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A
CURA DI
GABRIELLA CADEI

Con
la legge 20 luglio 2000, n. 211, la Repubblica italiana ha istituito
in data 27 gennaio, giorno dell’abbattimento dei cancelli di
Auschwitz, il Giorno della Memoria “al
fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione
italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subíto la
deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in
campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di
sterminio e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e
protetto i perseguitati”
Scelgo la figura dell’olandese Etty Hillesum per ricordare la
Shoah, perché i
suoi scritti racchiudono una scuola di vita, una boccata di aria
pura, una luce capace di dare coraggio nei momenti difficili. Il suo
diario e le sue lettere sono libri capaci di trasformare chi li
legge. Il suo diario è un diario di amore, amore per la vita, per
Dio, per gli uomini, un amore che fiorisce nel deserto dell’odio,
della miseria e della disperazione.
E’
un miracolo che si ripete anche leggendolo perché diventando
testimoni di questo amore forse un po’ amiamo anche noi.
Undici
quaderni fittamente ricoperti da una scrittura minuta e quasi
indecifrabile, ci narrano la storia di una giovane donna di
Amsterdam di 27 anni. Abbracciano tutto il 1941 e il 1942, per
l’Olanda due anni di guerra e di oppressione, ma per Etty un
periodo di crescita e, paradossalmente, di liberazione individuali.
Erano
gli anni in cui in tutta l’Europa si rappresentava il dramma dello
sterminio. Etty era ebrea e scrisse un contro-dramma.
La sua vita sta tutta tra le parole che annotò giovedì 10 novembre
1941: “
“Paura
di vivere su tutta la linea. Cedimento completo. Mancanza di fiducia
in me stessa. Repulsione. Paura.”
e
le parole di venerdì 3 luglio 1942:
“Bene,
io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale
annientamento. Ora lo so. Non darò più fastidio con le mie paure,
non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per
noi ebrei. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione
e trovo la vita ugualmente ricca di significato”.
Etty
esaminò a fondo tutto ciò che accadde tra queste due date e lo
annotò con grande trasparenza, franchezza e intensità: i suoi
rapporti di amicizia e di amore, quelli con la famiglia e i
colleghi, e gli stati d’animo, le sensazioni, le riflessioni
sull’ebraismo, le donne, la passione, lo sfacelo sempre più
evidente nel mondo che la circondava.
Per non perdere ogni appiglio con quel mondo sconvolto si
mise alla ricerca delle origini della propria esistenza, e alla
sorgente trovò un atteggiamento verso la vita la cui definizione
migliore è altruismo radicale. Le ultime parole del suo diario
sono:
“Si
vorrebbe essere un balsamo per molte ferite”.
Noi
possiamo seguirla, e anche identificarci con lei, nella sua
battaglia contro le forze dell’io e le forze della storia.
Possiamo far riecheggiare la voce singolare ed eccezionale di questa
giovane donna che, all’approssimarsi della morte ha realizzato una
seconda nascita.
La voce di una vittima che non si è attardata a condannare i vili,
a maledire gli aguzzini, che non si è lamentata nemmeno una volta
della sua sorte tragica, che non ha perso nemmeno per un attimo la
speranza nella bontà e nella bellezza della vita. La voce di
un’innamorata, fragile e invincibile, nel deserto assoluto
dell’amore.
“Sono
pronta a tutto, a ogni luogo di questa terra nel quale Dio mi manderà,
sono pronta in ogni situazione e nella morte a testimoniare che
questa vita è bella e piena di significato, e che non è colpa di
Dio, ma nostra, se le cose sono così come sono, ora. Abbiamo
ricevuto in noi tutte le possibilità per sviluppare i nostri
talenti, dovremo ancora imparare a fare buon uso di queste nostre
possibilità”.
Di
brillante intelligenza e appassionata sensibilità, negli anni in
cui inizia la redazione dei suoi diari si era già laureata in
Giurisprudenza e aveva iniziato ad Amsterdam gli studi presso la
facoltà di Lingue Slave. Dai diari traspare l’immagine vivida di
lei, raccolta nella sua piccola stanza, mentre studia il russo,
traduce Dostoevsky, legge le amate poesie di Rilke, contempla il
cielo o un fiore ala finestra…
Ma
è anche un’anima inquieta, intensa e passionale, con gli amori,
gli entusiasmi e le contraddizioni di tante donne della sua età. E
così si descrive, in effetti, nella prima pagina del suo diario:
“Da
un punto di vista intellettuale sono tanto fortunata da essere in
grado di esprimere ogni cosa con formule chiare. Quando si tratta di
problemi della vita, posso spesso apparire come una persona ‘superiore’:
eppure, nel profondo di me stessa, io sono come prigioniera di un
gomitolo aggrovigliato, e con tutta la mia chiarezza di pensiero a
volte non sono altro che un povero diavolo impaurito”.
A
cercare di sciogliere questo gomitolo aggrovigliato la aiuta uno
psicoterapeuta tedesco di origine ebrea: Julius Spier, un maestro
della psiche che possedeva il dono raro di riavviare l’energia
sciogliendo i nodi stretti nel profondo degli esseri disorientati.
E’ da questo incontro che nasce il bisogno di tenere un
diario ed è così che inizia il suo cammino:
“Avanti,
allora! E’ un momento penoso, quasi insormontabile: devo affidare
il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe. I
pensieri sono spesso così chiari e limpidi nella mia testa, i
sentimenti così profondi, ma non riesco ancora a metterli per
iscritto. Dev’essere più che altro la vergogna. Mi sento molto
impacciata, non ho il coraggio di lasciarmi andare. Ma sarà pur
necessario, se voglio indirizzare la mia vita verso un fine
ragionevole e soddisfacente”.
L’influenza
di Spier è molto importante per Etty che, con il suo aiuto, inizia
a mettere ordine in quello che definisce il suo “caos
interiore”. La porta a riflettere sulla necessità di amare tutti
gli esseri umani. L’aiuta a conoscere e
ad amare la Bibbia, le insegna a pregare, le fa conoscere S.
