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IL SUO TESTAMENTO SPIRITUALE
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CONOSCERLO E' STATO UN PRIVILEGIO
dal Porto Gennaio 2000 a firma Luca Cuni
Era fascinoso, colto, generoso e
un poco misterioso. Un tipo che pensava e poi, a volte, parlava. Gli
ero affezionato per quello. Era un viandante, uno di passaggio, un
sacerdote, un amico. Era il nostro parroco. Non tornerà, perché
nessuno ritorna.
Ho aspettato che apparisse in fondo alla strada che conduce alla
collina, in quell’affannoso e lento incamminarsi piano piano, verso
il camposanto, nell’avanzare in processione avverso al lago, in
direzione degli elencati cipressi che parevano attenderlo in quell’ultimo
cammino.
E percorreva il viale con gli occhi chiusi, silenzioso, senza
respiro, non retto ed elegante come un tempo, bensì adagiato in
quelle poche assi di chiaro legno marrone, mano nella mano con la
sua gente, desiderosa di accarezzarlo.
Faceva freddo. E dominava, quasi a soffocarlo, il respiro
dell’andare di un severo corteo senza speranza verso la terra santa,
muto e dagli occhi arrossati dalle lacrime, e del quale non si
riusciva a cogliere, tutt’uno, il silenzioso inizio e la triste
fine.
Si, faceva freddo. E il solo rumore percepito, oltre all’affannoso
liberarsi nel vuoto dei requiem e delle campane, m’è parso quello
dell’alzar dei tacchi e del batter le suole lungo la strada, gli uni
dopo l’altre, ininterrottamente, privi d’anima e senza pace. Pareva
che la vita, quel mercoledì, si fosse fermata.
Lo abbiamo accompagnato in un impotente pomeriggio di dicembre,
tinto di viola e attraversato dall’odore dell’incenso, quando
l’avaro inverno pare amare solamente grigie melodie, quali il batter
dei denti e il brillar di una gelata, cosicché l’anemico sole non ne
vuol saper di consolarti con i suoi pallidi e flebili raggi stanchi.

E vorresti chiedere al vento di salir in
carrozza nell’aiutarti a soffiar su quella coltre di nubi tristi, le
quali viaggiando liberano quella palla rotonda, affinché possa menar
un tenue sollievo.
E’ difficile dimenticarlo.
Più volte era caduto, ma più volte si era risollevato, come
d’incanto. Ma quest’ultima volta, quando ha bussato l’ora, quando
nel giorno di Santo Stefano dell’Anno Santo ha varcato l’arco del
Paradiso, null’altro s’è potuto fare se non riporre con tenerezza le
sue deboli mani al petto e salutarlo rispettosi, smarriti d’averlo
perso per sempre.
Sapeva benissimo che, oltre tanta fatica e sofferenza, lo attendeva
inesorabile il giorno della dipartita. I bravi uomini dal camice
bianco, con grande professionalità, ci hanno provato e riprovato,
anche vincendo, ma alla fine, l’amico dalla lunga tunica nera a 24
bottoni, dopo una coraggiosa lotta in nome della vita, si è
addormentato, chinando il capo con grande dignità alla volontà del
Padreterno che amava.
Il sangue che navigava nelle arterie e nelle vene non era più il
suo, ma il cuore, l’anima, l’intelligenza e la fede, quelle non
l’avevano mai abbandonato.
Un giorno mi confidò d’aver collezionato anch’egli errori dei quali
dover render conto il giorno del giudizio. Gli risposi: “Don, non ho
il potere della confessione e sulla sua infallibilità non avrei
scommesso alcunché, mi creda. Ma se non ci entra lei lassù, siamo
rovinati. Io dal Padreterno non ci sono mai stato, ma immagino che
non funzioni come nei tribunali. Metteranno sulla bilancia un’intera
vita e chi comanda, dall’alto della sua misericordia, decreterà la
sentenza definitiva. Naturalmente senza appelli”. Ricordo, fece una
risata divertita.
Ripenso a quel giorno d’Ascensione del 1968, quando arrivò nella
Piazza XX Settembre per la prima volta; in quel tardo ma assolato
pomeriggio, i miei anni si potevano contare sulle dita di una mano e
correvo per la vecchia Contrada con la bocca spalancata e gli occhi
sgranati.
Allora portavo i calzini bianchi e corti, e i pantaloni con la riga
non raggiungevano le ginocchia. Faceva caldo quel giorno, e la
strada della processione era diversa.
Quando il viandante è stato tumulato, ero già di ritorno toccato
dalla malinconia.
Ho lascito il cimitero allorquando, nel suo lento procedere, egli ha
varcato quei tre cupi cancelli in ferro verso la dimora terrena, ed
i brividi del dispiacere hanno preso il sopravvento come sensibili
dolci note di pianoforte, le quali scivolano via da capo a piedi,
per poi perdersi con l’andar del tempo, proprio come il vento.
Avrei desiderato implorare e pestar a pugni pieni sopra quel
catafalco prima d’abbandonarlo, ma a nulla sarebbe servito. Così,
quando la rassegnazione m’ha abbracciato come una dolce sposa, un
pensiero mi ha carezzato: forse un giorno lo rincontremo insieme
alle altre persone care che ci hanno lasciato.
Sopra, in alto, in quello strano cielo, già si intravedeva il giorno
diventar scuro, così d’alzar delicato la valigia. Poi sono tornato
verso casa, e nel silenzio ho aspettato il giungere della sera,
preannunciata da quel tenue sole sopraggiunto che, velocemente, ci
lasciava insieme alle nuvole incamminate.
E quand’essa, incalzante nel suo discendere, ha esaltato la notte,
sono scivolato in questi pensieri e la luce della mia casa è
scomparsa solamente all’alba.
Avrei dovuto preferire il velo di un perfetto silenzio a queste
parole, le quali aiutano solamente a portar lacrime alle mie stanche
palpebre, ma non ho resistito.
La verità è che se ne è andato un signor parroco, un uomo
sostituibile ma irripetibile.
E visto che riaverlo è impensabile, voglio dirvi che averlo
conosciuto è stato un privilegio. Vorrei che sapesse che non lo
dimenticherò.
Permettetemi di chiudere pensando a tutte le persone straordinarie
che l’hanno amabilmente assistito durante una lunga malattia. Vi
abbraccio.
“Addio signor parroco, quello che
una volta era dolore, ora è pace. Ci mancherai. Addio”.
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