GIORNATA DEL RICORDO
2007

Etty Hillesum: la ragazza che non sapeva inginocchiarsi

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A CURA DI
GABRIELLA CADEI

Con la legge 20 luglio 2000, n. 211, la Repubblica italiana ha istituito in data 27 gennaio, giorno dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, il Giorno della Memoria “al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subíto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”

   



Scelgo la figura dell’olandese Etty Hillesum per ricordare la Shoah, perché i
suoi scritti racchiudono una scuola di vita, una boccata di aria pura, una luce capace di dare coraggio nei momenti difficili. Il suo diario e le sue lettere sono libri capaci di trasformare chi li legge. Il suo diario è un diario di amore, amore per la vita, per Dio, per gli uomini, un amore che fiorisce nel deserto dell’odio, della miseria e della disperazione.

E’ un miracolo che si ripete anche leggendolo perché diventando testimoni di questo amore forse un po’ amiamo anche noi.

Undici quaderni fittamente ricoperti da una scrittura minuta e quasi indecifrabile, ci narrano la storia di una giovane donna di Amsterdam di 27 anni. Abbracciano tutto il 1941 e il 1942, per l’Olanda due anni di guerra e di oppressione, ma per Etty un periodo di crescita e, paradossalmente, di liberazione individuali.

Erano gli anni in cui in tutta l’Europa si rappresentava il dramma dello sterminio. Etty era ebrea e scrisse un contro-dramma.

La sua vita sta tutta tra le parole che annotò giovedì 10 novembre 1941: “

“Paura di vivere su tutta la linea. Cedimento completo. Mancanza di fiducia in me stessa. Repulsione. Paura.”
e le parole di venerdì 3 luglio 1942:

“Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato”.

Etty esaminò a fondo tutto ciò che accadde tra queste due date e lo annotò con grande trasparenza, franchezza e intensità: i suoi rapporti di amicizia e di amore, quelli con la famiglia e i colleghi, e gli stati d’animo, le sensazioni, le riflessioni sull’ebraismo, le donne, la passione, lo sfacelo sempre più evidente nel mondo che la circondava.  Per non perdere ogni appiglio con quel mondo sconvolto si mise alla ricerca delle origini della propria esistenza, e alla sorgente trovò un atteggiamento verso la vita la cui definizione migliore è altruismo radicale. Le ultime parole del suo diario sono:

“Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite”.

Noi possiamo seguirla, e anche identificarci con lei, nella sua battaglia contro le forze dell’io e le forze della storia. Possiamo far riecheggiare la voce singolare ed eccezionale di questa giovane donna che, all’approssimarsi della morte ha realizzato una seconda nascita.

La voce di una vittima che non si è attardata a condannare i vili, a maledire gli aguzzini, che non si è lamentata nemmeno una volta della sua sorte tragica, che non ha perso nemmeno per un attimo la speranza nella bontà e nella bellezza della vita. La voce di un’innamorata, fragile e invincibile, nel deserto assoluto dell’amore.

“Sono pronta a tutto, a ogni luogo di questa terra nel quale Dio mi manderà, sono pronta in ogni situazione e nella morte a testimoniare che questa vita è bella e piena di significato, e che non è colpa di Dio, ma nostra, se le cose sono così come sono, ora. Abbiamo ricevuto in noi tutte le possibilità per sviluppare i nostri talenti, dovremo ancora imparare a fare buon uso di queste nostre possibilità”.

Di brillante intelligenza e appassionata sensibilità, negli anni in cui inizia la redazione dei suoi diari si era già laureata in Giurisprudenza e aveva iniziato ad Amsterdam gli studi presso la facoltà di Lingue Slave. Dai diari traspare l’immagine vivida di lei, raccolta nella sua piccola stanza, mentre studia il russo, traduce Dostoevsky, legge le amate poesie di Rilke, contempla il cielo o un fiore ala finestra… Ma è anche un’anima inquieta, intensa e passionale, con gli amori, gli entusiasmi e le contraddizioni di tante donne della sua età. E così si descrive, in effetti, nella prima pagina del suo diario:

“Da un punto di vista intellettuale sono tanto fortunata da essere in grado di esprimere ogni cosa con formule chiare. Quando si tratta di problemi della vita, posso spesso apparire come una persona ‘superiore’: eppure, nel profondo di me stessa, io sono come prigioniera di un gomitolo aggrovigliato, e con tutta la mia chiarezza di pensiero a volte non sono altro che un povero diavolo impaurito”.

A cercare di sciogliere questo gomitolo aggrovigliato la aiuta uno psicoterapeuta tedesco di origine ebrea: Julius Spier, un maestro della psiche che possedeva il dono raro di riavviare l’energia sciogliendo i nodi stretti nel profondo degli esseri disorientati.  E’ da questo incontro che nasce il bisogno di tenere un diario ed è così che inizia il suo cammino:

“Avanti, allora! E’ un momento penoso, quasi insormontabile: devo affidare il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe. I pensieri sono spesso così chiari e limpidi nella mia testa, i sentimenti così profondi, ma non riesco ancora a metterli per iscritto. Dev’essere più che altro la vergogna. Mi sento molto impacciata, non ho il coraggio di lasciarmi andare. Ma sarà pur necessario, se voglio indirizzare la mia vita verso un fine ragionevole e soddisfacente”.

