Questi due aggettivi
“simplex” (semplice) e “rectus” (retto, onesto, giusto) sono l’icona di
Giovanni Dossi: “ol pòèr sagrèstà”; fu lui, prima dell’avvento
dello Stanzioni, a dirigere in modo encomiabile l’edificio Chiesa.
La sua abitazione era
all’interno dell’asilo ma la maggior parte del tempo lo passava nella casa
del Signore, e sempre, nei momenti di servizio, come segno di rispetto al
luogo sacro e alle persone che lo frequentavano indossava la cotta; ne
aveva due: una ordinaria e l’altra cosiddetta “riccia” per le solennità.
Conosceva la liturgia (ante-riforma) meglio dei sacerdoti stessi e mi
rammarico di non aver scritto prima di lui e di avergli riconosciuto
tardivamente, la sua operosità nel servire con amore e premura la Chiesa
parrocchiale di Sarnico nella sua struttura e nelle funzioni sacre ordinarie
e straordinarie.
Spesso noi chierichetti lo
aiutavamo, ma certe mansioni erano di sua esclusiva competenza e guai
toccare qualcosa senza la sua autorizzazione; era taciturno ma buono come sa
esserlo soltanto chi dentro è “una bella persona”.
Nella vecchia e buia
sacrestia, nel vano posto a destra di chi entra, riponeva con grande cura,
ricoperta da un telo l’argenteria e le candele che ai tempi erano di cera
d’api; le più belle erano per la Pasqua, il Natale e la Pentecoste: la terza
festa dell’anno. Era in queste tre ricorrenze dell’anno liturgico che il
nostro indimenticabile sacrestano dava il meglio di se stesso e la chiesa
era splendida; sull’altare maggiore comparivano in tutto il loro
splendore Papi, reliquiari, le portapalme, le
cartegloria; erano fastosamente addobbati anche i sei altari laterali
con le lampade pendenti, con le apposite croci e con tutto l’arredo
settecentesco in lamina sbalzata, cesellata ed argentata che Lui maneggiava
usando i guanti bianchi.
Un impegno altrettanto
delicato lo svolgeva anche per la solennità della Madonna del rosario, per i
Santi e soprattutto per la festività di S.Pietro in
segno di riguardo per il Prevosto Don Bonassi nel giorno del suo onomastico.
Nelle solennità e alla Messalta, con grande premura, accendeva
le candele anche ai secondi altari.
Un lavoro lungo e di
grande impegno che svolgeva con passione ed anche con ammirazione
per quanto manipolava e nella sua semplicità ne
sapeva riconoscere il significato ed valore artistico. Sapeva apprezzare
l’austera bellezza delle lampade processionali,
degli stendardi e del baldacchino; era in grado di
distinguere gli arredi levigati a tutto tondo, da quelli barocchi (solo un
esperto lo potrebbe fare), differenziava con assoluta precisione i
paramenti suddividendoli per epoca, rarità e lavorazione.
A quei tempi non c’erano
le casule colorate, giunte a noi solamente dopo il Concilio Vaticano
II, ma si usavano le pianete, le tunichelle e i
piviali che il nostro Giovanni non soffocava
negli armadi polverosi ma faceva prendere loro aria e luce quasi fossero
vivi.
I tesori più preziosi li
teneva nascosti nel caveau della Chiesa.
Dice don Gianni Bellini: “Per
lui esisteva una distinzione netta, una sorta di graduatoria santorale
(legata al culto dei santi) nelle varie liturgie
dell’anno e questo lo si riscontrava anche negli addobbi come il
padiglione, i copri balaustra in velluto rosso, le tovaglie
e relative sopratovaglie con pizzi lavorati a mano. Per lui non erano
di “prima classe” le feste di S.Giuseppe, dell’Ascensione, del Corpus Domine,
dell’Assunta e dell’Immacolata.”
Ricordo, ma penso che
anche altri lo ricordino, che nelle solennità innalzava la tribuna
che conteneva il Santissimo per rendere più vistoso il presbiterio; riempiva
poi l’Altare fantoniano con quattro bellissimi reliquiari,
tappezzava il pavimento e rivestiva gli scranni posizionati a fianco
dei banchi dei parati che si trovano ai lati del presbiterio.
Non si curava dei fiori,
quelli erano di competenza delle pie donne dirette dalla Cilia.
La sua presenza in queste
occasioni era fondamentale ed assolutamente necessaria; rimaneva in Chiesa
per ore ed ore al punto che la moglie Antonietta,
dopo la messa delle 8 gli portava il caffèlatte nel quale condiva il pane
della colazione.
D’inverno, in sacristia,
accendeva il mattino presto una forgia con la carbonella; serviva se non
altro a tener calde le mani e sempre, dopo la messa prima, preparava il
caffè …ma non per lui, ma per il Parroco.
Giovanni era sempre li,
senza pretese a servire Dio e a servire i ministri di Dio e anche noi
chierichetti.
Ricordo che, visti i nostri inutili sforzi per trovare la bottiglia del vino
che si utilizzava per la Messa ci regalava (non sempre) i ritagli degli
azzimi (particole e ostie).
Dove il suo talento però
emergeva era nel suono delle campane: separava bene i suoni a
tutto concerto da quelli a cinque campane o quello delle tre
campanine (la prima la seconda e la terza). Con fatica ma con assoluta
professionalità segnava il pieno ai matrimoni e ai battesimi.
Con dei ritocchi particolari delle campane richiamava nel campanie gli
aiutanti capeggiati dal capo campanaro Busi quando occorreva tirà ‘mpe
tutte otto campane comprese la settima e l’ottava che erano le più pesanti.
