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San Luca ci ha lasciato due racconti
dell’Ascensione, che presentano lo stesso
avvenimento in una luce diversa: nel vangelo il
racconto costituisce quasi una dossologia: il
finale glorioso della vita pubblica di Gesù;
negli Atti l’Ascensione è vista come
il punto di partenza dell’espansione
missionaria della Chiesa (questa è pure la
prospettiva degli altri due sinottici: Mt
28 e Mc 16).
Un’umanità
nuova inaugurata da Cristo Signore
L’insieme delle letture invita ad andare al
di là dell’avvenimento dell’Ascensione descritto
in termini spazio-temporali: la «elevazione» al
cielo del Signore risorto, i «quaranta giorni»
dopo la Pasqua, sono solo un modo per indicare
la conclusione di una fase della storia della
salvezza e l’inizio di un’altra.
Quel Gesù con il quale i discepoli hanno
«mangiato e bevuto» continua la sua permanenza
invisibile nella Chiesa. Essa è chiamata
a continuare la missione e la predicazione di
Cristo e riceve il compito di annunciare il
Regno e rendere testimonianza al Signore. Per
questo gli angeli, dopo l’Ascensione del
Risorto, invitano gli apostoli a non attardarsi
a guardare il cielo: l’avvenimento a cui hanno
assistito non coinvolge solamente loro; al
contrario, da esso prende il via un dinamismo
universale, «salvifico» e «missionario» che sarà
animato dallo Spirito Santo (cf prima
lettura, v. 5).
Per la forza di questo Spirito, il Cristo
glorificato e costituito Signore universale (cf
seconda lettura A, vv. 20-21), capo del
Corpo-Chiesa e del Corpo-umanità (vv. 22-23),
attira a sé tutte le sue membra perché accedano,
con lui e per lui, alla vita presso il Padre.
Anzi, egli stesso anima questi uomini nella loro
ricerca di libertà, di dignità, di giustizia, di
responsabilità; il loro desiderio di «essere di
più», la loro volontà di costruire un mondo più
giusto e più unito. Così, la comunità dei
credenti, consapevole di aver ricevuto un potere
divino, piena di slancio missionario e di gioia
pasquale, diventa nel mondo testimone della
nuova realtà di vita realizzata in Cristo
Signore.
Realtà terrestri e impegno dei credenti
La riflessione conciliare sul rapporto
Chiesa-mondo si è espressa nella Costituzione
Gaudium et Spes con alcuni testi
fondamentali: Reazione ad una presentazione
alienante della religione: «Tra le forme
dell’ateismo moderno non va trascurata quella
che si aspetta la liberazione dell’uomo
soprattutto dalla sua liberazione economica e
sociale. Si pretende che la religione sia di
ostacolo, per natura sua, a tale liberazione, in
quanto, elevando la speranza dell’uomo verso una
vita futura e fallace, la distoglie
dall’edificazione della città terrena» (GS 20).
Un nuovo equilibrio da ritrovare:
«Certo, siamo avvertiti che niente giova
all’uomo se guadagna il mondo intero ma perde se
stesso. Tuttavia l’attesa di una terra nuova non
deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la
sollecitudine nel lavoro relativo alla terra
presente, dove cresce quel corpo dell’umanità
nuova che già riesce ad offrire una certa
prefigurazione che adombra il mondo nuovo.
Pertanto, benché si debba accuratamente
distinguere il progresso terreno dallo sviluppo
del Regno di Dio, tuttavia, nella misura in cui
può contribuire a meglio ordinare l’umana
società, tale progresso è di grande importanza
per il Regno di Dio» (GS 39; cf anche GS 43 e
57).
L’assemblea liturgica, testimonianza viva della
presenza di Cristo Signore
Gesù è presente in mezzo ai suoi
principalmente in forma mentale ed ecclesiale;
da questa presenza del Signore scaturisce la
responsabilità e la missione della
evangelizzazione.
Tutto ciò si realizza ed è per così dire
«ritualizzato» nella celebrazione eucaristica.
L’assemblea che si riunisce per l’azione
liturgica è già una testimonianza e un annuncio
del Signore Gesù; egli è presente con la
Parola e l’Eucaristia, realizzando la promessa:
«Ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla
fine del mondo».
Nella liturgia della Parola si adempie il
comando di Gesù: «Andate in tutto il mondo e
predicate il Vangelo ad ogni creatura». La
parola proclamata suscita, nel «Credo», la
risposta di fede nel mistero di Cristo. E colui
che presiede proclama a nome dell’assemblea la
speranza comune di essere un giorno, per sempre,
uniti nella gloria al Signore Gesù, vincitore
del peccato e della morte (cf prefazio).
La sua presenza in noi è pegno che parteciperemo
come con lui e con lui alla vita presso il
Padre; anzi, la realtà sacramentale già ce lo fa
pregustare oggi. Una assemblea liturgica che
celebra con sincera adesione questi aspetti del
mistero, diventa testimonianza viva dell’azione
di Cristo nella sua Chiesa e dell’umanità nuova
da lui inaugurata con la sua «ascensione» presso
il Padre.
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