L’influenza di Spier è molto importante per Etty che, con il suo aiuto, inizia a mettere ordine in quello che definisce il suo “caos interiore”. La porta a riflettere sulla necessità di amare tutti gli esseri umani. L’aiuta a conoscere e ad amare la Bibbia, le insegna a pregare, le fa conoscere S. Agostino ed altri autori fondamentali della tradizione cristiana: sarà per Etty un mediatore fra lei e Dio.

“Più mi sento stanca e debole, più mi sconcertano la sua forza e il suo amore, che rimangono sempre a disposizione di tutti. (…)  Lui passa ore intense con ciascuno dei suoi pazienti, li apre e ne tira via il pus, apre le sorgenti in cui Dio si nasconde a molti uomini, continua a lavorare con loro finché le acque scorrono nello loro anime prosciugate; le confessioni si ammucchiano sui suoi tavolini, quasi tutte finiscono con: “Aiutami ti prego”; e lui c’è per ognuno e aiuta.

Spier è per me come un oasi nel deserto.”

Il deserto della realtà che la circonda. Infatti, intorno a lei, l’orrore incombe. Nel maggio 1940 i tedeschi hanno invaso l’Olanda. Nel febbraio 1941 la popolazione si rivolta contro i pogrom antisemiti e i nazisti reagiscono inasprendo la repressione contro gli ebrei e la resistenza olandese. Gli ebrei vengono licenziati, l’accesso ai negozi “ariani” è loro precluso, la stella gialla è imposta come marchio di riconoscimento. 

“E’ tutto un mondo che va a pezzi. Di nuovo arresti, terrore, campi di concentramento, sequestri di padri sorelle e fratelli. Ci si interroga sul senso della vita, ci si domanda se essa abbia ancora un senso: ma per questo bisogna vedersela esclusivamente con se stessi, e con Dio.”

La ricerca di un senso si rivela sempre più ardua; spesso Etty vacilla, si ferisce, imbocca vicoli ciechi, sente di sfasciarsi sotto un peso enorme, a tu per tu con se stessa, ormai ridotta ad un groviglio di angosce e assalita da mal di testa, di stomaco, di pancia.

“Ieri, per un momento, ho pensato che non avrei potuto continuare a vivere. Avevo la sensazione di sfasciarmi sotto un peso enorme, ma anche questa volta ho combattuto una battaglia che poi all’improvviso mi ha permesso di andare avanti, con maggior forza. Ho provato a guardare in faccia il “dolore” dell’umanità, coraggiosamente e onestamente, molti interrogativi disperati hanno trovato risposta, l’assurdità completa ha ceduto il posto a un po’ più di ordine e di coerenza: ora posso andare avanti di nuovo. A volte sono come un campo di battaglia insanguinato, su cui si combattono i problemi del nostro tempo, e poi ne pago il prezzo con un gran sfinimento e con un forte mal di capo”.”

Ma nel centro, o in un angolo, di quel campo di battaglia, le capita sempre più spesso di inginocchiarsi. Da un po’ di tempo sogna di scrivere un racconto il cui titolo sarebbe “Storia della ragazza che non sapeva inginocchiarsi”. A un tratto si ritrova in ginocchio sul pavimento del bagno o della sua camera, “spinta a terra da qualcosa che era più forte di lei”.

“Ieri sera, subito prima di andare a letto, mi sono trovata improvvisamente in ginocchio nel mezzo di questa grande stanza, tra le sedie di acciaio, sulla stuoia chiara. Un gesto spontaneo, spinta a terra da qualcosa che era più forte di me. Tempo fa mi ero detta “mi esercito nell’inginocchiarmi”. Esitavo ancora troppo davanti a questo gesto che è così intimo come i gesti dell’amore, di cui pure non si può parlare se non si è poeti.

 “Di nuovo m’inginocchio sul ruvido tappeto di cocco, con le mani che coprono il viso, e prego: “Signore, fammi vivere di un unico, grande sentimento, fa che compia amorevolmente le mille piccole azioni di un giorno, e insieme riconduci tutte queste piccole azioni a un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di amore. Allora quel che farò o il luogo in cui mi troverò, non avrà più molta importanza”.

Ancora tutto le fluttua lievemente  attorno, i suoi pensieri seguitano ad ampliarsi, a librarsi, ad assumere a volte una tale limpidezza che quelle inondazioni di spazio e di luce la spingono a chinarsi, a mettersi in ginocchio. A ondate, le cresce dentro l’amore di Dio, un amore nuovo, favolosamente nuovo. Dio: l’uso di questa parola da parte di Etty evolve nel corso dei mesi e delle pagine del diario.

“Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo”.

E’ l’inizio di una intensa attività interiore. Seguendo  un proprio itinerario, Etty matura una sensibilità religiosa che da’ ai suoi scritti una grande dimensione spirituale. A poco a poco però Etty va verso un dialogo molto più intenso con il divino, che percepisce intimo a se stessa:

 “Quella parte di me, la più profonda e la più ricca in cui riposo, è ciò che io chiamo Dio”.

