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Dio si fa uomo per noi
«Noi
camminiamo a tastoni, ciechi, rasentando un muro: giacciamo come
morti nelle tenebre; urliamo come orsi e gemiamo come colombe in
attesa della salvezza». Così parlava Isaia.
Noi invece annunciamo una gioia grande: ecco il nostro Dio. Oggi
è nato il nostro salvatore, Cristo Signore: questa è la nostra
gioiosa certezza; anche se molti uomini portano ancora incise
nella loro vita le parole di Isaia, nella notte profonda il
nostro orecchio ha sentito: la stella del mattino si è levata,
per noi è nato un bambino. «Di qui sgorga un messaggio di
speranza in questo mondo che rischia di non sperare più; un
fascio di luce in questo mondo che sembra sprofondare nelle
tenebre; un elemento di novità in una società che talora ci
appare decrepita. Un bambino che nasce è un destino nuovo che si
apre, una speranza che si ridesta» (M. Magrassi).
Un bambino è nato per noi
Per riconquistare gli uomini, per sollevarli verso di sé, per
parlare con loro, Dio è venuto quaggiù come un bambino, come un
balbettio che è facile soffocare. E molti effettivamente lo
soffocano. Lo soffocano facendo del Natale la festa del consumo,
dello spreco istituzionalizzato: festa dei regali e dei
lustrini, della tredicesima e del panettone, festa di una certa
poesia di generale bontà, di un sentimentalismo che si vernicia
di generosità e commozione.
Altri soffocano Dio-Bambino impedendogli di crescere: Dio rimane
bambino per tutta la loro vita: una fragile Statuetta di
terracotta, relegata in una scatola, che si depone nella
bambagia una volta all’anno:, solo una scusa per dare un certo
«colore» religioso alla grande baldoria del natale pagano. Le
parole che questo Bambino ha portato agli uomini non sono
ascoltate: sono impegnative ed inopportune mentre un
cristianesimo-caramella è molto più comodo.
«Venne fra la sua gente»
Gesù non è una tradizione annuale, non è un mito, non è una
favola. Gesù è parte della nostra storia umana. Il senso
teologico della venuta di Cristo non distrugge di per sé la
cornice festosa e la poesia del Natale, ma la ridimensiona e la
colloca nel giusto contesto; Gesù che nasce è la Parola di Dio
che si fa come: noi, esseri umani, siamo portati forse a
soffermarci di più sul bambino, tenero e fragile, che non sul
suo aspetto di Verbo Incarnato. Per questo nella liturgia di
oggi il lieto annuncio della nascita di Cristo ci viene dato con
le parole di Luca e con quelle di Giovanni. Luca si
sofferma su alcuni particolari storici che ci danno una
sufficiente garanzia di storicità e credibilità e ci mostrano un
Gesù povero, figlio di umili artigiani, un numero soltanto in
una remota provincia dell’impero romano, un portatore di tutte
le promesse dell’Antico Testamento, anche se in un modo un po’
diverso da quello atteso e sospirato dal popolo ebraico, tanto
che solo i poveri, gli «svuotati», i vigilanti lo riconoscono.
Giovanni inserisce l’Incarnazione nel piano della storia
della salvezza. Come attraverso il Verbo eterno era sbocciata la
prima creazione, per opera dell’Incarnazione dello Stesso Verbo
avviene una nuova creazione: l’uomo accede alla condizione di
figlio di Dio: il rapporto uomo-Dio che il peccato aveva
interrotto è risaldato in Cristo. Divenuto figlio di Dio l’uomo
è in grado di realizzare il suo compito di creatura: egli può
rivolgersi a Dio e chiamarlo «padre» ed è libero perché è figlio
e non servo, ed ama gli altri uomini perché fratelli.
Un uomo come noi?
Non è facile neppure tentare di descrivere l’unico grande
mistero dell’Incarnazione di Dio. Come scrive Giovanni, «non
basterebbero tutti i libri della terra».
«In tutte le testimonianze della fede cristiana primitiva è
chiara una cosa: nell’ambito della storia si presenta un uomo,
un uomo come tutti noi, tale però che in tutta la sua esistenza
terrena, dalla nascita fino alla terribile morte in croce,
oltrepassa le dimensioni dell’umano e proprio per questo ci apre
una porta che fa intravedere la trascendenza dell’esistenza
umana. Un uomo che compie segni straordinari e pronuncia parole
che non tramontano; mette in pratica l’amore come nessun altro e
rivela che cosa è l’amore che salva gli uomini; è immagine e
segno di Dio in questo mondo. Un uomo, nel quale l’eterno
irrompe nel tempo; attraverso il quale gli uomini vengono a
conoscere le profondità e le altezze della esistenza umana.
Egli diventa speranza per gli uomini destinati alla morte,
poiché morendo ci meritò la vita e ci aprì un nuovo futuro.
Tutto ciò si rivela già nella sua nascita: il debole bambino che
giace nella mangiatoia è il salvatore del mondo. Questo e
l’intramontabile messaggio del Natale — senza mito ne leggenda»
(R. Schnackenburg).
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Riconosci,
cristiano, la tua dignità
Dai «Discorsi» di san
Leone Magno, papa
(Disc. 1 per il Natale, 1-3; Pl 54, 190-193)
Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non
c'è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una
vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle
promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità: la causa
della gioia è comune a tutti perché il nostro Signore, vincitore
del peccato e della morte, non avendo trovato nessuno libero
dalla colpa, è venuto per la liberazione di tutti. Esulti il
santo, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore,
perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano,
perché è chiamato alla vita.
Il Figlio di Dio infatti, giunta la pienezza dei tempi che
l'impenetrabile disegno divino aveva disposto, volendo
riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l'assunse lui
stesso in modo che il diavolo, apportatore della morte, fosse
vinto da quella stessa natura che prima lui aveva reso schiava.
Così alla nascita del Signore gli angeli cantano esultanti:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini
che egli ama» (Lc 2, 14). Essi vedono che la celeste Gerusalemme
è formata da tutti i popoli del mondo. Di questa opera
ineffabile dell'amore divino, di cui tanto gioiscono gli angeli
nella loro altezza, quanto non deve rallegrarsi l'umanità nella
sua miseria! O carissimi, rendiamo grazie a Dio Padre per mezzo
del suo Figlio nello Spirito Santo, perché nella infinita
misericordia, con cui ci ha amati, ha avuto pietà di noi, e,
mentre eravamo morti per i nostri peccati, ci ha fatti rivivere
con Cristo (cfr. Ef 2, 5) perché fossimo in lui creatura nuova,
nuova opera delle sue mani.
Deponiamo dunque «l'uomo vecchio con la condotta di prima» (Ef
4, 22) e, poiché siamo partecipi della generazione di Cristo,
rinunziamo alle opere della carne. Riconosci, cristiano, la tua
dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare
all'abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati
che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito
nella luce del Regno di Dio. Con il sacramento del battesimo sei
diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un
ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non
sottometterti di nuovo alla schiavitù del demonio. Ricorda che
il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo.
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