La Pace non era all'ordine del
giorno del Concilio Vaticano II. Neppure il dialogo con il mondo
contemporaneo. L'apporto coraggioso di Lercaro. E di Dossetti.
Giuseppe Alberigo (Direttore
dell’Istituto per le scienze religiose Giovanni XXIII di
Bologna)
Può sembrare paradossale a chi
ricorda il clima degli anni Sessanta, ma nel programma del
Concilio non c'era il tema della pace. Questo per chi conosce la
preparazione del Vaticano II non sorprende molto. Oggi ci lascia
sgomenti.
Il tema era caro a Giovanni XXIII, come uomo che aveva vissuto
l'esperienza della I e della II guerra mondiale, in quest'ultima
in particolare aiutando gli ebrei, da delegato apostolico in
Turchia.
Uomo di pace dunque, ma che improvvisamente si trova insieme ai
padri conciliari in quell'ottobre del 1962, quando il Concilio sta
iniziando di fronte a quella che i meno giovani ricordano come
l'ultima grande crisi atomica del mondo contemporaneo, la crissi
di Cuba È qui che si situa lo scatto dell'impegno di Giovanni
XXIII e poi in certa misura del Concilio Vaticano II sul tema
della pace.
Il Papa decide di intervenire con un appello sia nei confronti di
Kennedy, presidente degli Stati Uniti, sia di Kruscev,
responsabile dell'Unione Sovietica. È un appello che ha degli
effetti incredibili. Che il Papa faccia un appello per la pace è
in qualche modo una consuetudine, ma solitamente questi appelli
cadono nel vuoto. In quel caso l'effetto è diverso perché si
giunge alla fine del blocco che gli USA avevano imposto alle navi
sovietiche che trasportavano i missili a Cuba e al ritiro da parte
dell'Unione Sovietica delle medesime navi.
Tutto questo innesca in papa Giovanni uno scatto inatteso e
inedito: bisogna che la Chiesa intervenga sul tema della pace in
modo nuovo; qui nasce l'idea, la formulazione, la preparazione
dell'enciclica Pacem in terris che uscirà alcuni mesi più
tardi, alla vigilia della morte del Papa nell'aprile 1963.
Una guerra
finalmente ingiusta
È l'enciclica che tuttora è segno di contraddizione perché
sostiene che nell'età atomica non è più possibile ammettere una
guerra giusta. Era da sant'Agostino che il cristianesimo, e poi il
cattolicesimo romano affermava esattamente il contrario: c'erano
tante guerre ingiuste, ma anche delle guerre giuste.
Nella Pacem in terris si legge: "In questa nostra età che
vanta la forza atomica è contrario alla ragione" - ed è
interessante che il Papa non abbia scelto di dire "è contrario
alla fede cristiana" ma alla ragione - "che la guerra possa essere
ancora idonea a ristabilire i diritti violati".
Dunque non solo la guerra d'aggressione, ma anche quella che
pretende di ristabilire i diritti non è più ammissibile.
Questo è lo sfondo del dibattito in quel Concilio che non aveva
tra i suoi argomenti la problematica della pace che poi invece
affronta. Così come non aveva al suo ordine del giorno tutta la
tematica dei rapporti della Chiesa con il mondo contemporaneo,
tema che, invece, poi si rivela centrale nei documenti conciliari,
soprattutto grazie all'apporto del cardinale Lercaro e di Giuseppe
Dossetti.
Il Concilio si sta concludendo, stretto da mille argomenti,
proprio quelli che la preparazione aveva affastellato perché
ciascuno dei membri della Curia romana si era fatto punto di onore
di inserire almeno tre o quattro argomenti all'ordine del giorno.
Il Concilio si trascina dunque questa zavorra e nei mesi da
settembre a novembre 1965 i lavori sono gravati da una quantità
innumerevole di testi e di argomenti spesso secondari da discutere
e smaltire.
E in questa congerie di argomenti ve ne sono alcuni cruciali: c'è
il rapporto della Chiesa con la Parola di Dio, che porterà alla
costituzione Dei verbum, c'è il tema delicato e complicato
nello stesso tempo del rapporto con la società contemporanea che
il Concilio affronta senza nessuna preparazione remota, se si
eccettua la dottrina sociale della Chiesa che pretendeva di
ricavare meccanicamente dal Vangelo la risposta ai problemi
contemporanei senza giungere a soluzione alcuna.
Una strana
storia
La Pacem in terris aveva affermato non solo l'impossibilità di una
guerra giusta, ma anche che bisogna affrontare i problemi della
società contemporanea a partire da essi stessi. È lì che la Chiesa
deve saper leggere i segni dei tempi che non sono una formula
miracolosa o magica, ma il riconoscimento degli elementi
evangelici nella vita degli uomini e delle donne del nostro tempo.
Lo Schema 13 - che diventerà la costituzione Gaudium et Spes
sulla Chiesa nel mondo contemporaneo - è il contenitore di quel
tentativo faticoso che il Concilio va facendo per esprimersi sui
temi dell'umanità contemporanea.