Poco a poco si fa strada dentro di lei la determinazione di abbandonarsi alla Provvidenza e seguire la strada che il suo spirito intravede davanti a sé, anche se questo comporta scelte difficilissime. Intanto sono iniziate le deportazioni, si sussurra di progetti di sterminio, la paura e lo sconforto spingono molti al suicidio, ma Etty sembra risollevarsi e fortificarsi man mano che la società intorno a lei cade nel buio e nel suo dialogo con l’Infinito si rivela la sua forza d’animo:

“Ieri sera pedalavo per la fredda e buia Larissestraat e se solo potessi ripetere tutto che quello che ho borbottato allora:  “Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo migliore. Ma concedimi di tanto in tanto un breve momento di pace. Non penserò più, nella mia ingenuità, che un simile momento debba durare in eterno, saprò anche accettare l’irrequietezza e la lotta. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare al freddo purché tu mi tenga per mano. Andrò dappertutto allora, e cercherò di non aver paura. E dovunque mi troverò, io cercherò d’irraggiare un po’ di quell’amore, di quel vero amore per gli uomini che mi porto dentro.”

 “C’è in me un pozzo molto profondo e in quel pozzo c’è Dio”.

Finalmente osa nominare quella forza strana, così tenera e imperiosa che la fa inginocchiare all’improvviso nel disordine della vita quotidiana. 

“E pensare che una volta appartenevo anch’io a quella categoria di persone che di tanto in tanto pensano di se stesse: sì, in fondo io sono una persona religiosa. E ora mi capita di dovermi inginocchiare di  colpo davanti al mio letto, persino in  una fredda notte d’inverno. Ascoltarsi dentro. Non lasciarsi più guidare da quello che si avvicina da fuori, ma da quello che s’innalza dentro. E’ solo un inizio, me ne rendo conto. Ma non è più un inizio vacillante, ha già delle basi”.

La repressione e la persecuzione vanno sempre più inasprendosi. Allora Etty costruisce intorno a sé muri che lasciano filtrare la luce senza permettere all’odio di penetrare.

“Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno. M'innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offre riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più "raccolta", concentrata e forte. Questo ritirarmi nella chiusa cella della preghiera, diventa per me una realtà sempre più grande. La concentrazione interna costruisce alti muri fra cui ritrovo me stessa e la mia unità, lontana da tutte le distrazioni. E potrei immaginarmi un tempo in cui starò inginocchiata per giorni e giorni…”

Etty sa qual è il destino che l’attende, gli ebrei continuano ad essere deportati in massa verso i campi di smistamento ad est del paese e da questi, dopo un’attesa più o meno breve, vengono trasferiti in Polonia verso una destinazione a loro ignota. Sono momenti di terrore, eppure l’ amore per la natura e per la vita e l’abbandono all’Infinito sono temi ricorrenti nei suoi scritti e si alternano alla preoccupazione con cui descrive gli sviluppi della situazione. Come Rilke, il suo poeta preferito, Etty vede nella natura il riflesso dell’Infinito che sembra essersi perso negli uomini e nelle loro azioni insensate. Insieme alla sua spiritualità matura un’accettazione del proprio destino, sceglie di affrontarlo e quasi andare alla ricerca del dolore in mezzo a tanta gente che si preoccupa di evitarlo e di salvarsi, perché sa che solo così si dà un significato alla vita. In una sua lettera scrive:

“Certo, accadono cose che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto possibili. Ma forse possediamo altri organi oltre alla ragione, organi che allora non conoscevamo, e che potrebbero farci capire questa realtà sconcertante. Io credo che per ogni evento l’uomo possieda un organo che gli consente di superarlo. Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita ad ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare – se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione -, allora non siamo una generazione vitale.

Certo che non è così semplice, e forse meno che mai per noi ebrei; ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati ad ogni costo – e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione - , allora non basterà. Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portar chiarezza oltre i recinti di filo spinato, e congiungersi con quelle che là fuori ci si deve ora conquistare con altrettanta pena, e in circostanze che diventano quasi altrettanto difficili. E forse allora, sulla base di una comune e onesta ricerca di chiarezza su questi oscuri avvenimenti, la vita sbandata potrà di nuovo fare un cauto passo avanti.

Per questo mi sembrava così pericoloso sentir ripetere: ‘Non vogliamo pensare, non vogliamo sentire, la cosa migliore è diventare insensibili a tutta questa miseria’. Come se il dolore – in qualunque forma ci tocchi incontrarlo- non facesse veramente parte dell’esistenza umana”.

Via via passano i giorni di quel terribile anno 1942, la ragazza che, all’inizio del diario, consumava la propria energia a volteggiare tra i fuochi delle emozioni e dei desideri e gli scogli delle angosce, lascia sempre più il posto alla ragazza che aveva imparato a inginocchiarsi e a pronunciare il nome di Dio, che ha imparato a guardarsi dentro e ad ascoltarsi dentro.

“Non pensare, ma ascoltare ciò che c’è dentro di te. Se fai questo la mattina prima di andare al lavoro, ne ricavi una tranquillità che dura tutta la giornata; in fondo dovresti iniziare la giornata sempre in questo modo, finché tutti questi frammenti di pensieri grandi e piccoli siano emersi così come si spolvera e si tolgono le ragnatele”.

“Oggi voglio ritirarmi a riposare nel mio silenzio: nello spazio del mio silenzio interiore a cui chiedo ospitalità per un giorno intero. Forse riuscirò a riposarmi così. Corpo e mente sono molto stanchi e funzionano male, ma oggi che non ho da lavorare passerò tutto il giorno in un angolino di quella gran sala silenziosa che ho dentro di me… resterò seduta nell’angolino del mio silenzio , accoccolata come un buddha e anche col suo sorriso – interiormente, si intende”.

