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Ancora sulla Quaresima
Messaggio di Benedetto XVI
sulla Quaresima
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MERCOLEDI' DELLE CENERI
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LETTURE:
Gl 2,12-18; Sal 50; 2 Cor 5,20-6,2;
Mt 6,1-6.16-18
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Il Digiuno che Salva |
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«Lasciatevi riconciliare con
Dio! ... Ecco ora il momento favorevole, ecco ora
il giorno della salvezza» (seconda lettura). «Convertitevi e
credete al Vangelo!» (Mc 1,15).
Con questi due imperativi la comunità cristiana è convocata per
accogliere l’azione misericordiosa di Dio e ritornare a Lui. Il
rito di imposizione delle ceneri può essere considerato una
specie di iscrizione al catecumenato quaresimale, un gesto di
ingresso nello stato di penitenti. Nei testi della liturgia la
penitenza si esplicita nella pratica del digiuno.
Se non cambia il cuore non cambia
nulla
Sobrietà, austerità, astinenza dai cibi sembrano
anacronistici in questa società che fa del benessere e della
sazietà il proprio vanto. Ma è proprio questa sazietà che
rischia di renderci insensibili agli appelli di Dio e alle
necessità dei fratelli.
Per il cristiano il digiuno non è prodezza ascetica, né
farisaica ostentazione di «giustizia»,
ma è segno della disponibilità al Signore e alla sua
Parola. Astenersi dai cibi è dichiarare qual è l’unica
cosa necessaria, è compiere un gesto profetico nei
confronti di una civiltà che in modo subdolo e martellante
insinua sempre nuovi bisogni e crea nuove insoddisfazioni.
Prendere le distanze dalle cose futili e vane significa
ricercare l’essenziale: affidarsi umilmente al Signore, creare
spazi di risonanza alla voce dello Spirito. Il digiuno perciò
riguarda tutto l’uomo ed esprime la conversione del cuore.
Rinnegare se stessi (cf Mt 16,24) non è moralismo
o mortificazione delle energie vitali, ma è cessare di
considerare se stessi come centro e valore supremo. In questo
decentramento da sé, Cristo attua ancora la sua vittoria sul
male e l’uomo viene rinnovato a somiglianza di Lui.
Rinnovati, per celebrare la Pasqua del Signore
In seno al popolo di Dio, il digiuno fu sempre considerato come
una pratica essenziale dell’anima religiosa; infatti, secondo il
pensiero ebraico, la privazione del nutrimento e, in generale,
di tutto ciò che è gradevole ai sensi, era il mezzo ideale per
esprimere a Dio, in una preghiera di supplica, la totale
dipendenza di fronte a lui, il desiderio di vedersi perdonato e
il fermo proposito di cambiar condotta. Tuttavia, di fronte
all’aspetto formalistico istintivo che il digiuno aveva preso, i
profeti hanno ricordato il primato dell’amore verso Dio e verso
il prossimo.
Nell’azione ecclesiale del digiuno c’è la presenza del Signore,
senza del quale le opere dell’uomo sarebbero un’autoglorificazione.
In forza di questa presenza il digiuno della Chiesa non è mesto
e lugubre, ma gioioso, festivo. Digiunando, la Chiesa esprime la
propria vigilanza e l’attesa del ritorno dello Sposo (cf Mc
2,18-22; Mt 9,14-15; Lc 5,34-35). Se da una
parte lo Sposo è sempre presente alla sua Sposa, dall’altra
questa presenza non è ancora piena e va dunque, preparata e
sollecitata. La rottura definitiva del digiuno avverrà quando
tutti saranno assisi al banchetto del Regno (Is 25,6).
«Un cammino di vera
conversione»
Il digiuno non si fa per «risparmiare», cioè per motivi
economici, ma per amore di Dio. Un amore che si fa preghiera, ma
che reclama la sollecitudine per il prossimo, la solidarietà con
i più poveri, un maggiore senso di giustizia (cf Is 1,17;
Zc 7,5-9). «Il nutrimento di chi ha bisogno sia sostenuto
dai nostri digiuni» (s. Leone Magno). In questo senso sono
lodevoli le iniziative individuali e comunitarie per una
«quaresima di fraternità»;
e la
partecipazione alla Cena del Signore diventa un gesto di
povertà, di pentimento, di speranza, di annuncio. Chi partecipa
seriamente alla passione del Signore, tutt’oggi viva nei poveri
della terra, sa che il ritorno al Padre (quello proprio, come
quello della comunità) è cominciato, e che nella mortificazione
della carne può fiorire lo Spirito della risurrezione e della
vita.
