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Ultima udienza generale di
Benedetto XVI prima del viaggio in Spagna e della pausa estiva.
Riflessione dedicata alla figura di San Giovanni e l'invito ai
giovani a seguire l'esempio del beato Pier Giorgio Frassati.
Il
papa: la fede prima di tutto
di Benedetto XVI
Ultima udienza generale di
Benedetto XVI prima del viaggio in Spagna e della pausa estiva. Dopo
il rientro da Valencia, infatti, è previsto un periodo di riposo in
Val d'Aosta dall'11 al 28 luglio, a cui seguirà il trasferimento a
Castel Gandolfo. Le udienze generali riprenderanno il 2 agosto.
Inatnto, stamani, il pontefice ha continuato il suo ciclo di
riflessioni sull'origine della Chiesa, soffermandosi sulla figura di
san Giovanni. La fede mostrata dall'apostolo, dice, induce "tutti
noi a essere pronti a dichiarare l'incrollabile adesione a Cristo,
anteponendo la fede a ogni calcolo e a ogni umano interesse". Quanto
alla capacità evangelizzatrice dell'apostolo Giovanni, il papa ha
sottolineato che nel vangelo apocrifo 'Atti di Giovanni', egli viene
presentato come "comunicatore della fede nell'incontro con anime
capaci di sperare e di essere salvate".
Giovanni, il cui nome - ha spiegato - significa in ebraico ''il
Signore ha fatto grazia'', faceva parte del ristretto gruppo di
apostoli che Gesù chiamava vicino a sé nelle occasioni importanti. E
l'insegnamento riguardante l'incrollabile testimonianza di fede
deriva dall'episodio del processo davanti al sinedrio, insieme a
Pietro, in cui Giovanni confessa. ''noi non possiamo negare cio' che
abbiamo visto''. ''Alcuni vedono in lui il prototipo del discepolo
di Gesu''', ha proseguito Benedetto XVI, mentre la ''lezione
essenziale per la nostra vita'' è che ''il Signore desidera fare di
ciascuno di noi il discepolo che vive una personale amicizia con
lui, e per realizzare questo non basta ascoltarlo esteriormente:
bisogna anche vivere con lui e come lui''.
Al termine dell'udienza, il consueto pensiero ai giovani, partendo
dall'esempio del beato Pier Giorgio Frassati, l'esponente di una
famiglia dell'alta borghesia piemontese (il padre Alfredo fu tra
l'altro proprietario e direttore del quotidiano 'La Stampa') morto a
24 anni dopo una vita dedicata ad un intenso percorso spirituale. Il
suo, ha detto il papa, è un esempio. "Susciti in voi, cari giovani,
propositi di coraggiosa testimonianza evangelica''.
Il testo integrale della catechesi del papa
Cari fratelli e sorelle,
dedichiamo l'incontro di oggi al ricordo di un altro membro molto
importante del collegio apostolico: Giovanni, figlio di Zebedeo e
fratello di Giacomo. Il suo nome, tipicamente ebraico, significa "il
Signore ha fatto grazia". Stava riassettando le reti sulla sponda
del lago di Tiberìade, quando Gesù lo chiamò insieme con il fratello
(cfr Mt 4,21; Mc 1,19). Giovanni fa sempre parte del
gruppo ristretto, che Gesù prende con sé in determinate occasioni.
E’ insieme a Pietro e a Giacomo quando Gesù, a Cafarnao, entra in
casa di Pietro per guarirgli la suocera (cfr Mc 1,29); con
gli altri due segue il Maestro nella casa dell'archisinagògo Giàiro,
la cui figlia sarà richiamata in vita (cfr Mc 5,37); lo segue
quando sale sul monte per essere trasfigurato (cfr Mc 9,2);
gli è accanto sul Monte degli Olivi quando davanti all’imponenza del
Tempio di Gerusalemme pronuncia il discorso sulla fine della città e
del mondo (cfr Mc 13,3); e, finalmente, gli è vicino quando
nell'Orto del Getsémani si ritira in disparte per pregare il Padre
prima della Passione (cfr Mc 14,33). Poco prima della Pasqua,
quando Gesù sceglie due discepoli per mandarli a preparare la sala
per la Cena, a lui ed a Pietro affida tale compito (cfr Lc
22,8).
Questa sua posizione di spicco nel gruppo dei Dodici rende in
qualche modo comprensibile l’iniziativa presa un giorno dalla madre:
ella si avvicinò a Gesù per chiedergli che i due figli, Giovanni
appunto e Giacomo, potessero sedere uno alla sua destra e uno alla
sua sinistra nel Regno (cfr Mt 20,20-21). Come sappiamo, Gesù
rispose facendo a sua volta una domanda: chiese se essi fossero
disposti a bere il calice che egli stesso stava per bere (cfr Mt
20,22). L’intenzione che stava dietro a quelle parole era di aprire
gli occhi dei due discepoli, di introdurli alla conoscenza del
mistero della sua persona e di adombrare loro la futura chiamata ad
essergli testimoni fino alla prova suprema del sangue. Poco dopo
infatti Gesù precisò di non essere venuto per essere servito ma per
servire e dare la propria vita in riscatto per la moltitudine (cfr
Mt 20,28). Nei giorni successivi alla risurrezione,
ritroviamo "i figli di Zebedeo" impegnati con Pietro ed alcuni altri
discepoli in una notte infruttuosa, a cui segue per intervento del
Risorto la pesca miracolosa: sarà "il discepolo che Gesù amava" a
riconoscere per primo "il Signore" e a indicarlo a Pietro (cfr Gv
21,1-13).