In me c’è un silenzio sempre più profondo. Bisogna sempre più risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle poche che ci sono necessarie  Ho imparato come Dio rinnova sempre le mie forze. Ci sono momenti in cui mi sento come un uccellino in una grande mano che mi protegge.

Per prepararsi al peggio che l’attende ha imparato a rinunciare ai piccoli piaceri che si concedeva.

“Ho accanto la mia colazione: un bicchiere di latticello, due fette imburrate di pane bigio (…) Ho rinunciato al bicchiere di cioccolata che mi concedevo sempre, un po’ di soppiatto, la domenica mattina. Voglio abituarmi a questa colazione più monacale che mi aiuta a raggiungere i miei appetiti nei luoghi più nascosti e a sradicarli via: E’ meglio così. Dobbiamo imparare ad affrancarci sempre più dalle necessità fisiche, dobbiamo abituare il nostro corpo a chiederci solo l’indispensabile. Dobbiamo affrancarci dalle cose materiali ed esteriori a un punto tale che lo spirito possa continuare comunque il suo cammino e il suo lavoro”.

Arriva anche ad accettare l’idea di separarsi da Julius Spier, la sua oasi nella tormenta:

“Rinuncerò persino al desiderio di rimanergli accanto fino all’ultimo momento. Il mio essere si sta trasformando in un’unica grande preghiera per lui. E perché solo per lui. E perché non anche per gli altri?”

La giovane donna “che non sapeva inginocchiarsi” si è trasfigurata in preghiera.

E incomincia ad abituarsi anche all’idea che le possano togliere matita e carta che l’aiutano a chiarirsi le idee di tanto in tanto, lei che aveva sempre sognato di poter fare la scrittrice:

“Senza questa possibilità  potrei anche scoppiare e distruggermi dentro.  Ma so che se si comincia a rinunciare alle proprie pretese e ai propri desideri, si può rinunciare a tutto. L’ho imparato in questi giorni. Ogni giorno dirò addio. E così il vero addio sarà solo una piccola conferma esteriore di ciò che, di giorno in giorno, si è già compiuto dentro di me. Sono in uno stato d’animo così singolare.  Qualcuno mi potrebbe capire se dicessi che mi sento così stranamente felice, perché mi sento crescere dentro dolcezza e fiducia di giorno in giorno? . Perché posso sopportare e accettare tutto, e perché la coscienza del bene che c’è stato nella vita, anche nella mia vita, non è stata soppiantata da tutte queste altre cose, anzi diventa sempre più parte di me. Se sapessi con certezza di dover morire la prossima settimana, potrei rimanere a studiare alla mia scrivania nella massima tranquillità di spirito. Io so ora che vita e morte sono significativamente legate fra loro. Sarà uno scivolare dall’una nell’altra.

Qualche giorno fa scrivevo ancora: voglio star seduta per un pochino alla mia scrivania e studiare per me. Questo non si fa più. A questa pretesa bisogna rinunciare. Bisogna rinunciare a tutto per poter fare in un giorno le migliaia di piccole cose che vanno fatte per gli altri, senza smarrirsi.

Si deve anche essere capaci di vivere senza libri e senza niente. Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera”.

Però non basta rinunciare, spossessarsi a poco a poco di tutto ciò a cui si attribuiva valore e fascino, acconsentire a rimanere separati dagli esseri amati. Bisogna orientare in una nuova direzione quest’energia, questa forza interiore.

La vita è così curiosa e sorprendente e infinitamente piena di sfumature, a ogni curva del suo  cammino si apre una vista del tutto diversa. La maggior parte delle persone ha, nella propria testa,  delle idee stereotipate su questa vita, dobbiamo nel nostro intimo liberarci di tutto, di ogni idea esistente, parola d’ordine, sicurezza; dobbiamo avere il coraggio di abbandonare tutto, ogni norma e appiglio convenzionale, dobbiamo osare il gran salto nel cosmo, e allora, allora sì che la vita diventa infinitamente ricca e abbondante, anche nei suoi più profondi dolori.

Di minuto in minuto desideri, necessità e legami si staccano da me, sono pronta a tutto, a ogni luogo di questa terra nel quale Dio mi manderà, sono pronta in ogni situazione e nella morte a testimoniare che la vita è bella e piena di significato e che non è colpa di Dio, ma nostra, se le cose sono così come sono, ora. Abbiamo ricevuto in noi tutte le possibilità per sviluppare i nostri talenti, dovremo ancora imparare a fare buon uso di queste nostre possibilità. E’ come se in ogni momento altri pesi mi cadano di dosso, come se tutti i confini che ci sono oggi tra persone e popoli non esistano più; in certi momenti è proprio come se la vita mi fosse divenuta trasparente e così anche il cuore umano, e io vedo, vedo e capisco sempre di più e dentro di me sono sempre, sempre più in pace, e c’è in me una fiducia in Dio che in un primo tempo quasi mi spaventava per la sua crescita veloce, ma che sempre più diventa parte di me”.

Ma Dio per Etty non è un’ancora di salvezza, l’eremo in cui rifugiarsi per sfuggire a un mondo brutale e disumano. Al contrario: quando Dio sembra scomparire perché tutto intorno vediamo solo il male, siamo noi a doverlo ritrovare e a doverlo rianimare nel cuore degli uomini. Non è più Dio ad aiutare noi, dice Etty, ma noi ad aiutare Dio. E’ un concetto profondo, che ha elaborato anche meditando sulle opere di Rilke, e in particolare su una sua poesia:

Non devi attendere che Dio venga a te

e dica: eccomi.