Sulla scia dell’odierna pagina evangelica si possono
verificare le espressioni di una vita di fede autentica: carità
fraterna, preghiera, digiuno. E’ questo «Il trinomio per cui sta
salda la fede... Il digiuno è l’anima della preghiera e la
misericordia è la vita del digiuno. Nessuno le divida... Chi
prega digiuni... Chi digiuna comprenda bene cosa significa per
gli altri non avere da mangiare. Ascolti chi ha fame, se vuole
che Dio gradisca il suo digiuno... » (s. Pier Crisologo).
Chi pone questi segni sa che il ritorno al Padre è cominciato e
che la risurrezione e la vita sono già germogliate.
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Fate penitenza
Dalla
«Lettera
ai Corinzi»
di san Clemente I,
papa e martire.
Teniamo fissi gli
occhi sul sangue di Cristo, per comprendere quanto sia prezioso
davanti a Dio suo Padre: fu versato
per la nostra
salvezza e portò al mondo intero la grazia della penitenza.
Passiamo in rassegna tutte le epoche del mondo e constateremo
come in ogni generazione il Signore abbia concesso modo e tempo
di pentirsi a tutti coloro che furono disposti a ritornare a
lui. Noè fu l’araldo della penitenza e coloro che lo ascoltarono
furono salvi.
Giona predicò la rovina ai Niniviti e questi, espiando i loro
peccati, placarono Dio con le preghiere e conseguirono la
salvezza. Eppure non appartenevano al popolo di Dio.
Non mancarono mai ministri della grazia divina che, ispirati
dallo Spirito Santo, predicassero la penitenza. Lo stesso
Signore di tutte le cose parlò della penitenza impegnandosi con
giuramento: Com’è vero ch’io vivo — oracolo del Signore — non
godo della morte del peccatore, ma piuttosto della sua penitenza
(cfr.
Ez
33, 11).
Aggiunse ancora parole piene
di bontà: Allontànati, o casa di Israele, dai tuoi peccati. Di’
ai figli del mio popolo: Anche se i vostri peccati dalla terra
arrivassero a toccare il cielo, fossero più rossi dello
scarlatto e più neri del cilicio, basta che vi convertiate di
tutto cuore e mi chiamiate
« Padre
», ed io vi tratterò come un popolo
Santo ed esaudirò la vostra preghiera (cfr.
Is 1,18; 63,16; 64,7; Ger 3,4; 31,9).
Volendo far godere i beni della conversione a quelli che
ama, pose la sua volontà onnipotente a sigillo della sua parola.
Obbediamo perciò alla sua magnifica e gloriosa volontà.
Prostriamoci davanti al Signore supplicandolo di essere
misericordioso e benigno. Convertiamoci sinceramente al suo
amore. Ripudiamo ogni opera di male, ogni specie di discordia e
gelosia, causa di morte. Siamo dunque umili di spirito, o
fratelli. Rigettiamo ogni sciocca vanteria, la superbia, il
folle orgoglio e la collera. Mettiamo in pratica ciò che sta
scritto. Dice, infatti, lo Spirito Santo: Non si vanti il saggio
della sua saggezza, né il ricco delle sue ricchezze, ma chi vuol
gloriarsi si vanti nel Signore, ricercandolo e praticando il
diritto e la giustizia (cfr. Ger 9,22-23; 1
Cor 1,31). Ricordiamo soprattutto le parole del Signore
Gesù quando esortava alla mitezza e alla pazienza: Siate
misericordiosi per ottenere misericordia; perdonate, perché
anche a voi sia perdonato; come trattate gli altri, così sarete
trattati anche voi; donate e sarete ricambiati; non giudicate,
e non sarete giudicati; siate benevoli, e sperimenterete la
benevolenza; con la medesima misura con cui avrete misurato gli
altri, sarete misurati anche voi (cfr. Mt 5, 7; 6, 14; 7, 1.2).
Stiamo saldi in questa linea e aderiamo a questi
comandamenti. Camminiamo sempre con tutta umiltà nell’obbedienza
alle sante parole. Dice infatti un testo sacro: Su chi si posa
il mio sguardo se non su chi è umile e pacifico e teme le mie
parole? (cfr. Is 66, 2).
Perciò, avendo vissuto grandi e illustri eventi, corriamo verso
la meta della pace, preparata per noi fin da principio. Fissiamo
fermamente lo sguardo sul Padre e Creatore di tutto il mondo, e
aspiriamo vivamente ai suoi doni meravigliosi e ai suoi benefici
incomparabili.
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da
Matanatha vieni Signore
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