Agostino ed altri autori fondamentali della tradizione cristiana:
sarà per Etty un mediatore fra lei e Dio.
“Più
mi sento stanca e debole, più mi sconcertano la sua forza e il suo
amore, che rimangono sempre a disposizione di tutti. (…)
Lui passa ore intense con ciascuno dei suoi pazienti, li apre
e ne tira via il pus, apre le sorgenti in cui Dio si nasconde a
molti uomini, continua a lavorare con loro finché le acque scorrono
nello loro anime prosciugate; le confessioni si ammucchiano sui suoi
tavolini, quasi tutte finiscono con: “Aiutami ti prego”; e lui
c’è per ognuno e aiuta.
Spier
è per me come un oasi nel deserto.”
Il
deserto della realtà che la circonda. Infatti, intorno
a lei, l’orrore incombe. Nel maggio 1940 i tedeschi hanno invaso
l’Olanda. Nel febbraio 1941 la popolazione si rivolta contro i
pogrom antisemiti e i nazisti reagiscono inasprendo la repressione
contro gli ebrei e la resistenza olandese. Gli ebrei vengono
licenziati, l’accesso ai negozi “ariani” è loro precluso, la
stella gialla è imposta come marchio di riconoscimento.
“E’
tutto un mondo che va a pezzi. Di nuovo arresti, terrore, campi di
concentramento, sequestri di padri sorelle e fratelli. Ci si
interroga sul senso della vita, ci si domanda se essa abbia ancora
un senso: ma per questo bisogna vedersela esclusivamente con se
stessi, e con Dio.”
La
ricerca di un senso si rivela sempre più ardua; spesso Etty
vacilla, si ferisce, imbocca vicoli ciechi, sente di sfasciarsi
sotto un peso enorme, a tu per tu con se stessa, ormai ridotta ad un
groviglio di angosce e assalita da mal di testa, di stomaco, di
pancia.
“Ieri,
per un momento, ho pensato che non avrei potuto continuare a vivere.
Avevo la sensazione di sfasciarmi sotto un peso enorme, ma anche
questa volta ho combattuto una battaglia che poi all’improvviso mi
ha permesso di andare avanti, con maggior forza. Ho provato a
guardare in faccia il “dolore” dell’umanità, coraggiosamente
e onestamente, molti interrogativi disperati hanno trovato risposta,
l’assurdità completa ha ceduto il posto a un po’ più di ordine
e di coerenza: ora posso andare avanti di nuovo. A volte sono come
un campo di battaglia insanguinato, su cui si combattono i problemi
del nostro tempo, e poi ne pago il prezzo con un gran sfinimento e
con un forte mal di capo”.”
Ma
nel centro, o in un angolo, di quel campo di battaglia, le capita
sempre più spesso di inginocchiarsi. Da un po’ di tempo sogna di
scrivere un racconto il cui titolo sarebbe “Storia della ragazza
che non sapeva inginocchiarsi”. A un tratto si ritrova in
ginocchio sul pavimento del bagno o della sua camera, “spinta a
terra da qualcosa che era più forte di lei”.
“Ieri
sera, subito prima di andare a letto, mi sono trovata
improvvisamente in ginocchio nel mezzo di questa grande stanza, tra
le sedie di acciaio, sulla stuoia chiara. Un gesto spontaneo, spinta
a terra da qualcosa che era più forte di me. Tempo fa mi ero detta
“mi esercito nell’inginocchiarmi”. Esitavo ancora troppo
davanti a questo gesto che è così intimo come i gesti
dell’amore, di cui pure non si può parlare se non si è poeti.
“Di
nuovo m’inginocchio sul ruvido tappeto di cocco, con le mani che
coprono il viso, e prego: “Signore, fammi vivere di un unico,
grande sentimento, fa che compia amorevolmente le mille piccole
azioni di un giorno, e insieme riconduci tutte queste piccole azioni
a un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di
amore. Allora quel che farò o il luogo in cui mi troverò, non avrà
più molta importanza”.
Ancora
tutto le fluttua lievemente attorno,
i suoi pensieri seguitano ad ampliarsi, a librarsi, ad assumere a
volte una tale limpidezza che quelle inondazioni di spazio e di luce
la spingono a chinarsi, a mettersi in ginocchio. A ondate, le cresce
dentro l’amore di Dio, un amore nuovo, favolosamente nuovo. Dio:
l’uso di questa parola da parte di Etty evolve nel corso dei mesi
e delle pagine del diario.
“Dentro
di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è
Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da
pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna
dissotterrarlo di nuovo”.
E’
l’inizio di una intensa attività interiore. Seguendo
un proprio itinerario, Etty matura una sensibilità religiosa
che da’ ai suoi scritti una grande dimensione spirituale. A poco a
poco però Etty va verso un dialogo molto più intenso con il
divino, che percepisce intimo a se stessa:
“Quella
parte di me, la più profonda e la più ricca in cui riposo, è ciò
che io chiamo Dio”.
Poco
a poco si fa strada dentro di lei la determinazione di abbandonarsi
alla Provvidenza e seguire la strada che il suo spirito intravede
davanti a sé, anche se questo comporta scelte difficilissime.
Intanto sono iniziate le deportazioni, si sussurra di progetti di
sterminio, la paura e lo sconforto spingono molti al suicidio, ma
Etty sembra risollevarsi e fortificarsi man mano che la società
intorno a lei cade nel buio e nel suo dialogo con l’Infinito si
rivela la sua forza d’animo:
“Ieri sera
pedalavo per la fredda e buia Larissestraat e se solo potessi
ripetere tutto che quello che ho borbottato allora:
“Mio
Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa
resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno
addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo
migliore. Ma concedimi di tanto in tanto un breve momento di pace.