Un Dio che professi la sua forza

Non ha senso.

Devi sapere che Dio soffia in te come il vento

sin dagli inizi,

e se il cuore ti brucia e non si svela,

c’è lui dentro, operante.

Per Etty la natura e i fiori sono fonte perenne di incantamento e da essi trae anche speranza e  forza di resistere.

“Oh quegli uccelli e quel sole sul ghiaino del tetto. Ho nell’anima tanta calma e dolcezza e un senso di appagamento che riposa in Dio.

 

“Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e delle tempeste di questi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre e spande il suo profumo tutto intorno alla tua casa, mio Dio. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori profumati che incontro sul mio cammino e sono veramente tanti”.

Le mie rose rosse e gialle si sono completamente schiuse: mentre ero là in quell’inferno hanno continuato silenziosamente a fiorire, Molti mi dicono: come puoi pensare ancora ai fiori di questi tempi?”

La risposta, nel diario, si può trovare in due direzioni, Dio e gli altri.

“L'unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l'unica che veramente conti è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini.”

“Dobbiamo abbandonare le nostre preoccupazioni per pensare agli altri. Voglio dir questo: si deve tenere a disposizione di chiunque si incontri per caso sul nostro sentiero, e che ne abbia bisogno, tutta la forza, l’amore e la fiducia in Dio che abbiamo in noi stessi.

Questo è il suo segreto, decidere di diventare una forza per gli altri…

E non arrendersi al male che la circonda, scegliere di non rispondere con l’odio all’odio, cercare sempre dentro di sé la radice di ogni male per poterlo trasformare.

“Possono renderci la vita un po' spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale e di un po' di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati ed oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura. Certo che ogni tanto si può essere tristi e abbattuti per quello che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli. Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile ma non è grave. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso; se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo; se avrà superato quest'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. E' l'unica soluzione possibile. E' quel pezzettino d'eternità che ci portiamo dentro. Sono una persona felice e lodo questa vita, nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo anno di guerra.

Il marciume che c'è negli altri c'è anche in noi, continuavo a predicare; non vedo nessun'altra soluzione, veramente non ne vedo nessun altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappare via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. E' l'unica soluzione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove”.

E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancor più inospitale.

Gli amici fanno pressione perché faccia domanda di impiego nel Consiglio Ebraico, con questa occupazione potrebbe avere la possibilità di aver salva la vita.

“Molte persone mi rimproverano per la mia indifferenza e passività e dicono che mi arrendo così, senza combattere. Dicono che chiunque possa sfuggire alle loro grinfie deve provare a farlo, che questo è un dovere, che devo far qualcosa per me. Ma questa somma non torna. In questo momento, ognuno si dà da fare per salvare se stesso: ma un certo numero di persone non deve partire comunque?

Il buffo è che non mi sento nelle loro grinfie, sia che io rimanga qui, sia che io venga deportata. Non mi sento nelle grinfie di nessuno, mi sento soltanto nelle braccia di Dio; e sia che ora io mi trovi qui, a questa scrivania terribilmente cara e familiare, o fra un  mese in una nuda camera del ghetto, o fors’anche in un campo di lavoro sorvegliato dalle SS, nelle braccia di Dio credo che mi sentirò sempre.

Forse mi potranno ridurre a pezzi fisicamente, ma di più non mi potranno fare. E forse cadrò in preda alla disperazione e soffrirò privazioni che non mi sono mai potuta immaginare, neppure nelle mie più vane fantasie. Ma anche questa è poca cosa se paragonata a un’infinita vastità, e fede in Dio, e capacità di vivere interiormente. Può anche darsi che io sottovaluti tutto quanto. Ogni giorno vivo nell’eventualità che la dura sorte toccata a molti, a troppi, tocchi anche alla mia piccola persona, da un momento all’altro. Mi rendo conto di tutto fin nei minimi dettagli, credo che nel mio ‘confrontarmi’ interiore con le cose io stia saldamente piantata sulla terra più dura della realtà più dura. E la mia accettazione non è rassegnazione, o mancanza di volontà: c’è ancora spazio per l’elementare sdegno morale contro un regime che tratta così gli esseri umani”.

Nel luglio del 1942 Etty entra nel Consiglio Ebraico di Amsterdam, vi rimane però solo pochi giorni, intuendo e soffrendo per il ruolo ambiguo del Consiglio, nato per pianificare, controllare ed organizzare meglio le deportazioni.

“Ognuno deve vivere con lo stile suo. Io non so farmi avanti per garantirmi quella che può sembrare la mia salvezza, mi pare una cosa assurda e divento irrequieta e infelice… Questo star tutti addosso a quell’unico pezzetto di legno che va alla deriva sull’oceano infinito dopo il naufragio, questo spingersi a forza di gomiti, provocare l’annegamento altrui, tutto così indegno.

Io appartengo piuttosto al genere di persone che preferiscono galleggiare ancora un po’ sull’oceano, stese sul dorso e con gli occhi rivolti al cielo, finché -  con un gesto rassegnato e devoto – vanno a fondo per sempre.

Le mie battaglie le combatto contro di me, contro i miei propri demoni: ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere.

Non ho neppure paura, non so, mi sento così tranquilla. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. Una volta che si comincia a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata”.

“Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro corpo. Lo spirito viene dimenticato, s'accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Esistono persone che all'ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d'argento, invece di salvare te, mio Dio. E altre persone che sono ridotte a ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessun se si è nelle tue braccia.

Viviamo in un modo sbagliato, senza dignità. Io non odio nessuno, non sono amareggiata: una volta che l'amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito. L’uomo occidentale non accetta il dolore come parte di questa vita: per questo non riesce mai a cavarne fuori delle forze positivo.   

Si deve anche essere capaci di vivere senza libri e senza niente. Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare , e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera.

“Quando prego non prego mai per me stessa, prego sempre per gli altri, oppure dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di me, che per comodità io chiamo Dio. Non so, trovo così infantile che si preghi per ottenere qualcosa per sé stessi. Mi sembra infantile anche pregare perché un altro stia bene: per un altro si può solo pregare che riesca a sopportare le difficoltà della vita. E se si prega per qualcuno, gli si manda un po’ della propria forza”.

Il suo senso di amore e di compassione va sempre più consolidandosi in lei fino a diventare la struttura portante di tutte le sue scelte.

“Loro sono senza pietà, senza pietà. Ma tanto più misericordiosi dobbiamo essere noi nel nostro cuore.  Mio Dio, è un periodo troppo duro per persone fragili come me.

Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi. In qualche modo mi sento leggera, senza alcuna amarezza e con tanta forza e amore.

Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo.

Stamattina ho pregato pressappoco così. M’è venuto spontaneo d’inginocchiarmi su quella dura stuoia di cocco del bagno e le lacrime mi scorrevano sul volto.  E credo che quella preghiera mi abbia dato forza per tutto il giorno.

 Rimarrò completamente fedele a me stessa e non mi rassegnerò né mi piegherò. Potrei forse reggere se non attingessi ogni giorno a quella gran pace e chiarezza che sono in me? Sì, mio Dio, ti sono molto fedele, in ogni circostanza, non andrò a fondo e continuerò a credere nel senso profondo di questa vita; so come devo continuare a vivere e ci sono in me delle certezze così grandi, ti sembrerà incomprensibile ma trovo la vita così bella e mi sento così felice. Non è meraviglioso? Non oserei dirlo a nessuno con così tante parole”.

Credo proprio di avere come un regolatore interno. Un malumore mi avverte ogni volta che ho preso la strada sbagliata e se continuo ad essere onesta e aperta, se conservo la mia volontà di diventare quella che dovrò essere e di fare ciò che la mia coscienza mi prescrive di fare, allora andrà tutto a posto. Credo che la vita pretenda molto da me e che mi riservi anche molto, ma devo saper ascoltare la mia voce interiore, devo rimanere onesta e aperta e non sfuggire quel sentimento”.

Etty ascolta la sua voce interiore e chiede di essere trasferita al campo di transito di  Westerbork come assistente sociale volontaria.  Etty parte una prima volta nell’agosto del ’42, un permesso di viaggio le consente inizialmente qualche breve ritorno a casa. Poi, dal giugno del ’43, non potrà più uscire. Arriva a Westerbork proprio nel momento in cui si dà inizio ai programmi di deportazione ad Auschwitz. Ogni lunedì un treno merci entra nel campo; ogni martedì la lunga fila dei convogli riparte con più di mille persone. Tra il 15 luglio del `42 e il 3 settembre del `44 i treni contati sono novantatré. Nel breve giro di pochi mesi quarantamila ebrei precedentemente concentrati nel ghetto di Amsterdam si riversano nel campo.

Finché le è dato rimanere, Etty si prodiga senza riserve mettendo tutta se stessa al servizio degli altri. Unica preoccupazione, essere ovunque ci sia bisogno, "tra le baracche e il fango", con la sua presenza vitale, comunicativa, piena di compassione. Ma il suo corpo non sempre regge e finché è volontaria ottiene permessi per tornare a casa a causa della sua situazione di salute.

“Forse è stato tutto un po’ troppo, mio Dio. Avevo creduto che il mio spirito e il mio cuore potessero portare tutto da soli. Ma il mio corpo si fa sentire e dice alt. Ora mi rendo conto di quanto tu mi abbia dato da portare, mio Dio. Tante cose belle e tante cose difficili. E quelle difficili si sono trasformate in belle ogni volta che ero disposta a sopportarle. Pensare che un piccolo cuore umano possa provare così tanto, possa soffrire e amare a tal punto. Ti sono così riconoscente perché hai scelto proprio il mio cuore, di questi tempi, per fargli sopportare tutto quanto.

Riprenderò la vecchia, collaudata abitudine e di tanto in tanto discorrerò un pochino con me stessa su queste righine blu. Parlerò con te mio Dio. Posso? Col passare delle persone non mi resta che il desiderio di parlare con te.

Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di te. E cerco di disseppellirti dal loro cuore, mio Dio.

Quest’ultimo anno e mezzo, e questi ultimi due mesi, che da soli sono stati come una vita intera! E non ho avuto forse delle ore di cui ho detto: se dovessi morire tra poco, quest’ora mi è valsa una vita? Ho avuto spesso delle ore simili. E perché poi non dovrei vivere in cielo? Il cielo esiste, perché non ci si potrebbe vivere? O piuttosto: il cielo vive dentro di me.