All'interno della Chiesa di Gerusalemme, Giovanni occupò un posto di
rilievo nella conduzione del primo raggruppamento di cristiani.
Paolo infatti lo annovera tra quelli che chiama le "colonne" di
quella comunità (cfr Gal 2,9). In realtà, Luca negli Atti lo
presenta insieme con Pietro mentre vanno a pregare nel Tempio (cfr
At 3,1-4.11) o compaiono davanti al Sinedrio a testimoniare
la propria fede in Gesù Cristo (cfr At 4,13.19). Insieme con
Pietro viene inviato dalla Chiesa di Gerusalemme a confermare coloro
che in Samaria hanno accolto il Vangelo, pregando su di loro perché
ricevano lo Spirito Santo (cfr At 8,14-15). In particolare,
va ricordato ciò che afferma, insieme con Pietro, davanti al
Sinedrio che li sta processando: "Noi non possiamo tacere quello che
abbiamo visto e ascoltato" (At 4,20). Proprio questa
franchezza nel confessare la propria fede resta un esempio e un
monito per tutti noi ad essere sempre pronti a dichiarare con
decisione la nostra incrollabile adesione a Cristo, anteponendo la
fede a ogni calcolo o umano interesse.
Secondo la tradizione, Giovanni è "il discepolo prediletto", che nel
Quarto Vangelo poggia il capo sul petto del Maestro durante l'Ultima
Cena (cfr Gv 13,21), si trova ai piedi della Croce insieme
alla Madre di Gesù (cfr Gv 19, 25) ed è infine testimone sia
della Tomba vuota che della stessa presenza del Risorto (cfr Gv
20,2; 21,7). Sappiamo che questa identificazione è oggi discussa
dagli studiosi, alcuni dei quali vedono in lui semplicemente il
prototipo del discepolo di Gesù. Lasciando agli esegeti di dirimere
la questione, ci contentiamo qui di raccogliere una lezione
importante per la nostra vita: il Signore desidera fare di ciascuno
di noi un discepolo che vive una personale amicizia con Lui. Per
realizzare questo non basta seguirlo e ascoltarlo esteriormente;
bisogna anche vivere con Lui e come Lui. Ciò è possibile soltanto
nel contesto di un rapporto di grande familiarità, pervaso dal
calore di una totale fiducia. E’ ciò che avviene tra amici; per
questo Gesù ebbe a dire un giorno: "Nessuno ha un amore più grande
di questo: dare la vita per i propri amici ... Non vi chiamo più
servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho
chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto
conoscere a voi" (Gv 15,13.15).
Negli apocrifi Atti di Giovanni l'Apostolo viene presentato
non come fondatore di Chiese e neppure alla guida di comunità già
costituite, ma in continua itineranza come comunicatore della fede
nell'incontro con "anime capaci di sperare e di essere salvate"
(18,10; 23,8). Tutto è mosso dal paradossale intento di far vedere
l'invisibile. E infatti dalla Chiesa orientale egli è chiamato
semplicemente "il Teologo", cioè colui che è capace di parlare in
termini accessibili delle cose divine, svelando un arcano accesso a
Dio mediante l'adesione a Gesù. Il culto di Giovanni apostolo si
affermò a partire dalla città di Efeso, dove, secondo un’antica
tradizione, avrebbe a lungo operato, morendovi infine in età
straordinariamente avanzata, sotto l'imperatore Traiano. Ad Efeso
l'imperatore Giustiniano, nel secolo VI, fece costruire in suo onore
una grande basilica, di cui restano tuttora imponenti rovine.
Proprio in Oriente egli godette e gode tuttora di grande
venerazione. Nell’iconografia bizantina viene spesso raffigurato
molto anziano – secondo la tradizione morì sotto l’imperatore
Traiano - e in atto di intensa contemplazione, quasi
nell’atteggiamento di chi invita al silenzio.
In effetti, senza adeguato raccoglimento non è possibile avvicinarsi
al mistero supremo di Dio e alla sua rivelazione. Ciò spiega perché,
anni fa, il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Atenagora, colui
che il Papa Paolo VI abbracciò in un memorabile incontro, ebbe ad
affermare: "Giovanni è all'origine della nostra più alta
spiritualità. Come lui, i ‘silenziosi’ conoscono quel misterioso
scambio dei cuori, invocano la presenza di Giovanni e il loro cuore
si infiamma" (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Torino
1972, p. 159). Il Signore ci aiuti a metterci alla scuola di
Giovanni per imparare la grande lezione dell’amore così da sentirci
amati da Cristo "fino alla fine" (Gv 13,1) e spendere la
nostra vita per Lui.
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