Non penserò più, nella mia ingenuità, che un simile momento debba
durare in eterno, saprò anche accettare l’irrequietezza e la
lotta. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò
se mi toccherà stare al freddo purché tu mi tenga per mano. Andrò
dappertutto allora, e cercherò di non aver paura. E dovunque mi
troverò, io cercherò d’irraggiare un po’ di quell’amore, di
quel vero amore per gli uomini che mi porto dentro.”
“C’è
in me un pozzo molto profondo e in quel pozzo c’è Dio”.
Finalmente
osa nominare quella forza strana, così tenera e imperiosa che la fa
inginocchiare all’improvviso nel disordine della vita quotidiana.
“E
pensare che una volta appartenevo anch’io a quella categoria di
persone che di tanto in tanto pensano di se stesse: sì, in fondo io
sono una persona religiosa. E ora mi capita di dovermi inginocchiare
di colpo davanti al mio
letto, persino in una
fredda notte d’inverno. Ascoltarsi dentro. Non lasciarsi più
guidare da quello che si avvicina da fuori, ma da quello che
s’innalza dentro. E’ solo un inizio, me ne rendo conto. Ma non
è più un inizio vacillante, ha già delle basi”.
La
repressione e la persecuzione vanno sempre più inasprendosi. Allora
Etty costruisce intorno a sé muri che lasciano filtrare la luce
senza permettere all’odio di penetrare.
“Le
minacce e il terrore crescono di giorno in giorno. M'innalzo intorno
la preghiera come un muro oscuro che offre riparo, mi ritiro nella
preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più
"raccolta", concentrata e forte. Questo ritirarmi nella
chiusa cella della preghiera, diventa per me una realtà sempre più
grande. La concentrazione interna costruisce alti muri fra cui
ritrovo me stessa e la mia unità, lontana da tutte le distrazioni.
E potrei immaginarmi un tempo in cui starò inginocchiata per giorni
e giorni…”
Etty
sa qual è il destino che l’attende, gli ebrei continuano ad
essere deportati in massa verso i campi di smistamento ad est del
paese e da questi, dopo un’attesa più o meno breve, vengono
trasferiti in Polonia verso una destinazione a loro ignota. Sono
momenti di terrore, eppure l’ amore per la natura e per la vita e
l’abbandono all’Infinito sono temi ricorrenti nei suoi scritti e
si alternano alla preoccupazione con cui descrive gli sviluppi della
situazione. Come Rilke, il suo poeta preferito, Etty vede nella
natura il riflesso dell’Infinito che sembra essersi perso negli
uomini e nelle loro azioni insensate. Insieme alla sua spiritualità
matura un’accettazione del proprio destino, sceglie di affrontarlo
e quasi andare alla ricerca del dolore in mezzo a tanta gente che si
preoccupa di evitarlo e di salvarsi, perché sa che solo così si dà
un significato alla vita. In una sua lettera scrive:
“Certo,
accadono cose che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto
possibili. Ma forse possediamo altri organi oltre alla ragione,
organi che allora non conoscevamo, e che potrebbero farci capire
questa realtà sconcertante. Io credo che per ogni evento l’uomo
possieda un organo che gli consente di superarlo. Se noi salveremo i
nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano,
sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita
ad ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni
situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove
prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che
dobbiamo irrevocabilmente affrontare – se non li ospitiamo nelle
nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire
fattori di crescita e di comprensione -, allora non siamo una
generazione vitale.
Certo
che non è così semplice, e forse meno che mai per noi ebrei; ma se
non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro
che i nostri corpi salvati ad ogni costo – e non un nuovo senso
delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e
disperazione - , allora non basterà. Dai campi stessi dovranno
irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portar
chiarezza oltre i recinti di filo spinato, e congiungersi con quelle
che là fuori ci si deve ora conquistare con altrettanta pena, e in
circostanze che diventano quasi altrettanto difficili. E forse
allora, sulla base di una comune e onesta ricerca di chiarezza su
questi oscuri avvenimenti, la vita sbandata potrà di nuovo fare un
cauto passo avanti.
Per
questo mi sembrava così pericoloso sentir ripetere: ‘Non vogliamo
pensare, non vogliamo sentire, la cosa migliore è diventare
insensibili a tutta questa miseria’. Come se il dolore – in
qualunque forma ci tocchi incontrarlo- non facesse veramente parte
dell’esistenza umana”.
Via
via passano i giorni di quel terribile anno 1942, la ragazza che,
all’inizio del diario, consumava la propria energia a volteggiare
tra i fuochi delle emozioni e dei desideri e gli scogli delle
angosce, lascia sempre più il posto alla ragazza che aveva imparato
a inginocchiarsi e a pronunciare il nome di Dio, che ha imparato a
guardarsi dentro e ad ascoltarsi dentro.
“Non
pensare, ma ascoltare ciò che c’è dentro di te. Se fai questo la
mattina prima di andare al lavoro, ne ricavi una tranquillità che
dura tutta la giornata; in fondo dovresti iniziare la giornata
sempre in questo modo, finché tutti questi frammenti di pensieri
grandi e piccoli siano emersi così come si spolvera e si tolgono le
ragnatele”.
“Oggi
voglio ritirarmi a riposare nel mio silenzio: nello spazio del mio
silenzio interiore a cui chiedo ospitalità per un giorno intero.
Forse riuscirò a riposarmi così. Corpo e mente sono molto stanchi
e funzionano male, ma oggi che non ho da lavorare passerò tutto il
giorno in un angolino di quella gran sala silenziosa che ho dentro
di me… resterò seduta nell’angolino del mio silenzio ,
accoccolata come un buddha e anche col suo sorriso –
interiormente, si intende”.
In
me c’è un silenzio sempre più profondo. Bisogna sempre più
risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle poche che ci
sono necessarie Ho imparato come Dio rinnova sempre le mie forze. Ci sono
momenti in cui mi sento come un uccellino in una grande mano che mi
protegge.