…Ora devo dormire e lasciare andare tutto. Mi gira tanto la testa. Non c’è niente che funzioni nel mio corpo. Vorrei guarire presto, ma dalle tue mani accetto tutto come viene, mio Dio. So che è sempre un bene. Ho imparato che un peso può essere convertito in bene se lo si sa sopportare”.

Etty ha trasformato tutto, da cima a fondo – ha trasmutato la sofferenza in gioia, trasfigurato il male in bontà, in amore, in speranza. E in questa trasmutazione ha pure convertito la sofferenza in conoscenza, in conoscenza dei confini del cuore umano, delle tenebre e degli sprazzi di luce che lo attraversano. E nelle sbalorditive intuizioni dei misteri della vita, della morte e di Dio ha trovato la sua vocazione: amare, amare senza calcoli, senza condizioni e la sua vocazione: aiutare e diventare una intermediaria fra Dio e gli uomini, come scrive dopo la morte del carissimo amico e guida spirituale Julius Spier, morto di tumore il giorno prima che la Gestapo andasse a prenderlo.

“Ecco, ora riposi nelle tue due camerette, tu caro, grande, buono. Una volta ti ho scritto: il mio cuore volerà sempre e da ogni luogo di questa terra, verso di te, come un uccello, e sempre ti troverà. Avrei ancora mille cose da chiederti e da imparare da te, ora mi toccherà fare tutto da sola. Sai, mi sento così forte e sono certa che me la caverò. Sei tu che hai liberato le mie forze, tu che mi hai insegnato a pronunciare con naturalezza il nome di Dio. Sei stato l’intermediario tra Dio e me, e ora che te ne sei andato la mia strada porta direttamente a Dio e sento che è un bene. Ora sarò io l’intermediaria per tutti quelli che potrò raggiungere.    

Domani saremo tutti quanti insieme e il tuo spirito sarà in mezzo a noi e Tide canterà per te, se sapessi quanto sono felice di poter esserci anch’io. Sono ritornata proprio in tempo…

Nel diario di Tide ho trovato spesso questa frase: Padre, prendilo dolcemente fra le tue braccia. E’ così che mi sento, sempre e ininterrottamente: come se stessi fra le tue braccia, mio Dio, così protetta e sicura e impregnata d’eternità. Come se ogni mio respiro fosse eterno e la più piccola azione o parola avesse un vasto sfondo e un profondo significato”.

“Signore rendimi più desiderosa di capire che di essere capita.

Quanto sono grandi le necessità delle tue creature terrestri, mio Dio. Ti ringrazio perché lasci che tante persone vengano a me con le loro pene: parlano tranquille e senza sospetti, e d’un tratto viene fuori tutta la loro pena e si scopre una povera creatura disperata che non sa come vivere. E a quel punto cominciano i miei problemi. Non basta predicarti, mio Dio, non basta disseppellirti dai cuori altrui. Bisogna aprirti la via, mio Dio, e per far questo bisogna essere un gran conoscitore dell’animo umano, un esperto psicologo.

I miei strumenti per aprirti la strada negli altri sono ancora ben limitati, ma li migliorerò pian piano e con molta pazienza. E ti ringrazio per questo dono di poter leggere negli altri. A volte le persone sono per me come case con la porta aperta. Ogni casa è arredata in modo un po’ diverso, ma di ognuna si dovrebbe fare una dimora consacrata a te, mio Dio.

   

Poco fa mi sono svegliata con la gola secca, ho afferrato il mio bicchiere ed ero così riconoscente per quel sorso d’acqua, ho pensato: se solo potessi andare in giro fra quelle migliaia di uomini ammassati laggiù e potessi offrire un sorso d’acqua ad alcuni di loro. Quando capitava che una donna o un bambino affamato si mettessero a piangere dietro uno dei nostri tavoli di registrazione, mi mettevo dietro di loro, quasi a proteggerli. A volte mi sedevo vicino a qualcuno, passavo un braccio attorno a una spalla, non dicevo molto e guardavo le persone in faccia. Nulla mi era nuovo, non una di quelle espressioni di dolore umano. Tutto mi pareva così familiare, come se avessi già vissuto ogni cosa. Certi mi dicono: hai dei nervi d’acciaio a resistere. Non credo di avere dei nervi d’acciaio, anzi credo di avere dei nervi piuttosto sensibili, però sono in grado di resistere. Ho il coraggio di guardare in faccia ogni dolore. E alla fine di ogni  giornata mi dicevo sempre: voglio tanto bene agli uomini. Non provavo mai amarezza per quel che veniva fatto loro, sempre invece amore per come degli uomini fossero capaci di sopportare il dolore. 

Se vogliamo perdonare agli altri, dobbiamo prima perdonare a noi stessi i nostri difetti. E’ forse la cosa più difficile, come constato così spesso negli altri e un tempo anche in me, ora non più: sapersi perdonare per i propri difetti e per i propri errori. Il che significa anzitutto saperli generosamente accettare.

Il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi varie aree di tranquillità , di sempre maggior tranquillità, fintanto che si sia in grado di irraggiarla anche sugli altri. E più pace c’è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato. Se solo si potesse far capire alla gente che si può lavorare alla propria pace interiore, e continuare ad essere produttivi e fiduciosi dentro di noi malgrado le paure e le voci che circolano. Che possiamo costringerci ad inginocchiarci nell’angolo più remoto e tranquillo del nostro essere e rimanerci fintanto che su di noi non si stenda nient’altro che un purissimo cielo”.

