Home   Calendario liturgico  |  Contatti   il Porto |  L'Oratorio  | Il Vicariato |  Le Chiese di Sarnico | Dove siamo |

I PRETI


Mons.
Pietro Dossi

INDICE

Home

Orari S.Messe

Catechesi

Consiglio Parrocchiale

Cons. affari economici

Cons. Oratorio

S.Martino (Patrono)

S.Mauro (Compatrono)

I Preti e le suore

I Preti del Vicariato

I Missionari

Le suore di M. Bambina

Spiritualità

S.Francesco D'Assisi

I Gruppi

I Personaggi

Ufficio Parrocchiale

Cinema teatro Junior

 

Web Master (Credits)

 

I PAPI

 Benedetto XVI

 Giovanni Paolo II

 Giovanni XXIII

   

IL PORTO -
periodico della parrocchia

Il Porto on line - scarica in pdf -

I Porto on line - ricerca articoli -

La Redazione

Distribuzione

Comunica con la redazione

 


 



IL RICORDO
di don Gianni Carzaniga Rettore del Seminario
(da l'Eco di Bergamo 3 novembre 2001)

 

È consuetudine della Chiesa ricordare i defunti " in die trigesima" , cioè trenta giorni dopo la morte, pregando per loro soprattutto nella Liturgia eucaristica, nella quale la memoria diventa comunione vera con il Signore della Vita, Gesù risorto. In lui i credenti hanno sperato durante l'esistenza. Quanti ancora camminano sulla terra affidano al suo amore misericordioso i defunti e anche se stessi perche l'esito della vita sia pienezza in lui.
"In die trigesima" è ugualmente bello che la nostra memoria si rivolga a quei fratelli che ci hanno lasciato.
Spesso la loro umiltà e discrezione rifiuterebbe ogni elogio, ma per noi diventa doveroso ringraziare il Signore per il segno efficace della sua presenza nel cuore, nello spirito, nella vita dei fratelli che ci hanno accompagnato, testimoniando colui che hanno già raggiunto perché in lui hanno sempre sperato. In tal senso desidero testimoniare - a quanti lo hanno conosciuto e ai molti che non hanno potuto godere della sua presenza - la bella figura sacerdotale di mons. Pietro Dossi, che il Signore ha chiamato a se il 4
ottobre 2001, festa di San Francesco. All'omelia della Messa esequiale il cancelliere vescovile mons. Antonio Pesenti ha ben tratteggiato la personalità dello scomparso, soprattutto nel principale degli uffici che egli ebbe, quello della cura e poi della direzione dell'Ufficio amministrativo della Curia vescovile. Qui passò la maggior parte della sua esistenza sacerdotale, poiché vi entrò come protocollista nel 1939, ne divenne direttore  nel 1957: vi restò fino al 1987. Compito di grande responsabilità e delicatezza, perché punto di riferimento obbligato, di consultazione, di decisione per tutte le operazione di tipo economico delle parrocchie e della diocesi. Il Vescovo Adriano Bernareggi lo aveva chiamato a tale incarico fidando della sua intelligenza pronta e acuta, della sua fedeltà, della sua discrezione, del suo profondo senso sacerdotale ed evangelico circa l'amministrazione dei beni temporali della Chiesa. Era stato il Concordato fra Italia e Santa Sede dell' 11 febbraio 1929- diventato esecutivo con lo scambio delle ratifiche nel maggio successivo ed applicato con una serie di leggi esplicative - ad istituire obbligatoriamente per ogni Curia vescovile tale ufficio.
La Chiesa italiana era di nuovo diventata titolare di beni tramite il Concordato, superando l'angusta prospettiva liberale dei governi postunitari che avevano
spesso impedito il libero esercizio dell'attività propria della Chiesa cattolica controllando in mille modi e ostacolando in mille altri le iniziative apostoliche che avevano bisogno anche di finanziamenti.
Un esempio per tutti è quello degli oratori, che non potevano essere intestati alle singole parrocchie e che -da noi a Bergamo - dovevano apparire come proprietà di una immobiliare, la "Juventus", per esistere legalmente.
Il nuovo "status" dei beni ecclesiastici più favorevole aveva però bisogno di molta limpidezza - di molta trasparenza diremmo con una parola oggi a noi cara - perche la Chiesa potesse servirsi dei beni secondo i propri fini, senza trasformarsi in una finanziaria. Rigore, trasparenza, spirito evangelico, austerità, anche senso di povertà dovevano presiedere al tutto. Passato il
decennio della risistemazione - dal 1929 al 1939 - occorreva governare il "quotidiano" dell'amministrazione con quei criteri, perche il sistema fosse
veramente ecclesiale ed evangelico, perche i beni fossero secondo le finalità proprie di quella spiritualissima e concretissima, soprannaturale e umanissima istituzione che è la Chiesa, corpo mistico del Signore fatta da noi povere creature, così originale che di essa sola si può dire "non essersi mai visto  l'uguale ne potersi mai vedere nulla di simile in futuro".