Maneggiava con maestria gli otto tasti posti in cima al campanile per il
suono dell’allegrezza.
Era di una precisione
svizzera nel suonare L’Ave Maria, il Mezzodì, l’ora di chiusura di sera e
per questo era agevolato dall’esattezza della vecchia pendola regalata da
don Virgilio e presente ancora oggi in sacristia. Ogni mattina, aiutandosi
con una sedia saliva fino alla ghiera e con l’apposita chiave la ricaricava.
Il suo impegno non veniva
meno neppure in situazioni di particolare delicatezza come i funerali. “Quanta
preoccupazione” continua don Gianni “non c’erano infatti solamente
quelli di carità ma pure quelli di primissima con l’utilizzo
dell’alto tumolo, con le dieci dodici
torciere e con lo strato mortuario che ricopriva la bara. In
queste occasioni, come anche per le nozze, veniva premiato
con l’incerto, che era destinato
alle esigenze familiari; questa sorta di mancia che percepiva era una grazia
di Dio ed arrotondava il magro stipendio che percepiva per il suo lavoro di
sacrestano”.
A settembre lo si vedeva
partire col suo carrettino passare nei campi a raccogliere quel po’ d’uva
che i contadini con affetto gli offrivano in compenso per quando al sunàa
ol tep all’approssimarsi del temporale. All’inquietante suono del
campanone seguito dai rintocchi della “settima”, nel caso di grandine, si
aggiungeva quello di tutte le campane mentre il Parroco benediceva con
molteplici espressioni l’aria. A questo suono la gente era sempre invitata
alla preghiera per casà vià i diàoi come si diceva allora.
Nella “settimana di
Santa” metteva in gramaglie tutta la
Chiesa: i quadri velati, le croci coperte, i Santi nascosti. E poi preparava
i grani d’incenso (chiodi con la grossa testa di legno argentata che
venivano infissi nel cero pasquale il sabato santo), il fuoco,
l’acqua Santa,
l’arundine o rondèna
(una specie di porta candele in legno con le
spole per le tre candele -chissà se esiste ancora-), il cero,
il pellicano (un simbolo eucaristico in quanto si credeva che
quest’uccello, quando non ha più nulla da dare ai suoi piccoli, si apre con
il becco una ferita nel costato e li nutre con il suo sangue.) e il
Calvario (o Santo sepolcro) innalzato all’altare della Madonna.
Lasciava tutti noi
chierichetti col fiato sospeso quando, a rischio, percorreva tutto il
cornicione per dispiegare le tende. Saliva anche fino all’altezza del
parafulmine con la rama d’olivo ed
annunciava col suono della tacla le funzioni della
Parasceve.
Non trascurava nemmeno la
Chiesa sussidiaria di S.Paolo dove si celebravano i due Settenari
alla Madonna Addolorata e dove un giorno alla settimana (solitamente il
martedì) si celebrava la Messa seconda. Dalla sua morte le campane di
quella Chiesa però rimasero mute.
Alle vecchiette richiedeva
un obolo per l’accensione delle candele votive che lui teneva gelosamente
custodite nell’armadio a muro in fondo alla sacristia.
Quanto lavoro sulle sue
esili spalle; don Bonassi lo lasciava fare e talvolta, bonariamente, lo
prendeva in giro facendogli cercare nei reliquirai delle inesistenti …piume
dell’Angelo Custode o chiedendogli se nel bombardamento su Milano fosse
caduta anche la …Teresa Bomba (i sarnicesi DOC sanno a chi mi
riferisco).
Era ordinato, anzi
ordinatissimo; niente di stonato e fuori posto nell’edificio sacro.
Scrupoloso nella pulizia specialmente sul presbiterio dove alle donne
era vietato accedere. Con lui la lampada del Santissimo non si mai spenta.
Ora Giovanni Dossi riposa
dall’aprile 1965 nel nostro Cimitero: sulla sua lapide i dati di
nascita e di morte, ma nessuna qualificazione.
Di sicuro però Dio non ha
cancellato il suo nome dal libro della vita poiché fu servo buono e
fedele e rispettoso della Casa del Signore.
Ecco, rispetto per il
luogo sacro; quanto è cambiato, quanto è caduto nella dimenticanza
assoluta e quanto ci sarebbe da dire in merito: quanti abbigliamenti
sicuramente poco confacenti al luogo sfilano all’interno della Casa del
Signore (purtroppo anche da parte di chi dovrebbe dare il buon esempio),
quanti telefonini squillano o vibrano, quante volte si entra senza
segnarsi con la croce; ma soprattutto quante volte entriamo con il cuore
pieno di rabbia e di rancore, quante volte all’interno continuiamo a pensare
alle cose nostre e ai nostri problemi senza rispondere alle preghiere e
cantare.
Non voglio aggiungere
altro, aderisco alla richiesta di Don Luciano che ci raccomanda di essere
sempre positivi nei nostri articoli ma su queste cose occorrerebbe meditare
seriamente.
Il buon Dossi Giovanni
con la sua vita e con la sua bontà ci ha dato un grande insegnamento, quello
di mettere in rilievo la necessità di conferire purezza anche al nostro
tempio corporale liberandoci dai pesi che portiamo dentro fatti di
rancori nei confronti degli altri; dobbiamo avvertire la necessità che solo
liberando la nostra coscienza dalla lontananza che, senza rendercene conto,
col peccato creiamo tra noi e Dio faticheremo a raggiungere il grande ideale
di essere discepoli veri di Gesù e dare così un senso alla nostra vita.
Abbiamo il dovere di purificare noi stessi dentro ma anche fuori.