“Stamattina all’alba sono saltata giù dal letto e mi sono inginocchiata alla finestra. L’albero era immobile nell’alba grigia e silenziosa. Ho pregato: mio Dio, concedimi la pace grande e potente della tua natura. Se vuoi farmi soffrire dammi il dolore grande e pieno, non le mille piccole preoccupazioni che consumano completamente. Dammi pace e fiducia. Fa che ogni mia giornata sia qualcosa di più che le mille preoccupazioni per la sopravvivenza quotidiana. E tutte le nostre preoccupazioni non sono forse altrettante mozioni di sfiducia nei tuoi confronti, mio Dio? Voglio essere un’unica, grande preghiera  Un’unica, grande pace. Si dovrebbe pregare giorno e notte per quelle migliaia. Non si dovrebbe stare neanche un minuto senza preghiera.

Credo di poter sopportare e accettare ogni cosa di questa vita e di questo tempo. E quando la burrasca sarà troppo forte e non saprò più come uscirne, mi rimarranno sempre due mani giunte e un ginocchio piegato. E’ un gesto che a noi ebrei non è stato tramandato di generazione in generazione. Ho dovuto impararlo a fatica. E’ l’eredità più preziosa che io abbia ricevuto dall’uomo la cui parte migliore continua a vivere in me.

Com’è strana la mia storia – la storia della ragazza che non sapeva inginocchiarsi. O con una variante: della ragazza che aveva imparato a pregare. E’ il mio gesto più intimo, ancor più intimo dei gesti che ho per un uomo.

Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati e da tanto tempo.

Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite”.

Così finisce il diario di Etty. E’ il 12 ottobre 1942. Fino al settembre 1943 rimane al campo di Westerbork. Di questo ultimo anno sono state raccolte e pubblicate le numerose lettere che ha scritto… Da una lettera si evince che Etty ha continuato a scrivere i diari. Probabilmente sono andati perduti.

In una lettera del luglio 43 scritta ad alcuni amici, o forse a tutti noi, dice:

“Volevo solo dire questo: la miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravvivremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita. Forse io sono una donna ambiziosa: vorrei dire anch’io una piccola parolina.

   Parli di suicidio e di madri e figli. Certo che posso capire queste cose, ma trovo che è un argomento malsano. C’è un limite a tutte le sofferenze, forse a un essere umano non è dato da sopportare più di quanto non possa – oltrepassato quel limite, muore da sé. Ogni tanto qui muore qualcuno perché il suo spirito è a pezzi e non riesce più a capire, in genere sono persone giovani. Le persone anziane sono piantate in un terreno più solido e accettano il loro destino con dignità e rassegnazione. Sì, qui si vede una gran varietà di persone e si può osservare il loro atteggiamento verso le questioni più ardue, le questioni ultime.

   Proverò a descrivervi come mi sento, ma non so se questa metafora è giusta. Quando un ragno tesse la sua tela, non lancia forse i fili principali davanti a sé e ci si arrampica poi sopra? La strada principale della mia vita è tracciata per un lungo tratto davanti a me  e arriva già in un altro mondo. E’ proprio come se tutte le cose che succedono e che succederanno qui siano già, in qualche modo, date per scontate dentro di me, le ho già vissute e assorbite e già partecipo alla costruzione di una società futura. La vita qui non consuma troppo le mie forze più profonde – fisicamente si va forse un po’ giù e spesso si è immensamente tristi, ma il nostro nucleo interiore diventa sempre più forte. Vorrei che fosse così anche per voi e per tutti i miei amici, è necessario, dobbiamo ancora condividere molte esperienze e molto lavoro tutti insieme. Perciò vi raccomando; rimanete al vostro posto di guardia se ne avete già uno dentro di voi, e per favore non rattristatevi né disperatevi per me, non c’è motivo.

Il 18 agosto 1943 scrive:

“Mi hai resa così ricca, mio Dio, lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande colloquio. A volte, quando me ne sto in un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei occhi rivolti al cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera, quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio, lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia preghiera. Sono molto, molto stanca, già da diversi giorni, ma anche questo passerà, tutto avviene secondo un ritmo più profondo che si dovrebbe insegnare ad ascoltare, è la cosa più importante che si può imparare in questa vita. Io non combatto contro di te, mio Dio, tutta la mia vita è un grande colloquio con te. Forse non diventerò mai una grande artista come in fondo vorrei, ma mi sento già fin troppo al sicuro in te, mio Dio”

L’ordine di partenza per Auschwitz giunge per Etty improvvisamente, il 7 settembre del 1943. Alcuni vagoni più avanti ci sono i suoi genitori, insieme con il fratello Mischa. L’ultima testimonianza che rimane di Etty è una cartolina a un’amica scritta sul treno che la porta ad Auschwitz e gettata lungo la strada ferrata. ì

 “Christien, apro a caso la Bibbia e trovo questo: ‘Il Signore è il mio alto ricetto’.  Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora a Amsterdam, forse avrai notizie? Anche della mia ultima lunga lettera?

Arrivederci da noi quattro. Etty.

I genitori moriranno nella camera a gas il giorno stesso dell’arrivo al campo. Etty muore il 30 novembre del 1943. «Eppure la vita è meravigliosamente buona nella sua inesplicabile profondità» (ultima lettera da Westerbork, 2 settembre 1943).

 

Bibliografia: E.Hillesum "Diario 1941-1943" Adelphi; "Lettere" Adelphi

 

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