Per
prepararsi al peggio che l’attende ha imparato a rinunciare ai
piccoli piaceri che si concedeva.
“Ho
accanto la mia colazione: un bicchiere di latticello, due fette
imburrate di pane bigio (…) Ho rinunciato al bicchiere di
cioccolata che mi concedevo sempre, un po’ di soppiatto, la
domenica mattina. Voglio abituarmi a questa colazione più monacale
che mi aiuta a raggiungere i miei appetiti nei luoghi più nascosti
e a sradicarli via: E’ meglio così. Dobbiamo imparare ad
affrancarci sempre più dalle necessità fisiche, dobbiamo abituare
il nostro corpo a chiederci solo l’indispensabile. Dobbiamo
affrancarci dalle cose materiali ed esteriori a un punto tale che lo
spirito possa continuare comunque il suo cammino e il suo lavoro”.
Arriva
anche ad accettare l’idea di separarsi da Julius Spier, la sua
oasi nella tormenta:
“Rinuncerò
persino al desiderio di rimanergli accanto fino all’ultimo
momento. Il mio essere si sta trasformando in un’unica grande
preghiera per lui. E perché solo per lui. E perché non anche per
gli altri?”
La
giovane donna “che non sapeva inginocchiarsi” si è trasfigurata
in preghiera.
E
incomincia ad abituarsi anche all’idea che le possano togliere
matita e carta che l’aiutano a chiarirsi le idee di tanto in
tanto, lei che aveva sempre sognato di poter fare la scrittrice:
“Senza
questa possibilità potrei
anche scoppiare e distruggermi dentro.
Ma so che se si comincia a rinunciare alle proprie pretese e
ai propri desideri, si può rinunciare a tutto. L’ho imparato in
questi giorni. Ogni giorno dirò addio. E così il vero addio sarà
solo una piccola conferma esteriore di ciò che, di giorno in
giorno, si è già compiuto dentro di me. Sono in uno stato
d’animo così singolare. Qualcuno
mi potrebbe capire se dicessi che mi sento così stranamente felice,
perché mi sento crescere dentro dolcezza e fiducia di giorno in
giorno? . Perché posso sopportare e accettare tutto, e perché la
coscienza del bene che c’è stato nella vita, anche nella mia
vita, non è stata soppiantata da tutte queste altre cose, anzi
diventa sempre più parte di me. Se sapessi con certezza di dover
morire la prossima settimana, potrei rimanere a studiare alla mia
scrivania nella massima tranquillità di spirito. Io so ora che vita
e morte sono significativamente legate fra loro. Sarà uno scivolare
dall’una nell’altra.
Qualche
giorno fa scrivevo ancora: voglio star seduta per un pochino alla
mia scrivania e studiare per me. Questo non si fa più. A questa
pretesa bisogna rinunciare. Bisogna rinunciare a tutto per poter
fare in un giorno le migliaia di piccole cose che vanno fatte per
gli altri, senza smarrirsi.
Si
deve anche essere capaci di vivere senza libri e senza niente.
Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare e
abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una
preghiera”.
Però
non basta rinunciare, spossessarsi a poco a poco di tutto ciò a cui
si attribuiva valore e fascino, acconsentire a rimanere separati
dagli esseri amati. Bisogna orientare in una nuova direzione
quest’energia, questa forza interiore.
La
vita è così curiosa e sorprendente e infinitamente piena di
sfumature, a ogni curva del suo
cammino si apre una vista del tutto diversa. La maggior parte
delle persone ha, nella propria testa,
delle idee stereotipate su questa vita, dobbiamo nel nostro
intimo liberarci di tutto, di ogni idea esistente, parola
d’ordine, sicurezza; dobbiamo avere il coraggio di abbandonare
tutto, ogni norma e appiglio convenzionale, dobbiamo osare il gran
salto nel cosmo, e allora, allora sì che la vita diventa
infinitamente ricca e abbondante, anche nei suoi più profondi
dolori.
Di
minuto in minuto desideri, necessità e legami si staccano da me,
sono pronta a tutto, a ogni luogo di questa terra nel quale Dio mi
manderà, sono pronta in ogni situazione e nella morte a
testimoniare che la vita è bella e piena di significato e che non
è colpa di Dio, ma nostra, se le cose sono così come sono, ora.
Abbiamo ricevuto in noi tutte le possibilità per sviluppare i
nostri talenti, dovremo ancora imparare a fare buon uso di queste
nostre possibilità. E’ come se in ogni momento altri pesi mi
cadano di dosso, come se tutti i confini che ci sono oggi tra
persone e popoli non esistano più; in certi momenti è proprio come
se la vita mi fosse divenuta trasparente e così anche il cuore
umano, e io vedo, vedo e capisco sempre di più e dentro di me sono
sempre, sempre più in pace, e c’è in me una fiducia in Dio che
in un primo tempo quasi mi spaventava per la sua crescita
veloce, ma che sempre più diventa parte di me”.
Ma
Dio per Etty non è un’ancora di salvezza, l’eremo in cui
rifugiarsi per sfuggire a un mondo brutale e disumano. Al contrario:
quando Dio sembra scomparire perché tutto intorno vediamo solo il
male, siamo noi a doverlo ritrovare e a doverlo rianimare nel cuore
degli uomini. Non è più Dio ad aiutare noi, dice Etty, ma noi ad
aiutare Dio. E’ un concetto profondo, che ha elaborato anche
meditando sulle opere di Rilke, e in particolare su una sua poesia:
Non
devi attendere che Dio venga a te
e
dica: eccomi.
Un
Dio che professi la sua forza
Non
ha senso.
Devi
sapere che Dio soffia in te come il vento
sin
dagli inizi,
e
se il cuore ti brucia e non si svela,
c’è
lui dentro, operante.
Per
Etty la natura e i fiori sono fonte perenne di incantamento e da
essi trae anche speranza e forza
di resistere.