Il cardinale Lercaro e con lui Dossetti erano convinti della
necessità di questo impegno, ma anche allarmati della forte
impostazione sociologica che l'argomento stava prendendo.
Verso la fine del settembre 1965 si venne a creare l'occasione di
esprimere le incertezze e le perplessità sull'impostazione dello
Schema 13 durante l'intervento di mons. Amici vescovo di Modena.
Lercaro si proponeva un intervento esplicito, diretto sul tema
della pace che divideva in modo netto il Concilio e che vedeva i
vescovi nordamericani non disponibili a formulazioni che
riprendessero alla lettera la Pacem in terris cioè che
ponessero il problema degli armamenti e degli arsenali atomici,
della deterrenza atomica e perciò la possibilità di una guerra
giusta.
Lercaro ha questo orientamento e chiede che si prepari un testo,
ma interviene una complicazione imprevista: papa Paolo VI decide
di fare un viaggio all'ONU e lì durante il discorso ufficiale a
proposito della guerra ne sostiene in qualche modo una
legittimità.
A quel punto il testo che Lercaro aveva in mano era "bollente"
perché riprendeva e sviluppava la tesi dell'enciclica di Giovanni
XXIII Vi si legge "la Chiesa oggi non deve solo parlare di
pace, pregare per la pace, scongiurare gli uomini perché facciano
la pace, (questo l'avevano fatto anche Benedetto XV e Pio XII) ma
deve farsi con immenso coraggio, con l'audacia di Giovanni
XXIII profeta di pace, essa stessa facitrice di pace per le vie
non umane ma prettamente spirituali che le sono proprie ed essa
sola può dare al mondo la pace di Cristo stesso il quale ha
stabilito e stabilisce la pace non attraverso i compromessi o i
buoni uffici umani ma per mezzo del sangue della Sua croce. Ma per
fare questo la Chiesa deve cominciare con il giudicare il mondo
contemporaneo con l'umiltà più sincera, nella consapevolezza dei
propri errori, delle proprie colpe, specialmente della sua
politica temporale del passato, nel disinteresse più puro nella
solidarietà più amante col mondo stesso la Chiesa deve tuttavia
portare su di esso il suo giudizio. Deve, secondo la parola di
Isaia ripresa da Matteo, annunciare il lieto annunzio alle genti".
Questa era l'impostazione del discorso di Lercaro palesemente non
allineato con quello di poche ore prima pronunciato da Paolo VI
alle Nazioni Unite. Questo discorso non è mai stato pronunciato.
Il regolamento del Concilio prevedeva la possibilità che ci
fossero degli interventi scritti e infatti il cardinale Lercaro
decide di utilizzare il testo consegnandolo per iscritto intorno
alla metà dell'ottobre 1965. In tal modo si è unito alla immensa
mole di testi scritti presentati perdendosi nel numero. Il testo
toccava anche il problema della fabbricazione delle armi e degli
arsenali atomici.
Il cardinale non si è per nulla pentito di quella convinzione
profonda espressa nel documento e l'ha ripreso in diverse
occasioni specialmente nell'omelia del 1 gennaio 1968 in occasione
della prima giornata della pace indetta da Paolo VI. Il problema
della pace si era fatto più pressante per l'aggravarsi della
guerra in Vietnam e per la decisione degli Stati Uniti di tentare
di risolverlo con massicci bombardamenti.
Cogliere l'eredità
Questa omelia costò al cardinale l'esilio dalla Chiesa di Bologna.
Per certi versi si avverò per lui quanto si diceva nel documento
presentato al Concilio "La Chiesa non si impegna alla pace
mediante compromessi ma per mezzo del sangue della sua Croce".
Quale l'eredità? È stato tutto disperso? Non credo, anche se il
messaggio del Concilio e la problematica della pace sono tuttora
per la Chiesa di difficile e laboriosa digestione.
Credo sia giusto ricordare la tesi degli interventi umanitari nei
Balcani che Giovanni Paolo II ha più volte espresso non si sa se
come forma elegante di legittimazione della guerra: gli va però
riconosciuta una inversione di tendenza in occasione della guerra
in Iraq. Ha posto in atto un cambiamento significativo: il rifiuto
dell'intervento armato che si pone in linea di continuità con la
grande ansia degli uomini e delle donne del nostro tempo, con
quella di Giovanni XXIII e con la svolta da lui operata mediante
l'enciclica Pacem in terris.
Il problema della guerra e della pace, del conflitto e
dell'amicizia tra i popoli sono problemi che l'umanità si porta
dietro da sempre e forse per sempre. La difficoltà è quella di
essere fedeli all'impostazione evangelica che si pone come
innovativa rispetto alla tradizione ebraica della guerra
combattuta in nome di Jahvé.
Lo spirito del Vangelo è profondamente innovativo: cerchiamo di
cogliere un'eredità bella e affascinante ma anche impegnativa come
quella che Giovanni XXIII, il Concilio, il cardinale Lercaro ci
hanno lasciato.