IL RICORDO
di don Gianni Carzaniga Rettore del Seminario
(da l'Eco di Bergamo
3 novembre 2001)
È consuetudine della Chiesa ricordare i
defunti " in die trigesima" , cioè trenta giorni dopo la
morte, pregando per loro soprattutto nella Liturgia
eucaristica, nella quale la memoria diventa comunione vera
con il Signore della Vita, Gesù risorto. In lui i credenti
hanno sperato durante l'esistenza. Quanti ancora camminano
sulla terra affidano al suo amore misericordioso i defunti e
anche se stessi perche l'esito della vita sia pienezza in
lui.
"In die trigesima" è ugualmente bello che la nostra memoria
si rivolga a quei fratelli che ci hanno lasciato.
Spesso la loro umiltà e discrezione rifiuterebbe ogni
elogio, ma per noi diventa doveroso ringraziare il Signore
per il segno efficace della sua presenza nel cuore, nello
spirito, nella vita dei fratelli che ci hanno accompagnato,
testimoniando colui che hanno già raggiunto perché in lui
hanno sempre sperato. In tal senso desidero testimoniare - a
quanti lo hanno conosciuto e ai molti che non hanno potuto
godere della sua presenza - la bella figura sacerdotale di
mons. Pietro Dossi, che il Signore ha chiamato a se il 4
ottobre 2001, festa di San Francesco. All'omelia della Messa
esequiale il cancelliere vescovile mons. Antonio Pesenti ha
ben tratteggiato la personalità dello scomparso, soprattutto
nel principale degli uffici che egli ebbe, quello della cura
e poi della direzione dell'Ufficio amministrativo della
Curia vescovile. Qui passò la maggior parte della sua
esistenza sacerdotale, poiché vi entrò come protocollista
nel 1939, ne divenne direttore nel 1957: vi restò fino
al 1987. Compito di grande responsabilità e delicatezza,
perché punto di riferimento obbligato, di consultazione, di
decisione per tutte le operazione di tipo economico delle
parrocchie e della diocesi. Il Vescovo Adriano Bernareggi lo
aveva chiamato a tale incarico fidando della sua
intelligenza pronta e acuta, della sua fedeltà, della sua
discrezione, del suo profondo senso sacerdotale ed
evangelico circa l'amministrazione dei beni temporali della
Chiesa. Era stato il Concordato fra Italia e Santa Sede
dell' 11 febbraio 1929- diventato esecutivo con lo scambio
delle ratifiche nel maggio successivo ed applicato con una
serie di leggi esplicative - ad istituire obbligatoriamente
per ogni Curia vescovile tale ufficio.
La Chiesa italiana era di nuovo diventata titolare di beni
tramite il Concordato, superando l'angusta prospettiva
liberale dei governi postunitari che avevano
spesso impedito il libero esercizio dell'attività propria
della Chiesa cattolica controllando in mille modi e
ostacolando in mille altri le iniziative apostoliche che
avevano bisogno anche di finanziamenti.
Un esempio per tutti è quello degli oratori, che non
potevano essere intestati alle singole parrocchie e che -da
noi a Bergamo - dovevano apparire come proprietà di una
immobiliare, la "Juventus", per esistere legalmente.
Il nuovo "status" dei beni ecclesiastici più favorevole
aveva però bisogno di molta limpidezza - di molta
trasparenza diremmo con una parola oggi a noi cara - perche
la Chiesa potesse servirsi dei beni secondo i propri fini,
senza trasformarsi in una finanziaria. Rigore, trasparenza,
spirito evangelico, austerità, anche senso di povertà
dovevano presiedere al tutto. Passato il
decennio della risistemazione - dal 1929 al 1939 - occorreva
governare il "quotidiano" dell'amministrazione con quei
criteri, perche il sistema fosse
veramente ecclesiale ed evangelico, perche i beni fossero
secondo le finalità proprie di quella spiritualissima e
concretissima, soprannaturale e umanissima istituzione che è
la Chiesa, corpo mistico del Signore fatta da noi povere
creature, così originale che di essa sola si può dire "non
essersi mai visto l'uguale ne potersi mai vedere nulla
di simile in futuro".
Il giovane don Pietro Dossi entrò nell'Ufficio
amministrativo diocesano, severamante governato dal grande
Vescovo di allora mons. Adriano Bernareggi.