“Oh
quegli uccelli e quel sole sul ghiaino del tetto. Ho nell’anima
tanta calma e dolcezza e un senso di appagamento che riposa in Dio.
“Il
gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e
delle tempeste di questi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano
qua e là sulle pozzanghere. Ma da qualche parte dentro di me esso
continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre e
spande il suo profumo tutto intorno alla tua casa, mio Dio. Vedi
come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie
paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e
tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori
profumati che incontro sul mio cammino e sono veramente tanti”.
Le
mie rose rosse e gialle si sono completamente schiuse: mentre ero là
in quell’inferno hanno continuato silenziosamente a fiorire, Molti
mi dicono: come puoi pensare ancora ai fiori di questi tempi?”
La
risposta, nel diario, si può trovare in due direzioni, Dio e gli
altri.
“L'unica
cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l'unica che
veramente conti è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E
forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori
devastati di altri uomini.”
“Dobbiamo
abbandonare le nostre preoccupazioni per pensare agli altri. Voglio
dir questo: si deve tenere a disposizione di chiunque si incontri
per caso sul nostro sentiero, e che ne abbia bisogno, tutta la
forza, l’amore e la fiducia in Dio che abbiamo in noi stessi.
Questo
è il suo segreto, decidere di diventare una forza per gli altri…
E
non arrendersi al male che la circonda, scegliere di non rispondere
con l’odio all’odio, cercare sempre dentro di sé la radice di
ogni male per poterlo trasformare.
“Possono
renderci la vita un po' spiacevole, possono privarci di qualche bene
materiale e di un po' di libertà di movimento, ma siamo noi stessi
a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento
sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati ed oppressi,
col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura. Certo
che ogni tanto si può essere tristi e abbattuti per quello che ci
fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo
soprattutto noi stessi a derubarci da soli. Trovo bella la vita, e
mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo
in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è
difficile ma non è grave. Una pace futura potrà essere veramente
tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso; se
ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di
qualunque razza o popolo; se avrà superato quest'odio e l'avrà
trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se
non è chiedere troppo. E' l'unica soluzione possibile. E' quel
pezzettino d'eternità che ci portiamo dentro. Sono una persona
felice e lodo questa vita, nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo
anno di guerra.
Il
marciume che c'è negli altri c'è anche in noi, continuavo a
predicare; non vedo nessun'altra soluzione, veramente non ne vedo
nessun altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di
strappare via il nostro marciume. Non credo più che si possa
migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la
nostra parte dentro di noi. E' l'unica soluzione di questa guerra:
dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove”.
E
convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo
rende ancor più inospitale.
Gli
amici fanno pressione perché faccia domanda di impiego nel
Consiglio Ebraico, con questa occupazione potrebbe avere la
possibilità di aver salva la vita.
“Molte
persone mi rimproverano per la mia indifferenza e passività e
dicono che mi arrendo così, senza combattere. Dicono che chiunque
possa sfuggire alle loro grinfie deve provare a farlo, che questo è
un dovere, che devo far qualcosa per me. Ma questa somma non torna.
In questo momento, ognuno si dà da fare per salvare se stesso: ma
un certo numero di persone non deve partire comunque?

Il
buffo è che non mi sento nelle loro grinfie, sia che io rimanga
qui, sia che io venga deportata. Non mi sento nelle grinfie di
nessuno, mi sento soltanto nelle braccia di Dio; e sia che ora io
mi trovi qui, a questa scrivania
terribilmente cara e familiare, o fra un mese in una nuda camera del ghetto, o fors’anche in un
campo di lavoro sorvegliato dalle SS, nelle braccia di Dio credo che
mi sentirò sempre.
Forse
mi potranno ridurre a pezzi fisicamente, ma di più non mi potranno
fare. E forse cadrò in preda alla disperazione e soffrirò
privazioni che non mi sono mai potuta immaginare, neppure nelle mie
più vane fantasie. Ma anche questa è poca cosa se paragonata a
un’infinita vastità, e fede in Dio, e capacità di vivere
interiormente. Può anche darsi che io sottovaluti tutto quanto.
Ogni giorno vivo nell’eventualità che la dura sorte toccata a
molti, a troppi, tocchi anche alla mia piccola persona, da un
momento all’altro. Mi rendo conto di tutto fin nei minimi
dettagli, credo che nel mio ‘confrontarmi’ interiore con le cose
io stia saldamente piantata sulla terra più dura della realtà più
dura. E la mia accettazione non è rassegnazione, o mancanza di
volontà: c’è ancora spazio per l’elementare sdegno morale
contro un regime che tratta così gli esseri umani”.
Nel
luglio del 1942 Etty entra nel Consiglio Ebraico di Amsterdam, vi
rimane però solo pochi giorni, intuendo e soffrendo per il ruolo
ambiguo del Consiglio, nato per pianificare, controllare ed
organizzare meglio le deportazioni.
“Ognuno
deve vivere con lo stile suo. Io non so farmi avanti per garantirmi
quella che può sembrare la mia salvezza, mi pare una cosa assurda e
divento irrequieta e infelice… Questo star tutti addosso a
quell’unico pezzetto di legno che va alla deriva sull’oceano
infinito dopo il naufragio, questo spingersi a forza di gomiti,
provocare l’annegamento altrui, tutto così indegno.
Io
appartengo piuttosto al genere di persone che preferiscono
galleggiare ancora un po’ sull’oceano, stese sul dorso e con gli
occhi rivolti al cielo, finché -
con un gesto rassegnato e devoto – vanno a fondo per
sempre.
Le
mie battaglie le combatto contro di me, contro i miei propri demoni:
ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro
fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo
non è proprio il mio genere.
Non
ho neppure paura, non so, mi sento così tranquilla. Mi sento in
grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza
soccombere. Una volta che si comincia a camminare con Dio, si
continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica,
lunga passeggiata”.
