo elevati. Anche lo
sviluppo dell'uomo e dei popoli si colloca a una simile
altezza, se consideriamo la dimensione spirituale che
deve connotare necessariamente tale sviluppo perché possa
essere autentico. Esso richiede occhi nuovi e un cuore
nuovo, in grado di superare la visione materialistica
degli avvenimenti umani e di intravedere nello sviluppo
un “oltre” che la tecnica non può dare. Su questa via sarà
possibile perseguire quello sviluppo umano integrale che ha
il suo criterio orientatore nella forza propulsiva della
carità nella verità.
CONCLUSIONE
78.
Senza Dio l'uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a
comprendere chi egli sia. Di fronte agli enormi problemi
dello sviluppo dei popoli che quasi ci spingono allo
sconforto e alla resa, ci viene in aiuto la parola del
Signore Gesù Cristo che ci fa consapevoli: « Senza di me non
potete far nulla » (Gv
15,5) e c'incoraggia: « Io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo » (Mt
28,20). Di fronte alla vastità del lavoro da compiere,
siamo sostenuti dalla fede nella presenza di Dio accanto a
coloro che si uniscono nel suo nome e lavorano per la
giustizia.
Paolo VI ci ha ricordato nella
Populorum progressio che l'uomo non è in grado di
gestire da solo il proprio progresso, perché non può fondare
da sé un vero umanesimo. Solo se pensiamo di essere chiamati
in quanto singoli e in quanto comunità a far parte della
famiglia di Dio come suoi figli, saremo anche capaci di
produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a
servizio di un vero umanesimo integrale. La maggiore forza a
servizio dello sviluppo è quindi un umanesimo cristiano [157],
che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità,
accogliendo l'una e l'altra come dono permanente di Dio. La
disponibilità verso Dio apre alla disponibilità verso i
fratelli e verso una vita intesa come compito solidale e
gioioso. Al contrario, la chiusura ideologica a Dio e
l'ateismo dell'indifferenza, che dimenticano il Creatore e
rischiano di dimenticare anche i valori umani, si presentano
oggi tra i maggiori ostacoli allo sviluppo. L'umanesimo
che esclude Dio è un umanesimo disumano. Solo un
umanesimo aperto all'Assoluto può guidarci nella promozione
e realizzazione di forme di vita sociale e civile —
nell'ambito delle strutture, delle istituzioni, della
cultura, dell'ethos — salvaguardandoci dal rischio di
cadere prigionieri delle mode del momento. È la
consapevolezza dell'Amore indistruttibile di Dio che ci
sostiene nel faticoso ed esaltante impegno per la giustizia,
per lo sviluppo dei popoli, tra successi ed insuccessi,
nell'incessante perseguimento di retti ordinamenti per le
cose umane. L'amore di Dio ci chiama ad uscire da ciò che
è limitato e non definitivo, ci dà il coraggio di operare e
di proseguire nella ricerca del bene di tutti, anche se
non si realizza immediatamente, anche se quello che
riusciamo ad attuare, noi e le autorità politiche e gli
operatori economici, è sempre meno di ciò a cui aneliamo [158].
Dio ci dà la forza di lottare e di soffrire per amore del
bene comune, perché Egli è il nostro Tutto, la nostra
speranza più grande.
79.
Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate
verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi
dalla consapevolezza che l'amore pieno di verità, caritas
in veritate, da cui procede l'autentico sviluppo, non è
da noi prodotto ma ci viene donato. Perciò anche nei momenti
più difficili e complessi, oltre a reagire con
consapevolezza, dobbiamo soprattutto riferirci al suo amore.
Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria
considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di
fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla
Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di
perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del
prossimo, di giustizia e di pace. Tutto ciò è indispensabile
per trasformare i « cuori di pietra » in « cuori di carne »
(Ez
36,26), così da rendere « divina » e perciò più degna
dell'uomo la vita sulla terra. Tutto questo è dell'uomo,
perché l'uomo è soggetto della propria esistenza; ed insieme
è di Dio, perché Dio è al principio e alla fine di
tutto ciò che vale e redime: « Il mondo, la vita, la morte,
il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di
Cristo e Cristo è di Dio » (1
Cor 3,22-23). L'anelito del cristiano è che tutta la
famiglia umana possa invocare Dio come « Padre nostro! ».
Insieme al Figlio unigenito, possano tutti gli uomini
imparare a pregare il Padre e a chiedere a Lui, con le
parole che Gesù stesso ci ha insegnato, di saperLo
santificare vivendo secondo la sua volontà, e poi di avere
il pane quotidiano necessario, la comprensione e la
generosità verso i debitori, di non essere messi troppo alla
prova e di essere liberati dal male (cfr
Mt 6,9-13).
Al termine dell'Anno
Paolino mi piace esprimere questo auspicio con le parole
stesse dell'Apostolo nella sua Lettera ai Romani: “La
carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al
bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno,
gareggiate nello stimarvi a vicenda” (12,9-10).
Che
la Vergine Maria, proclamata da Paolo VI Mater Ecclesiae
e onorata dal popolo cristiano come Speculum
iustitiae e Regina pacis, ci protegga e ci
ottenga, con la sua celeste intercessione, la forza, la
speranza e la gioia necessarie per continuare a dedicarci
con generosità all'impegno di realizzare lo « sviluppo di
tutto l'uomo e di tutti gli uomini » [159].
Dato a Roma,
presso San Pietro, il 29 giugno, solennità dei SS. Apostoli
Pietro e Paolo, dell'anno 2009, quinto del mio Pontificato.
BENEDICTUS PP. XVI |