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Commemorazione
dei defunti
2 novembre 1980
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La
commemorazione dei fedeli defunti al 2 novembre ebbe origine
net sec. X nel monastero benedettino di Cluny. Papa
Benedetto XV, al tempo della prima guerra mondiale, giunse a
concedere a ogni sacerdote la facoltà di celebrare «tre
messe» in questo giorno.
«La liturgia cristiana dei funerali è una celebrazione del
mistero pasquale di Cristo Signore. Nelle esequie la Chiesa
prega che i suoi figli, incorporati per il battesimo a
Cristo morto e risorto, passino con lui dalla morte alta
vita e, debitamente purificati nell’anima, vengano accolti
con i santi e gli eletti nel cielo, mentre il corpo aspetta
la beata speranza della venuta di Cristo e la risurrezione
dei morti».
Nella nostra vita noi pensiamo di non avere mai abbastanza:
viviamo protesi verso un continuo «domani», dal quale ci
attendiamo sempre «di più»: più amore, più felicità, più
benessere. Viviamo sospinti dalla speranza. Ma in fondo a
tutto il nostro stordirci di vita e di speranza si annida,
sempre in agguato, il pensiero della morte: un pensiero a
cui è molto difficile abituarci, che si vorrebbe spesso
scacciare. Eppure la morte è la compagna di tutta la nostra
esistenza: addii e malattie, dolori e delusioni ne sono come
i segni premonitori.
La morte: un mistero
La morte resta per l’uomo un mistero profondo. Un mistero
che anche i non credenti circondano di rispetto.
Essere cristiani cambia qualcosa nel modo di considerare la
morte e di affrontarla? Qual è l’atteggiamento del cristiano
di fronte alla domanda, che la morte pone continuamente, sul
senso ultimo dell’esistenza umana?
La risposta si trova nella profondità della nostra fede. La
morte per il cristiano non è il risultato di un gioco
tragico e ineluttabile da affrontare con freddezza e
cinismo. La morte del cristiano si colloca nel solco della
morte di Cristo: è un calice amaro da bere fino in fondo
perché frutto del peccato; ma è pure volontà amorosa del
Padre, che ci aspetta al di là della soglia a braccia
aperte: una morte che è una vittoria vestita di sconfitta;
una morte che è essenzialmente non-morte: vita, gloria,
risurrezione.
Come tutto questo avvenga di preciso non lo possiamo sapere.
Non è dell’uomo misurare l’immensità delle promesse e del
dono di Dio. Il commiato dei fedeli è accompagnato dalla
celebrazione eucaristica che è ricordo della morte di Gesù
in croce e pegno della sua risurrezione. Uno dei prefazi
rivela un accento di umana soavità e di divina certezza:
«In Cristo
rifulge a noi la speranza delta beata risurrezione, e se ci
rattrista la certezza di dover morire, ci consola la
promessa dell’immortalità futura. Ai tuoi fedeli, o Signore,
la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge
la dimora di questo esilio terreno, viene preparata
un’abitazione eterna nel cielo».
A faccia a faccia con
Cristo
La morte del cristiano non è un momento al termine del suo
cammino terreno, un punto avulso dal resto detta vita. La
vita terrena è preparazione a quella celeste, stiamo in essa
come bambini nel seno materno: la nostra vita terrena è un
periodo di formazione, di lotte, di prime scelte. Con la
morte l’uomo si trova di fronte a tutto ciò che costituisce
l’oggetto delle sue aspirazioni più profonde: si troverà di
fronte a Cristo e sarà la scelta definitiva, costruita con
tutte le scelte parziali di questa vita.
Cristo ci attende con le braccia aperte: l’uomo che sceglie
di porsi contro Cristo, sarà tormentato in eterno dal
ricordo di quello stesso amore che ha rifiutato. L’uomo che
si decide per Cristo troverà in quell’amore la gioia piena e
definitiva.
«L’eterno riposo dona loro, o Signore»
Possiamo fare qualcosa per i defunti?
Essi non sono lontani da noi: appartengono tutti alla
comunità degli uomini e alla Chiesa, sia quelli che sono
morti nell’abbraccio di Dio, come pure tutti coloro dei
quali solo il Signore ha conosciuto la fede.
La preghiera per i defunti è una tradizione della Chiesa. In
ogni persona infatti, anche se morta in Stato di grazia, può
sussistere tanta imperfezione, tanto da purificare
dell’antico egoismo! Tutto questo avviene nella morte.
Morire significa morire al male. E’ il battesimo di morte
con Cristo, nel quale trova compimento il battesimo d’acqua.
Questa morte vista dall’altro lato — così crede la Chiesa —
può essere una purificazione, il definitivo e totale ritorno
alla luce di Dio.
Quanto tempo durerà? Non siamo in grado di determinare né
tempo né luogo né come. Ma, partendo dal nostro punto di
vista umano, c’è un tempo durante il quale noi consideriamo
qualcuno come
«trapassato» e lo aiutiamo con la nostra preghiera.
Il Messale
Romano presenta tre formulari distinti di orazioni per
la celebrazione del 2 novembre. Nella Messa non si dice il
Gloria né il Credo.
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Moriamo insieme a Cristo, per
vivere con lui
Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» di
sant'Ambrogio, vescovo
(Lib. 2, 40.41.46.47.132.133; CSEL 73, 270-274, 323-324)
Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un
guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice:
«Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,
21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo,
che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale?
Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e
alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte.
Sarà per l'anima un utile allenamento alla liberazione dalle
cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni
inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono
sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di
esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte,
non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge
della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna
l'anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il
rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la
risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla
morte?» (Rm 7, 24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù
Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7, 25 ss.).
Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra
medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il
corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare
esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non
seguire le voglie del corpo.
Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della
natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni
della grazia.
Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo
non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non
ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza,
né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la
sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della
sua morte; quando preghiamo la annunziamo; offrendo il
sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua
morte è sacramento, la sua morte è l'annuale solennità del
mondo.
E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo
dimostrare con l'esempio divino che la morte sola ha
conseguito l'immortalità e che la morte stessa si è redenta
da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è
da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e
non fuggì, non è da schivare.
A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma
divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito
la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la
condanna del primo peccato che cominciò la condizione
miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori
e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la
morte restituisce quello che la vita aveva perduto,
altrimenti, senza la grazia, l'immortalità sarebbe stata più
di peso che di vantaggio.
L'anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita,
liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le
assemblee eterne.
Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella
lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i
celesti sonatori d'arpa: «Grandi e mirabili sono le tue
opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue
vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non
glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le
genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15, 3-4).
L'anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o
Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è
accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al
mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal
64, 3).
Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e
vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al
Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del
Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la
dolcezza del Signore» (Sal 26, 4).
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