“Mi
sembra che si esageri nel temere per il nostro corpo. Lo spirito
viene dimenticato, s'accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Esistono
persone che all'ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo
aspirapolveri, forchette e cucchiai d'argento, invece di salvare te,
mio Dio. E altre persone che sono ridotte a ricettacoli di
innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il
proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si
può essere nelle grinfie di nessun se si è nelle tue braccia.
Viviamo
in un modo sbagliato, senza dignità. Io non odio nessuno, non sono
amareggiata: una volta che l'amore per tutti gli uomini comincia a
svilupparsi in noi, diventa infinito. L’uomo occidentale non
accetta il dolore come parte di questa vita: per questo non riesce
mai a cavarne fuori delle forze positivo.
…
Si
deve anche essere capaci di vivere senza libri e senza niente.
Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare , e
abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una
preghiera.
“Quando
prego non prego mai per me stessa, prego sempre per gli altri,
oppure dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più
profonda di me, che per comodità io chiamo Dio. Non so, trovo così
infantile che si preghi per ottenere qualcosa per sé stessi. Mi
sembra infantile anche pregare perché un altro stia bene: per un
altro si può solo pregare che riesca a sopportare le difficoltà
della vita. E se si prega per qualcuno, gli si manda un po’ della
propria forza”.
Il
suo senso di amore e di compassione va sempre più consolidandosi in
lei fino a diventare la struttura portante di tutte le sue scelte.
“Loro
sono senza pietà, senza pietà. Ma tanto più misericordiosi
dobbiamo essere noi nel nostro cuore.
Mio Dio, è un periodo troppo duro per persone fragili come
me.
Vorrei
tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che
conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane.
L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di
prepararli fin d’ora in noi stessi. In qualche modo mi sento
leggera, senza alcuna amarezza e con tanta forza e amore.
Vorrei
tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di
certo.
Stamattina
ho pregato pressappoco così. M’è venuto spontaneo
d’inginocchiarmi su quella dura stuoia di cocco del bagno e le
lacrime mi scorrevano sul volto.
E credo che quella preghiera mi abbia dato forza per tutto il
giorno.
Rimarrò
completamente fedele a me stessa e non mi rassegnerò né mi piegherò.
Potrei forse reggere se non attingessi ogni giorno a quella gran
pace e chiarezza che sono in me? Sì, mio Dio, ti sono molto fedele,
in ogni circostanza, non andrò a fondo e continuerò a credere nel
senso profondo di questa vita; so come devo continuare a vivere e ci
sono in me delle certezze così grandi, ti sembrerà incomprensibile
ma trovo la vita così bella e mi sento così felice. Non è
meraviglioso? Non oserei dirlo a nessuno con così tante parole”.
Credo
proprio di avere come un regolatore interno. Un malumore mi avverte
ogni volta che ho preso la strada sbagliata e se continuo ad essere
onesta e aperta, se conservo la mia volontà di diventare quella che
dovrò essere e di fare ciò che la mia coscienza mi prescrive di
fare, allora andrà tutto a posto. Credo che la vita pretenda molto
da me e che mi riservi anche molto, ma devo saper ascoltare la mia
voce interiore, devo rimanere onesta e aperta e non sfuggire quel
sentimento”.
Etty
ascolta la sua voce interiore e chiede di essere trasferita al campo
di transito di Westerbork
come assistente sociale volontaria.
Etty parte
una prima volta nell’agosto del ’42, un permesso di viaggio le
consente inizialmente qualche breve ritorno a casa. Poi, dal giugno
del ’43, non potrà più uscire. Arriva a Westerbork proprio nel
momento in cui si dà inizio ai programmi di deportazione ad
Auschwitz. Ogni lunedì un treno merci entra nel campo; ogni martedì
la lunga fila dei convogli riparte con più di mille persone. Tra il
15 luglio del `42 e il 3 settembre del `44 i treni contati sono
novantatré. Nel breve giro di pochi mesi quarantamila ebrei
precedentemente concentrati nel ghetto di Amsterdam si riversano nel
campo.
Finché
le è dato rimanere, Etty si prodiga senza riserve mettendo tutta se
stessa al servizio degli altri. Unica preoccupazione, essere ovunque
ci sia bisogno, "tra le baracche e il fango", con la sua
presenza vitale, comunicativa, piena di compassione. Ma il suo corpo
non sempre regge e finché è volontaria ottiene permessi per
tornare a casa a causa della sua situazione di salute.
“Forse
è stato tutto un po’ troppo, mio Dio. Avevo creduto che il mio
spirito e il mio cuore potessero portare tutto da soli. Ma il mio
corpo si fa sentire e dice alt. Ora mi rendo conto di quanto tu mi
abbia dato da portare, mio Dio. Tante cose belle e tante cose
difficili. E quelle difficili si sono trasformate in belle ogni
volta che ero disposta a sopportarle. Pensare che un piccolo cuore
umano possa provare così tanto, possa soffrire e amare a tal punto.
Ti sono così riconoscente perché hai scelto proprio il mio cuore,
di questi tempi, per fargli sopportare tutto quanto.
Riprenderò
la vecchia, collaudata abitudine e di tanto in tanto discorrerò un
pochino con me stessa su queste righine blu. Parlerò con te mio
Dio. Posso? Col passare delle persone non mi resta che il desiderio
di parlare con te.
Amo
così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio
Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di
te. E cerco di disseppellirti dal loro cuore, mio Dio.
Quest’ultimo
anno e mezzo, e questi ultimi due mesi, che da soli sono stati come
una vita intera! E non ho avuto forse delle ore di cui ho detto: se
dovessi morire tra poco, quest’ora mi è valsa una vita? Ho avuto
spesso delle ore simili. E perché poi non dovrei vivere in cielo?
Il cielo esiste, perché non ci si potrebbe vivere? O piuttosto: il
cielo vive dentro di me.
