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Nell’omelia per la festa
dei santi Pietro e Paolo, Benedetto XVI descrive una Chiesa
“squassata dal vento delle ideologie”, ma inaffondabile. Perché
anche nella debolezza del papa “si rivela la forza di Dio”
”In questa basilica eretta sopra la tomba
di Pietro, una tomba di poveri...”
di Benedetto XVI
"Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa" (Matteo
16, 18). Che cosa dice propriamente il Signore a Pietro con queste
parole? Quale promessa gli fa con esse e quale incarico gli affida?
E che cosa dice a noi – al vescovo di Roma, che siede sulla cattedra
di Pietro, e alla Chiesa di oggi?
Se vogliamo comprendere il significato delle parole di Gesù, è utile
ricordarsi che i Vangeli ci raccontano di tre situazioni diverse in
cui il Signore, ogni volta in un modo particolare, trasmette a
Pietro il compito che gli sarà proprio. Si tratta sempre dello
stesso compito, ma dalla diversità delle situazioni e delle immagini
usate diventa più chiaro per noi che cosa in esso interessava ed
interessa al Signore.
Nel Vangelo di san Matteo [16, 13-21] che abbiamo ascoltato poco fa,
Pietro rende la propria confessione a Gesù riconoscendolo come
Messia e Figlio di Dio. In base a ciò gli viene conferito il suo
particolare compito mediante tre immagini: quella della roccia che
diventa pietra di fondamento o pietra angolare, quella delle chiavi
e quella del legare e sciogliere. In questo momento non intendo
interpretare ancora una volta queste tre immagini che la Chiesa, nel
corso dei secoli, ha spiegato sempre di nuovo; vorrei piuttosto
richiamare l'attenzione sul luogo geografico e sul contesto
cronologico di queste parole.
La promessa avviene presso le fonti del Giordano, alla frontiera
della terra giudaica, sul confine verso il mondo pagano. Il momento
della promessa segna una svolta decisiva nel cammino di Gesù: ora il
Signore s'incammina verso Gerusalemme e, per la prima volta, dice ai
discepoli che questo cammino verso la Città Santa è il cammino verso
la Croce: "Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi
discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte
degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e
risuscitare il terzo giorno" (Matteo 16, 21).
Ambedue le cose vanno insieme e determinano il luogo interiore del
Primato, anzi della Chiesa in genere: continuamente il Signore è in
cammino verso la Croce, verso la bassezza del servo di Dio
sofferente e ucciso, ma al contempo è sempre anche in cammino verso
la vastità del mondo, nella quale Egli ci precede come Risorto,
perché nel mondo rifulga la luce della sua parola e la presenza del
suo amore; è in cammino perché mediante Lui, il Cristo crocifisso e
risorto, arrivi nel mondo Dio stesso. In questo senso Pietro, nella
sua Prima Lettera, si qualifica "testimone delle sofferenze di
Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi" (5, 1). Per
la Chiesa il Venerdì Santo e la Pasqua esistono sempre insieme; essa
è sempre sia il grano di senapa sia l'albero fra i cui rami gli
uccelli del cielo si annidano. La Chiesa – ed in essa Cristo –
soffre anche oggi. In essa Cristo viene sempre di nuovo schernito e
colpito; sempre di nuovo si cerca di spingerlo fuori del mondo.
Sempre di nuovo la piccola barca della Chiesa è squassata dal vento
delle ideologie, che con le loro acque penetrano in essa e sembrano
condannarla all'affondamento. E tuttavia, proprio nella Chiesa
sofferente Cristo è vittorioso. Nonostante tutto, la fede in Lui
riprende forza sempre di nuovo. Anche oggi il Signore comanda alle
acque e si dimostra Signore degli elementi. Egli resta nella sua
barca, nella navicella della Chiesa. Così anche nel ministero di
Pietro si rivela, da una parte, la debolezza di ciò che è proprio
dell'uomo, ma insieme anche la forza di Dio: proprio nella debolezza
degli uomini il Signore manifesta la sua forza; dimostra che è Lui
stesso a costruire, mediante uomini deboli, la sua Chiesa.