Don Dossi vi rimase per circa cinquant'anni,collaborando con
i Vescovi successori monsignor Giuseppe Piazzi e monsignor
Giulio Oggioni. La sua persona gentile, minuta, elegante,
garbata, discreta, sembrava tagliata a misura per quell'ufficio:
nulla del burocrate, e contemporaneamente nulla
dell'improvvisatore; nulla del manager; contemporaneamente
nulla dell'approssimativo; nulla del pedante, angusto e
complicatore e contemporaneamente nulla della faciloneria
che rasenta l'illegalità. Un uomo
evangelico e trasparente nell'amministrazione. Un uomo
fraterno e comprensivo con i parroci che a lui dovevano
ricorrere per le molte pratiche. Un prete che non
dimenticava mai di essere tale nelle pratiche quotidiane del
suo ufficio. Il segreto di questo stile stava proprio nella
vocazione sacerdotale a essere "prete in cura d'anime" che
aveva mosso i passi di don Pietro Dossi verso il sacerdozio.
Veniva da Sarnico dove era nato nel 1913. Era cresciuto alla
scuola di monsignor Bonassi, il prete che restò prevosto
della cittadina lacustre per oltre cinquant'anni, con altri
degni sacerdoti, come mons. Severo Bortolotti, mons.
Angelo Buelli, mons. Nunzio Belotti. Del ministero
sacerdotale aveva sempre voluto mantenere il cuore e la
sostanza, restando per oltre quarant'anni rettore della
chiesa di San Michele al Pozzo Bianco e fungendo così da
coadiutore della parrocchia di Sant' Andrea. Lo conobbi lì.
Con altri miei compagni di Seminario - eravamo in seconda
liceo nel 1968 - scendevamo ogni
sabato sera al gruppo giovanile che si riuniva in una
sala sotto la chiesa, e che era diretto a don Pietro. Era in
atto il rinnovamento conciliare voluto dal Vaticano (
1962-65) che con entusiasmo sconvolgeva metodi pastorali
tradizionali obbligando a cambiamenti e novità. E cominciava
a tirare l'aria del Sessantotto. Don Pietro aveva superato i
cinquant'anni, ma aveva saputo
adattarsi alle richieste del gruppo giovanile che voleva
dibattere, che cercava argomenti di attualità per definire
il volto del cristiano nel mondo di oggi, che
desiderava capire ed essere dialettico e staccarsi dalla
tradizionale "conferenza" . Lo ricordo prete così, vicino
per il suo cuore di prete a quei giovani più e prima che per
le sue attenzioni alla modernità. Lo ricordo prete
per le anime, prete appassionato per la salvezza dei
fratelli e, proprio per questo, capace di seguirli anche su
strade nuove e per lui inconsuete. Poi lo ricordo insegnante
dell'ultimo anno di teologia nella disciplina pratica di
"Diritto amministrativo". Era stato il Vescovo monsignor
Piazzi a chiedergli di introdurre i seminaristi dell'ultimo
anno, prossimi alla ordinazione sacerdotale, ai primi
rudimenti dell'amministrazione parrocchiale.
La sua era una presenza molto garbata, il suo insegnamento
era competente. Da parte nostra c'era attenzione. Erano gli
anni della "Chiesa dei poveri", e la
nostra fantasia giovanile sognava, ipotizzava, prospettava,
con tanto poco realismo. Don Pietro era paziente, preparato,
competente. Era la sua testimonianza, la sua prospettiva mai
burocratica ma sempre pastorale a convincerci, a darci
realismo, a farci capire l' importanza di una povertà che
partisse da noi, di una vita spirituale che sapesse dare
senso a ogni struttura, di una austerità che sapesse
dare volto a ogni vera povertà.
Gli ultimi anni della sua lunga esistenza don
Pietro li passò in Cattedrale, come canonico effettivo del
Capitolo dal 1983. Sempre presente in Cattedrale, fino
a questi ultimissimi anni, sorridente con discrezione, magro
e minuto nella persona, un po' curvo, con gli occhi sempre
vivaci, intelligenti, con il sorriso vivo e mai formale, con
il saluto pronto e affabile, rispettoso con quell'uso del
"lei" verso tutti i suoi antichi alunni, secondo lo stile a
cui era stato abituato. Nel pomeriggio della festa di San
Francesco d' Assisi il Signore lo ha chiamato a se: la
semplicità del suo cuore forse non desiderava festa più
evangelica di questa per riunirsi al Signore, da lui tanto
amato e tanto annunciato nell'umiltà della vita parrocchiale
e nell'aridità apparente dell'amministrazione. Per
tuttoquesto, grazie don Pietro.