…Ora
devo dormire e lasciare andare tutto. Mi gira tanto la testa. Non
c’è niente che funzioni nel mio corpo. Vorrei guarire presto, ma
dalle tue mani accetto tutto come viene, mio Dio. So che è sempre
un bene. Ho imparato che un peso può essere convertito in bene se
lo si sa sopportare”.
Etty
ha trasformato tutto, da cima a fondo – ha trasmutato la
sofferenza in gioia, trasfigurato il male in bontà, in amore, in
speranza. E in questa trasmutazione ha pure convertito la sofferenza
in conoscenza, in conoscenza dei confini del cuore umano, delle
tenebre e degli sprazzi di luce che lo attraversano. E nelle
sbalorditive intuizioni dei misteri della vita, della morte e di Dio
ha trovato la sua vocazione: amare, amare senza calcoli, senza
condizioni e la sua vocazione: aiutare e diventare una intermediaria
fra Dio e gli uomini, come scrive dopo la morte del carissimo amico
e guida spirituale Julius Spier, morto di tumore il giorno prima che
la Gestapo andasse a prenderlo.
“Ecco,
ora riposi nelle tue due camerette, tu caro, grande, buono. Una
volta ti ho scritto: il mio cuore volerà sempre e da ogni luogo di
questa terra, verso di te, come un uccello, e sempre ti troverà.
Avrei ancora mille cose da chiederti e da imparare da te, ora mi
toccherà fare tutto da sola. Sai, mi sento così forte e sono certa
che me la caverò. Sei tu che hai liberato le mie forze, tu che mi
hai insegnato a pronunciare con naturalezza il nome di Dio. Sei
stato l’intermediario tra Dio e me, e ora che te ne sei andato la
mia strada porta direttamente a Dio e sento che è un bene. Ora sarò
io l’intermediaria per tutti quelli che potrò raggiungere.
Domani
saremo tutti quanti insieme e il tuo spirito sarà in mezzo a noi e
Tide canterà per te, se sapessi quanto sono felice di poter esserci
anch’io. Sono ritornata proprio in tempo…
Nel
diario di Tide ho trovato spesso questa frase: Padre, prendilo
dolcemente fra le tue braccia. E’ così che mi sento, sempre e
ininterrottamente: come se stessi fra le tue braccia, mio Dio, così
protetta e sicura e impregnata d’eternità. Come se ogni mio
respiro fosse eterno e la più piccola azione o parola avesse un
vasto sfondo e un profondo significato”.
“Signore
rendimi più desiderosa di capire che di essere capita.
Quanto
sono grandi le necessità delle tue creature terrestri, mio Dio. Ti
ringrazio perché lasci che tante persone vengano a me con le loro
pene: parlano tranquille e senza sospetti, e d’un tratto viene
fuori tutta la loro pena e si scopre una povera creatura disperata
che non sa come vivere. E a quel punto cominciano i miei problemi.
Non basta predicarti, mio Dio, non basta disseppellirti dai cuori
altrui. Bisogna aprirti la via, mio Dio, e per far questo bisogna
essere un gran conoscitore dell’animo umano, un esperto psicologo.
I
miei strumenti per aprirti la strada negli altri sono ancora ben
limitati, ma li migliorerò pian piano e con molta pazienza. E ti
ringrazio per questo dono di poter leggere negli altri. A volte le
persone sono per me come case con la porta aperta. Ogni casa è
arredata in modo un po’ diverso, ma di ognuna si dovrebbe fare una
dimora consacrata a te, mio Dio.
Poco
fa mi sono svegliata con la gola secca, ho afferrato il mio
bicchiere ed ero così riconoscente per quel sorso d’acqua, ho
pensato: se solo potessi andare in giro fra quelle migliaia di
uomini ammassati laggiù e potessi offrire un sorso d’acqua ad
alcuni di loro. Quando capitava che una donna o un bambino affamato
si mettessero a piangere dietro uno dei nostri tavoli di
registrazione, mi mettevo dietro di loro, quasi a proteggerli. A
volte mi sedevo vicino a qualcuno, passavo un braccio attorno a una
spalla, non dicevo molto e guardavo le persone in faccia. Nulla mi
era nuovo, non una di quelle espressioni di dolore umano. Tutto mi
pareva così familiare, come se avessi già vissuto ogni cosa. Certi
mi dicono: hai dei nervi d’acciaio a resistere. Non credo di avere
dei nervi d’acciaio, anzi credo di avere dei nervi piuttosto
sensibili, però sono in grado di resistere. Ho il coraggio di
guardare in faccia ogni dolore. E alla fine di ogni
giornata mi dicevo sempre: voglio tanto bene agli uomini. Non
provavo mai amarezza per quel che veniva fatto loro, sempre invece
amore per come degli uomini fossero capaci di sopportare il dolore.
Se
vogliamo perdonare agli altri, dobbiamo prima perdonare a noi stessi
i nostri difetti. E’ forse la cosa più difficile, come constato
così spesso negli altri e un tempo anche in me, ora non più:
sapersi perdonare per i propri difetti e per i propri errori. Il che
significa anzitutto saperli generosamente accettare.
Il
nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi
varie aree di tranquillità , di sempre maggior tranquillità,
fintanto che si sia in grado di irraggiarla anche sugli altri. E più
pace c’è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo
agitato. Se solo si potesse far capire alla gente che si può
lavorare alla propria pace interiore, e continuare ad essere
produttivi e fiduciosi dentro di noi malgrado le paure e le voci che
circolano. Che possiamo costringerci ad inginocchiarci nell’angolo
più remoto e tranquillo del nostro essere e rimanerci fintanto che
su di noi non si stenda nient’altro che un purissimo cielo”.
“Stamattina
all’alba sono saltata giù dal letto e mi sono inginocchiata alla
finestra. L’albero era immobile nell’alba grigia e silenziosa.
