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La stupenda
pagina evangelica dell’annuncio dell’angelo a Maria che
sarebbe diventata la Madre del Salvatore, trovò fin dal sec.
II una precisa espressione nelle formule del Credo e
nell’arte cristiana. Solo nel sec. VII in poi il mistero
dell’Annunciazione fu celebrato con particolare solennità il
25 marzo, nove mesi prima della nascita del Signore, e
giorno in cui – secondo la tradizione di antichi martirologi
e di alcuni calendari medievali – sarebbe avvenuta la
crocifissione di Gesù.
Dio non è
entrato nel mondo con la forza: ha voluto «proporsi». Il
«si» di Maria è la definitiva realizzazione dell’alleanza:
in lei è presente tutto il popolo della promessa: l’antico
(Israele) e il nuovo (la Chiesa); «il Signore è con lei»,
cioè Dio è il nostro Dio e noi siamo per sempre il
suo popolo.
Le letture
di questa solennità del Signore ci orientano verso il
mistero della Pasqua. Il primo, l’unico «si» del Figlio che
facendo il suo ingresso nel mondo ha detto: «Ecco, io vengo
per fare la tua volontà» (Sal 39,8-9; Eb
10,4-10), riceve la risposta del Padre, il quale, dopo
l’offerta dolorosa della passione, sigillerà nello Spirito,
con la risurrezione di Gesù, la salvezza per tutti nella
Chiesa. Anche le orazioni e il prefazio
sottolineano il mistero dell’Annunciazione come compimento
della promessa e invitano a riviverlo «nella fede».
L’Incarnazione
è anche il mistero della collaborazione responsabile di
Maria alla salvezza ricevuta in dono. Ci svela che Dio per
salvarci ha scelto il «metodo» di passare attraverso, la
creatura: «…e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in
mezzo a noi… e noi vedemmo la sua gloria». (Gv 1,14).
Ripetendoci ad
ogni messa: «Fate questo in memoria di me», il Signore ci
insegna a «dare» anche noi il nostro corpo e il nostro
sangue e il nostro sangue ai fratelli. Solo così rendiamo
credibile la salvezza di Dio, incarnandola nei piccoli «si»
che ogni giorno ripetiamo sull’esempio di Maria.
Dalle
«Lettere»
di san Leone Magno, papa (Lett. 28 a Flaviano, 3-4; Pl.
54,763-767)
Dalla Maestà divina fu assunta l'umiltà della nostra natura,
dalla forza la debolezza, da colui che è eterno, la nostra
mortalità; e per pagare il debito, che gravava sulla nostra
condizione, la natura impassibile fu unita alla nostra
natura passibile. Tutto questo avvenne perché, come era
conveniente perla nostra salvezza, il solo e unico mediatore
tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, immune dalla morte
per un verso, fosse, per l'altro, ad essa soggetto.
Vera, integra e perfetta fu la natura nella quale è nato
Dio, ma nel medesimo tempo vera e perfetta la natura divina
nella quale rimane immutabilmente. In lui c'è tutto della
sua divinità e tutto della nostra umanità.
Per nostra natura intendiamo quella creata da Dio al
principio e assunta, per essere redenta, dal Verbo. Nessuna
traccia invece vi fu nel Salvatore di quelle malvagità che
il seduttore portò nel mondo e che furono accolte dall'uomo
sedotto. Volle addossarsi certo la nostra debolezza, ma non
essere partecipe delle nostre colpe.
Assunse la condizione di schiavo, ma senza la contaminazione
del peccato. Sublimò l'umanità, ma non sminuì la divinità.
Il suo annientamento rese visibile l'invisibile e mortale il
creatore e il signore di tutte le cose. Ma il suo fu
piuttosto un abbassarsi misericordioso verso la nostra
miseria, che una perdita della sua potestà e del suo
dominio. Fu creatore dell'uomo nella condizione divina e
uomo nella condizione di schiavo. Questo fu l'unico e
medesimo Salvatore.
Il Figlio di Dio fa dunque il suo ingresso in mezzo alle
miserie di questo mondo, scendendo dal suo trono celeste,
senza lasciare la gloria del Padre. Entra in una condizione
nuova, nasce in un modo nuovo. Entra in una condizione
nuova: infatti invisibile in se stesso si rende visibile
nella nostra natura; infinito, si lascia circoscrivere;
esistente prima di tutti i tempi, comincia a vivere nel
tempo; padrone e signore dell'universo, nasconde la sua
infinita maestà, prende la forma di servo; impassibile e
immortale, in quanto Dio, non sdegna di farsi uomo passibile
e soggetto alle leggi della morte.
Colui infatti che è vero Dio, è anche vero uomo. Non vi è
nulla di fittizio in questa unità, perché sussistono e
l'umiltà della natura umana, e la sublimità della natura
divina.
Dio non subisce mutazione per la sua misericordia, così
l'uomo non viene alterato per la dignità ricevuta. Ognuna
delle nature opera in comunione con l'altra tutto ciò che le
è proprio. Il Verbo opera ciò che spetta al Verbo, e
l'umanità esegue ciò che è proprio della umanità. La prima
di queste nature risplende per i miracoli che compie,
l'altra soggiace agli oltraggi che subisce. E, come il Verbo
non rinunzia a quella gloria che possiede in tutto uguale al
Padre, così l'umanità non abbandona la natura propria della
specie.
Non ci stancheremo di ripeterlo: L'unico e il medesimo è
veramente Figlio di Dio e veramente figlio dell'uomo. È Dio,
perché
«In
principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo
era Dio»
(Gv 1,1). È uomo, perché:
«il
Verbo si fece carnee venne ad abitare in mezzo a noi
»
(Gv 1,14).
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