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* *
Rivolgiamoci ora al Vangelo di san Luca che ci racconta come il
Signore, durante l'ultima cena, conferisce nuovamente un compito
speciale a Pietro (cfr Luca 22, 31-33).
Questa volta le parole di Gesù rivolte a Simone si trovano
immediatamente dopo l'istituzione della santissima Eucaristia. Il
Signore si è appena donato ai suoi, sotto le specie del pane e del
vino. Possiamo vedere nell'istituzione dell'Eucaristia il vero e
proprio atto fondativo della Chiesa. Attraverso l'Eucaristia il
Signore dona ai suoi non solo se stesso, ma anche la realtà di una
nuova comunione tra di loro che si prolunga nei tempi "finché Egli
venga" (cfr 1 Corinti 11, 26). Mediante l'Eucaristia i discepoli
diventano la sua casa vivente che, lungo la storia, cresce come il
nuovo e vivente tempio di Dio in questo mondo. E così Gesù, subito
dopo l'istituzione del sacramento, parla di ciò che l'essere
discepoli, il "ministero", significa nella nuova comunità: dice che
esso è un impegno di servizio, così come Egli stesso si trova in
mezzo a loro come Colui che serve.
E allora si rivolge a Pietro. Dice che Satana ha chiesto di poter
vagliare i discepoli come il grano. Questo evoca il passo del Libro
di Giobbe, in cui Satana chiede a Dio la facoltà di colpire Giobbe.
Il diavolo – il calunniatore di Dio e degli uomini – vuole con ciò
provare che non esiste una vera religiosità, ma che nell'uomo tutto
mira sempre e soltanto all'utilità. Nel caso di Giobbe, Dio concede
a Satana la libertà richiesta proprio per poter con ciò difendere la
sua creatura, l'uomo, e se stesso. E così avviene anche con i
discepoli di Gesù – in tutti i tempi. A noi tante volte sembra che
Dio lasci a Satana troppa libertà; che gli conceda la facoltà di
scuoterci in modo troppo terribile; e che questo superi le nostre
forze e ci opprima troppo. Sempre di nuovo grideremo a Dio: Ahimè,
guarda la miseria dei tuoi discepoli, deh, proteggici! Infatti Gesù
continua: "Io ho pregato, che non venga meno la tua fede" (Luca 22,
32). La preghiera di Gesù è il limite posto al potere del maligno.
Il pregare di Gesù è la protezione della Chiesa. Possiamo rifugiarci
sotto questa protezione, aggrapparci ad essa e di essa essere
sicuri. Ma – come ci dice il Vangelo – Gesù prega in modo
particolare per Pietro: "perché non venga meno la tua fede". Questa
preghiera di Gesù è insieme promessa e compito. La preghiera di Gesù
tutela la fede di Pietro; quella fede che egli ha confessato a
Cesarea di Filippo: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente"
(Matteo 16, 16). Ecco: non lasciare mai che questa fede diventi
muta, rinfrancarla sempre di nuovo, proprio anche di fronte alla
croce e a tutte le contraddizioni del mondo: questo è il compito di
Pietro. Perciò appunto il Signore non prega soltanto per la fede
personale di Pietro, ma per la sua fede come servizio agli altri. È
proprio questo che Egli intende dire con le parole: "E tu, una volta
ravveduto, conferma i tuoi fratelli" (Luca 22, 32).