Il giovane don Pietro Dossi entrò nell'Ufficio amministrativo diocesano, severamante governato dal grande Vescovo di allora mons. Adriano Bernareggi.
Don Dossi vi rimase per circa cinquant'anni,collaborando con i Vescovi successori monsignor Giuseppe Piazzi e monsignor Giulio Oggioni. La sua persona gentile, minuta, elegante, garbata, discreta, sembrava tagliata a misura per quell'ufficio: nulla del burocrate, e contemporaneamente nulla dell'improvvisatore; nulla del manager; contemporaneamente nulla dell'approssimativo; nulla del pedante, angusto e complicatore e contemporaneamente nulla della faciloneria che rasenta l'illegalità. Un uomo
evangelico e trasparente nell'amministrazione. Un uomo fraterno e comprensivo con i parroci che a lui dovevano ricorrere per le molte pratiche. Un prete che non dimenticava mai di essere tale nelle pratiche quotidiane del suo ufficio. Il segreto di questo stile stava proprio nella vocazione sacerdotale a essere "prete in cura d'anime" che aveva mosso i passi di don Pietro Dossi verso il sacerdozio.
Veniva da Sarnico dove era nato nel 1913. Era cresciuto alla  scuola di monsignor Bonassi, il prete che restò prevosto della cittadina lacustre per oltre cinquant'anni, con altri degni sacerdoti, come mons. Severo Bortolotti, mons.
Angelo Buelli, mons. Nunzio Belotti. Del ministero sacerdotale aveva sempre voluto mantenere il cuore e la sostanza, restando per oltre quarant'anni rettore della chiesa di San Michele al Pozzo Bianco e fungendo così da coadiutore della parrocchia di Sant' Andrea. Lo conobbi lì. Con altri miei compagni di Seminario - eravamo in seconda liceo nel 1968 - scendevamo ogni
sabato sera al gruppo giovanile che si riuniva in una  sala sotto la chiesa, e che era diretto a don Pietro. Era in atto il rinnovamento conciliare voluto dal Vaticano ( 1962-65) che con entusiasmo sconvolgeva metodi pastorali tradizionali obbligando a cambiamenti e novità. E cominciava a tirare l'aria del Sessantotto. Don Pietro aveva superato i cinquant'anni, ma aveva saputo
adattarsi alle richieste del gruppo giovanile che voleva dibattere, che cercava argomenti di attualità per definire il volto del cristiano nel mondo di oggi, che
desiderava capire ed essere dialettico e staccarsi dalla tradizionale "conferenza" . Lo ricordo prete così, vicino per il suo cuore di prete a quei giovani più e prima che per le sue attenzioni alla modernità. Lo ricordo prete
per le anime, prete appassionato per la salvezza dei fratelli e, proprio per questo, capace di seguirli anche su strade nuove e per lui inconsuete. Poi lo ricordo insegnante dell'ultimo anno di teologia nella disciplina pratica di "Diritto amministrativo". Era stato il Vescovo monsignor Piazzi a chiedergli di introdurre i seminaristi dell'ultimo anno, prossimi alla ordinazione sacerdotale, ai primi rudimenti dell'amministrazione parrocchiale.
La sua era una presenza molto garbata, il suo insegnamento era competente. Da parte nostra c'era attenzione. Erano gli anni della "Chiesa dei poveri", e la
nostra fantasia giovanile sognava, ipotizzava, prospettava, con tanto poco realismo. Don Pietro era paziente, preparato, competente. Era la sua testimonianza, la sua prospettiva mai burocratica ma sempre pastorale a convincerci, a darci realismo, a farci capire l' importanza di una povertà che partisse da noi, di una vita spirituale che sapesse dare senso a ogni  struttura, di una austerità che sapesse dare volto a ogni vera povertà.

Gli ultimi anni della sua lunga esistenza don Pietro li passò in Cattedrale, come canonico effettivo del Capitolo dal 1983. Sempre presente in Cattedrale, fino  a questi ultimissimi anni, sorridente con discrezione, magro e minuto nella persona, un po' curvo, con gli occhi sempre vivaci, intelligenti, con il sorriso vivo e mai formale, con il saluto pronto e affabile, rispettoso con quell'uso del "lei" verso tutti i suoi antichi alunni, secondo lo stile a cui era stato abituato. Nel pomeriggio della festa di San Francesco d' Assisi il Signore lo ha chiamato a se: la semplicità del suo cuore forse non desiderava festa più evangelica di questa per riunirsi al Signore, da lui tanto amato e tanto annunciato nell'umiltà della vita parrocchiale e nell'aridità apparente dell'amministrazione. Per tuttoquesto, grazie don Pietro.

 

top


Parrocchia di Sarnico - Piazza Santissimo Redentore 17 - 24067 - Sarnico (BG) tel 035-910056
www.parrocchiasarnico.it 
e-mail: sitoweb@parrocchiasarnico.it