Ho pregato: mio Dio, concedimi la pace grande e potente della tua
natura. Se vuoi farmi soffrire dammi il dolore grande e pieno, non
le mille piccole preoccupazioni che consumano completamente. Dammi
pace e fiducia. Fa che ogni mia giornata sia qualcosa di più che le
mille preoccupazioni per la sopravvivenza quotidiana. E tutte le
nostre preoccupazioni non sono forse altrettante mozioni di sfiducia
nei tuoi confronti, mio Dio? Voglio essere un’unica, grande
preghiera Un’unica,
grande pace. Si dovrebbe pregare giorno e notte per quelle migliaia.
Non si dovrebbe stare neanche un minuto senza preghiera.
Credo
di poter sopportare e accettare ogni cosa di questa vita e di questo
tempo. E quando la burrasca sarà troppo forte e non saprò più
come uscirne, mi rimarranno sempre due mani giunte e un ginocchio
piegato. E’ un gesto che a noi ebrei non è stato tramandato di
generazione in generazione. Ho dovuto
impararlo
a fatica. E’ l’eredità più preziosa che io abbia ricevuto
dall’uomo la cui parte migliore continua a vivere in me.
Com’è
strana la mia storia – la storia della ragazza che non sapeva
inginocchiarsi. O con una variante: della ragazza che aveva imparato
a pregare. E’ il mio gesto più intimo, ancor più intimo dei
gesti che ho per un uomo.
Ho
spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli
uomini. Perché no? Erano così affamati e da tanto tempo.
Si
vorrebbe essere un balsamo per molte ferite”.
Così
finisce il diario di Etty. E’ il 12 ottobre 1942. Fino al
settembre 1943 rimane al campo di Westerbork. Di questo ultimo anno
sono state raccolte e pubblicate le numerose lettere che ha
scritto… Da una lettera si evince che Etty ha continuato a
scrivere i diari. Probabilmente sono andati perduti.
In
una lettera del luglio 43 scritta ad alcuni amici, o forse a tutti
noi, dice:

“Volevo
solo dire questo: la miseria che c’è qui è veramente terribile
– eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato
dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il
filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce, e
questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi
dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine
o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che
avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo
soccombere. E se sopravvivremo intatti a questo tempo, corpo e anima
ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo
anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita. Forse io
sono una donna ambiziosa: vorrei dire anch’io una piccola
parolina.
Parli di suicidio e di madri e figli. Certo che posso capire
queste cose, ma trovo che è un argomento malsano. C’è un limite
a tutte le sofferenze, forse a un essere umano non è dato da
sopportare più di quanto non possa – oltrepassato quel limite,
muore da sé. Ogni tanto qui muore qualcuno perché il suo spirito
è a pezzi e non riesce più a capire, in genere sono persone
giovani. Le persone anziane sono piantate in un terreno più solido
e accettano il loro destino con dignità e rassegnazione. Sì, qui
si vede una gran varietà di persone e si può osservare il loro
atteggiamento verso le questioni più ardue, le questioni ultime.
Proverò a descrivervi come mi sento, ma non so se questa
metafora è giusta. Quando un ragno tesse la sua tela, non lancia
forse i fili principali davanti a sé e ci si arrampica poi sopra?
La strada principale della mia vita è tracciata per un lungo tratto
davanti a me e arriva
già in un altro mondo. E’ proprio come se tutte le cose che
succedono e che succederanno qui siano già, in qualche modo, date
per scontate dentro di me, le ho già vissute e assorbite e già
partecipo alla costruzione di una società futura. La vita qui non
consuma troppo le mie forze più profonde – fisicamente si va
forse un po’ giù e spesso si è immensamente tristi, ma il nostro
nucleo interiore diventa sempre più forte. Vorrei che fosse così
anche per voi e per tutti i miei amici, è necessario, dobbiamo
ancora condividere molte esperienze e molto lavoro tutti insieme.
Perciò vi raccomando; rimanete al vostro posto di guardia se ne
avete già uno dentro di voi, e per favore non rattristatevi né
disperatevi per me, non c’è motivo.
Il
18 agosto 1943 scrive:
“Mi
hai resa così ricca, mio Dio, lasciami anche dispensare agli altri
a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con
te, mio Dio, un unico grande colloquio. A volte, quando me ne sto in
un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei
occhi rivolti al cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime
che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera,
quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio, lacrime
di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia
preghiera. Sono molto, molto stanca, già da diversi giorni, ma
anche questo passerà, tutto avviene secondo un ritmo più profondo
che si dovrebbe insegnare ad ascoltare, è la cosa più importante
che si può imparare in questa vita. Io non combatto contro di te,
mio Dio, tutta la mia vita è un grande colloquio con te. Forse non
diventerò mai una grande artista come in fondo vorrei, ma mi sento
già fin troppo al sicuro in te, mio Dio”
L’ordine
di partenza per Auschwitz giunge per Etty improvvisamente, il 7
settembre del 1943. Alcuni vagoni più avanti ci sono i suoi
genitori, insieme con il fratello Mischa. L’ultima testimonianza
che rimane di Etty è una cartolina a un’amica scritta sul treno
che la porta ad Auschwitz e gettata lungo la strada ferrata.
ì
“Christien,
apro a caso la Bibbia e trovo questo: ‘Il Signore è il mio alto
ricetto’. Sono seduta
sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la
mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta
piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato
appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il campo
cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa.
Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure.
Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora a Amsterdam,
forse avrai notizie? Anche della mia ultima lunga lettera?
Arrivederci
da noi quattro. Etty.
I
genitori moriranno nella camera a gas il giorno stesso dell’arrivo
al campo. Etty muore il 30 novembre del 1943. «Eppure la vita è
meravigliosamente buona nella sua inesplicabile profondità»
(ultima lettera da Westerbork, 2 settembre 1943).
Bibliografia:
E.Hillesum "Diario 1941-1943" Adelphi; "Lettere"
Adelphi
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