"Tu, una volta ravveduto" – questa parola è insieme profezia e
promessa. Essa profetizza la debolezza di Simone che, di fronte ad
una serva ed un servo, negherà di conoscere Gesù. Attraverso questa
caduta Pietro – e con lui la Chiesa di tutti i tempi – deve imparare
che la propria forza da sola non è sufficiente per edificare e
guidare la Chiesa del Signore. Nessuno ci riesce soltanto da sé. Per
quanto Pietro sembri capace e bravo, già nel primo momento della
prova fallisce: "Tu, una volta ravveduto...". Il Signore, che gli
predice la caduta, gli promette anche la conversione: "Allora il
Signore, voltatosi, guardò Pietro…" (Luca 22, 61). Lo sguardo di
Gesù opera la trasformazione e diventa la salvezza di Pietro: Egli,
"uscito, pianse amaramente" (22, 62). Vogliamo sempre di nuovo
implorare questo sguardo salvatore di Gesù: per tutti coloro che,
nella Chiesa, portano una responsabilità; per tutti coloro che
soffrono delle confusioni di questo tempo; per i grandi e per i
piccoli: Signore, guardaci sempre di nuovo e così tiraci su da tutte
le nostre cadute e prendici nelle tue mani buone.
Il Signore affida a Pietro il compito per i fratelli attraverso la
promessa della sua preghiera. L'incarico di Pietro è ancorato alla
preghiera di Gesù. È questo che gli dà la sicurezza del suo
perseverare attraverso tutte le miserie umane. E il Signore gli
affida questo incarico nel contesto della Cena, in connessione con
il dono della santissima Eucaristia. La Chiesa, nel suo intimo, è
comunità eucaristica e così comunione nel Corpo del Signore. Il
compito di Pietro è di presiedere a questa comunione universale; di
mantenerla presente nel mondo come unità anche visibile. Egli,
insieme con tutta la Chiesa di Roma, deve – come dice sant'Ignazio
di Antiochia – presiedere alla carità: presiedere alla comunità di
quell'amore che proviene da Cristo e, sempre di nuovo, oltrepassa i
limiti del privato per portare l'amore di Cristo fino ai confini
della terra.
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Il terzo riferimento al Primato si trova nel Vangelo di san Giovanni
(21, 15-19). Il Signore è risorto, e come Risorto affida a Pietro il
suo gregge. Anche qui si compenetrano a vicenda la Croce e la
Risurrezione. Gesù predice a Pietro che il suo cammino andrà verso
la croce. In questa Basilica eretta sopra la tomba di Pietro – una
tomba di poveri – vediamo che il Signore proprio così, attraverso la
Croce, vince sempre. Il suo potere non è un potere secondo le
modalità di questo mondo. È il potere del bene – della verità e
dell'amore, che è più forte della morte. Sì, è vera la sua promessa:
i poteri della morte, le porte degli inferi non prevarranno contro
la Chiesa che Egli ha edificato su Pietro (cfr Matteo 16, 18) e che
Egli, proprio in questo modo, continua ad edificare personalmente.
In questa solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo mi rivolgo in
modo speciale a voi, cari metropoliti, venuti da numerosi paesi del
mondo per ricevere il pallio dal successore di Pietro. Vi saluto
cordialmente insieme a quanti vi hanno accompagnato. Saluto inoltre
con particolare gioia la delegazione del Patriarcato Ecumenico
presieduta da Sua Eminenza Joannis Zizioulas, metropolita di
Pergamo, presidente della commissione mista internazionale per il
dialogo teologico tra cattolici e ortodossi. Sono grato al patriarca
Bartolomeo I e al Santo Sinodo per questo segno di fraternità, che
rende manifesto il desiderio e l'impegno di progredire più
speditamente sulla via dell'unità piena che Cristo ha invocato per
tutti i suoi discepoli. Noi sentiamo di condividere l'ardente
desiderio espresso un giorno dal patriarca Atenagora e dal papa
Paolo VI: di bere insieme allo stesso Calice e di mangiare insieme
il Pane che è il Signore stesso. Imploriamo nuovamente, in questa
occasione, che tale dono ci sia concesso presto. E ringraziamo il
Signore di trovarci uniti nella confessione che Pietro a Cesarea di
Filippo fece per tutti i discepoli: "Tu sei il Cristo, il Figlio del
Dio vivente". Questa confessione vogliamo insieme portare nel mondo
di oggi. Ci aiuti il Signore ad essere, proprio in quest'ora della
nostra storia, veri testimoni delle sue sofferenze e partecipi della
gloria che deve manifestarsi (1 Pietro 5, 1). Amen!
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